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 2017  maggio 27 Sabato calendario

Difficile vivere all’ombra del padre se si chiama Thomas Mann

Klaus, il figlio più inquieto, brillante e versatile di Thomas Mann, non aveva dubbi: «Che famiglia straordinaria è la nostra! – annotò a New York nel 1936 – In futuro si scriveranno libri su di noi – e non solo su ognuno di noi». Una profezia fin troppo facile per uno che sognava a dismisura, con un padre che a ventisei anni aveva già scritto un capolavoro come i Buddenbrook e a cinquantaquattro, nel 1929, vinto il Premio Nobel. I libri su di lui e la sua opera non si contano ormai più, ma ecco ora, grazie all’ottimo lavoro del giornalista e critico Tilmann Lahme, I Mann. Storia di una famiglia, edito da EDT nella bella versione di Elisa Leonzio, un racconto corale che intreccia il destino drammatico e appassionante di genitori e figli sullo sfondo di un’epoca in sfacelo. Certo molte cose erano già note, tuttavia lo sguardo attento e curioso sulla vita privata dei protagonisti arricchito da appunti diaristici e migliaia di lettere, offre un itinerario nuovo, apre spiragli inediti nella galassia così varia e non di rado sconcertante dei Mann.
Il libro di Lahme scritto in modo brillante è un vero romanzo familiare in cui le figure dei sei figli, dalla primogenita Erika, nata nel 1905, al più giovane e imprevedibile Michael del 1919, si alternano sulla scena del tempo come protagonisti di una vicenda individuale e storica che racchiude i paradisi culturali e gli abissi infernali del Novecento. Incalzati per tutta la vita dal fantasma del grande padre detto il Mago, sognano una propria identità. Il dandy Klaus s’aggira fra Londra, Parigi e Zurigo frequentando i migliori alberghi a spese della madre, sempre alla ricerca di droga e di ragazzi con cui trascorrere le sue notti brave. A ventisei anni ha già scritto la sua autobiografia e nel 1939, nell’esilio americano, pubblica Il vulcano, romanzo sull’emigrazione in cui dà sfogo alla forza rabbiosa di chi come lui crede in un fermo impegno verso la democrazia.
La sorella Erika, confidente del padre a cui non lesina critiche, furoreggia intanto a Monaco con il suo cabaret politico-letterario Il macinapepe, con a fianco l’amica-amante Therese Giehse, futura icona del teatro tedesco. È felice per il successo ottenuto e la rabbia scatenata fra i nazisti. Lo porterà anche a Zurigo e poi, senza fortuna, in America, dove tiene lezioni e conferenze su socialismo e democrazia inimicandosi le autorità che le negano la cittadinanza. Lei si procura un passaporto inglese grazie al matrimonio pro forma con il poeta W.H. Auden di casa nel milieu omosessuale di Berlino. Era uno spirito libero e inquieto, Erika, pronta a buttarsi a capofitto come reporter nella guerra civile spagnola, a collezionare amanti fra donne e uomini, non ultimo il ben più anziano direttore d’orchestra Bruno Walter, a pubblicare resoconti sul primo processo di Norimberga, sognando di scrivere prima o poi una biografia del padre, di cui correggeva gli interventi politici interessandosi da ultimo anche alla versione cinematografica delle sue opere.
Forse il meno estroso tra i figli era Golo che, deluso dall’America, si affermerà alla radio inglese come brillante commentatore politico per poi diventare in Germania nel dopoguerra uno storico assai apprezzato. In modi diversi la musica coinvolge invece la vita degli altri tre, Michael, Monika ed Elisabeth. Quest’ultima, diplomata al conservatorio di Zurigo, sposerà il ben più anziano giornalista e studioso G. Antonio Borgese.
Destini spesso contrapposti, segnati dal nazismo e dall’esilio, dalla perdita della casa e della patria, insomma della propria identità nazionale, che tuttavia ritrovano, a tratti, equilibrio e armonia a Princeton e più tardi in California. Una famiglia straordinaria, aveva scritto il politico inglese Harold Nicholson ed Erika non perse l’occasione per incensarla sulla rivista Vogue America imbastendo una toccante favoletta familiare offuscata dal suicidio di Klaus e forse dello stesso Michael morto nel 1977 per una dose eccessiva di farmaci.
Lahme scrive un’altra storia: quella dei legami umani e affettivi, delle illusioni e del coraggio intellettuale oltre lo stereotipo della grandeur familiare. Il genio di Thomas si riflette in modo spesso inquietante sui figli. «Uscirò mai dalla sua ombra?», si chiedeva Klaus, che come gli altri, nei momenti difficili, ricorre alla madre, il vero sostegno della famiglia. È lei, Katia Pringsheim, la grande borghese di Monaco, che aiuta e consiglia i figli, lei che protegge il marito nascondendogli le piccole e grandi catastrofi di casa Mann. È pur vero, come disse Thomas in esilio: «Dove sono io, lì è la Germania», ma senza Katia la patria del cuore e delle lettere non avrebbe mai raggiunto la sua sublime verità.