Tuttolibri, 27 maggio 2017
Per diventare scrittore ho dovuto "uccidere" mio padre. Intervista a Richard Ford
«Tra loro». La vita di un figlio unico tra due genitori non più giovani, che si amano molto. Che lo amano molto, certo, ma non hanno bisogno di lui, «il terzo» nella gerarchia della famiglia «piccola e felice». Un ruolo che lui accetta volentieri: «Accadono molte cose che non capiamo, nella vita, che passano sopra la nostra testa. Ma questo è consolante perché salvaguarda un incoraggiante mistero». Così il figlio diventa un osservatore del loro amore, e non a caso da grande sarà scrittore, «osservatore e testimone» della vita. D’altronde c’è un legame profondo tra amore e letteratura, dice Richard Ford: «L’esistenza dei miei genitori ha reso possibile per me provare i sentimenti più profondi, proprio come la letteratura fa con il suo più devoto lettore».
Richard Ford da Jackson, Mississippi è l’archetipo americano, quasi un sosia di Clint Eastwood: longilineo, i lineamenti affilati, gli occhi molto chiari, i 73 anni portati con grazia casuale come fossero dieci di meno. Sono archetipi americani anche i suoi personaggi, a partire da Frank Bascombe, protagonista di molti suoi romanzi, che gli ha fatto vincere nel 1995 il Pulitzer. E naturalmente lo sono i suoi genitori che racconta separatamente, prima il padre, commesso viaggiatore ucciso da un infarto quando lui aveva 16 anni, poi la madre «una donna severa, con cui avevo un legame speciale. La parte dedicata a mia madre è stata scritta prima, appena è morta, nel 1981. Ero molto attaccato a lei. Invece quella di mio padre l’ho scritta solo ora. Li ho riuniti insieme in un libro, anche se non sono sepolti insieme».
Come mai ha deciso di scrivere di loro?
«Intanto per nostalgia. Li ho persi presto e nei momenti più difficili ho desiderato spesso averli con me. Scrivere è un modo di sentirli vicini. E poi in qualche modo per onorarli: non erano delle persone famose o speciali ma ogni vita ha delle conseguenze, non volevo farli passare inosservati. Il mondo spesso non ci nota, ma le vite dei nostri genitori, anche quelle più oscure, sono per noi la prova che gli eventi umani contano. Solo il narcisismo ci fa pensare che la vita incominci e finisca con noi. Raccontandoli non ho preteso troppo da loro, non li ho resi quello che non sono. Mio padre era un uomo amabile e impreparato, mia madre una donna severa con un’infanzia difficile alle spalle. Ho cercato di essere il più possibile oggettivo, non elaborare teorie, descrivere solo i fatti: l’amore non è una teoria, ma una serie infinita di piccoli atti».
Se la figura dei genitori è così importante nella vita, perché non ha mai voluto figli?
«Non ho avuto figli perché non sarei stato capace di essere un buon genitore, di mettere da parte me stesso per occuparmi di loro. E poi non avrei voluto un figlio che mi somigliasse. Per fortuna mia moglie Kristina la pensava come me. Sono troppo egoista».
Non è poi così egoista quando dice che la sua professione è «prendersi cura dei lettori».
«Sono egoista perché preferisco scrivere un libro che crescere un figlio. Sono capace di regalare un libro al mondo, ma non sono stato capace di dedicare tutto il mio tempo a un figlio».
Ha detto che, se suo padre non fosse morto, lei non sarebbe diventato scrittore, è vero?
«È così. Sarei stato meno libero, non perché lui mi avrebbe impedito di seguire la mia strada, ma perché io sarei stato condizionato dalla sua presenza e forse non l’avrei trovata. Così invece ho potuto fare di tutto nella vita, scegliere per me stesso, sono stato in Marina, ho insegnato, ho persino avuto una proposta per entrare nella Cia. Scrivere è stato un salto nel buio: mentre studiavo legge, che odiavo, ho conosciuto mia moglie Kristina. È stata lei a mantenermi e a permettermi di provarci. Siamo sposati da allora, e se uno non riesce a rimanere sposato con una donna come Kristina, non può essere sposato con nessuna».
Lei è stato anche giornalista e professore.
«Sono tuttora giornalista e professore, due attività che amo profondamente. Sono stato giornalista sportivo, sono appassionato di tutti i tipi di sport (il suo primo successo non a caso è il romanzo Sportswriter ndr), mio nonno era un pugile professionista e ho anche boxato per un po’. Al momento sono professore di Letteratura alla Columbia di New York ed è straordinario il rapporto che si crea con gli allievi, sono così pieni di talento. Ho appena tenuto un corso sulla morte, leggendo brani di Christopher Hitchens, Blake Morrison, Julian Barnes e hanno risposto con passione».
Quali sono i suoi autori preferiti come lettore? Per lei la lettura è stata difficile, aveva problemi di dislessia, ma si definisce «fortunato perchè qualcuno mi ha insegnato a leggere».
«Non vengo da una famiglia di intellettuali o lettori, mia madre leggeva best seller la notte, niente di più. Non ho mai dimenticato le mie origini, ho dovuto inventarmi da solo, farmi da solo. Non ho uno scrittore favorito, divoro di tutto, da Virginia Woolf a John Updike, da John Steinbeck a William Faulkner e Henry James ma anche giornali, saggi. Tutto quello che leggo mi ispira».
Come lavora?
«Sono un gran lavoratore, metodico e disciplinato. Mi sveglio al mattino presto, non mollo mai, sono molto concentrato e focalizzato, non mi arrendo davanti alle difficoltà. Scrivere è una gioia ma è anche fatica, sono lento, ci metto mesi a ripulire quello che ho scritto. Non sono come Francis Scott Fitzgerald, che aveva il dono, che in una singola frase senza sforzo sapeva essere meravigliosamente intuitivo e intelligente: ha scritto un romanzo assolutamente perfetto ma poi si è perso».
Lei racconta di americani medi, come si vive in America oggi?
«Io non credo nell’idea di uomo qualunque, non scrivo libri emblematici, scrivo di singoli individui, tutti hanno una loro specificità. La vita dei miei genitori – un tipo di vita che oggi non esiste più – non è simbolo di qualcosa, è un fatto. Se vogliamo fare un discorso generale, il guaio degli americani è che tendono a sentirsi migliori degli altri e faticano a identificarsi con il diverso, sono molto chiusi, poco interessati al resto del mondo. Donald Trump? Speriamo solo che se ne vada prima della fine del suo mandato».
Come tratta il successo e il fallimento, i «due impostori» di Kipling?
«Conosco molto meglio il fallimento del successo. Ho lavorato duramente, questo è certo, e credo di essere bravo in ciò che faccio, ma non è sufficiente. Uno scrittore è destinato a vivere sotto pressione e le occasioni di insuccesso sono terribili».
Il Pulitzer non è stata un’illusione, però.
«Il Pulitzer è stato un giorno. È stato bello, mia moglie era felice, ma io avevo già 51 anni e certo non ha cambiato la mia visione del mondo. Per ogni scrittore che vince un Pulitzer, ce ne sono quattro o cinque ugualmente bravi che rimangono a mani vuote. Il successo è un’illusione: quasi tutto nella vita se ne va. Restano i bei libri, e l’amore».