Libero, 27 maggio 2017
Camperemo 100 anni ma dicono che è un guaio
Salutismo e prevenzione, campagne shock contro l’alcol e il fumo, cibi bio, yoga e pilates, e perfino le droghe, come la marijuana, di cui si esplorano le funzioni “terapeutiche” (mentre un tempo era solo una scorciatoia per la beatitudine): tutto congiura affinché tocchiamo i cent’anni. Non stupisce dunque che gli esperti del World Economic Forum prevedano che, per il 2050, il numero degli over 65 salirà, dagli attuali 600 milioni, a oltre 3 miliardi. Non solo: i centenari saranno sempre più frequenti e sul finire del secolo saranno protagonisti di un boom così almeno ce la vendono gli statistici, i cui calcoli per la verità non sempre, anzi quasi mai, si rivelano profetici. In ogni caso, un’esplosione di canuti e longevi pensionati, ancora in forma e, dunque, ancora per un bel pezzo a carico degli Stati, che dovranno puntualmente erogare le pensioni cui hanno diritto.
Viene visto dunque come un allarme, il dilagare dei centenari. Tale che, quelli del World Economic Forum lo paragonano ai mutamenti climatici e al surriscaldamento globale. Analizzando i sei maggiori sistemi pensionistici del mondo quelli di Usa, Gran Bretagna, Giappone, Olanda, Canada e Australia risulta che, se non si prenderanno presto provvedimenti, l’impatto dell’allungamento della vita li porterà vicini al collasso. A meno di non dover ridurre drasticamente le pensioni, molto al di sotto dello standard corrispondente al 70% dei redditi da lavoro; un’eventualità che però porterebbe a sconvolgimenti sociali non meno nefasti. L’unico rimedio è innalzare gradualmente l’età pensionabile di pari passo con l’anticipata longevità degli uomini, e così scongiurare lo spettro di un mondo in cui si passerà una gran parte della propria lunghissima vita in pensione, sostenuti da un vitalizio previdenziale. In breve, quello che dicono, cifre alla mano, gli economisti del Wef è che le nuove generazioni devono prepararsi all’idea di lavorare almeno fino a settant’anni. E i nati in questo 2017, la cui aspettativa di vita è di 103 anni, dovranno andare in pensione anche più tardi.
Non abbiamo strumenti per controbattere a dati e analisi. Quello che stride nell’allarme del World Economic Forum è la sensazione abbastanza disorientante per cui la lunga vita, cosa che si augura a tutti, diventa una micidiale bomba a orologeria per l’economia globale. Una iattura. Ma come: la tecnica, la medicina, l’informazione, l’istruzione sono giunti al passo epocale di consentire all’uomo di arrivare a cent’anni, non come rarità da Guinness dei primati ma come media statistica, dovrebbe essere un risultato da annunciare stappando il più venerabile degli champagne! E invece la notizia trapela, a fosche tinte, all’interno di un apocalittico scenario di collasso economico su scala planetaria, come si trattasse di un nuovo virus imbattibile, di una nuova peste nera come quella che nel Trecento decimò un terzo della popolazione europea. Da un lato la nostra cultura razionalistica e la nostra tecnologia ci allunga la vita, sconfigge le malattie, migliora la qualità delle nostre giornate, dall’altro ci terrorizza con l’incubo dei centenari parassiti che affonderanno le economie delle nazioni. È come se il prodigio di arrivare a cent’anni dovesse essere scontato, dai nostri nipoti e pronipoti, con un senso di colpa proporzionato ai loro anni di troppo.
Dunque, vivere a lungo è un bene o un male? Forse arriverà il giorno in cui la medicina smetterà di allungarci la vita, perché diventerà economicamente insostenibile? E gli Stati cominceranno a invitare i loro cittadini giunti oltre una certa soglia anagrafica, a bere come alpini, a fumare come turchi, a rischiare l’osso del collo in sport estremi, pur di sgravarsi del peso delle loro quiescenze? D’accordo, simili immagini da incubo fantascientifico sono improbabili. Ma che campare a lungo, oggi, sia anche un serio problema collettivo, e non solo un motivo di orgoglio per sé e per i propri cari, è certificato dalle analisi e dalle previsioni del Wef. Conosciamo già l’ambivalenza con cui le società moderne si comportano nei confronti dei vecchi. Li chiamano anziani, li omaggiano (a parole) in ogni modo (ma mai, a onor del vero, quanto gli adulatissimi giovani), ma devono ritenersi fortunati quei pochi che possono contare su un sostegno e un’assistenza, non solo economica, ma anche umana, fino all’ultimo giorno. Il sentimento di fondo è che i vecchi siano zavorra inutile. E questa zavorra promette di appesantirsi ancora di più fino a affondarci tutti. Questo, almeno, se continuiamo a guardare le cose soprattutto dal pur importante punto di vista economico.
Molto meglio invece sarebbe invece non vedere nei centenari di domani un problema, ma una risorsa, un successo dell’umanità, i cittadini a pieno titolo di un mondo più saggio, più moderato, più profondo. E allora, forse, anche il mito della salute a tutti i costi, di un benessere astratto, angelico tipico della giovinezza un po’ fanatica verrà ridotto a termini più naturali.