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 2017  maggio 27 Sabato calendario

Per capire com’è nata l’America devi spaccarti la schiena nei campi. Intervista a Joyce Carol Oates

«Per carità! Non tocchiamo la politica! Non ne voglio proprio sapere». Joyce Carol Oates è appena rientrata nella sua casa di Princeton dal footing mattutino che galvanizza tutte le sue energie e le permette di passare molte ore al tavolino. Ed è assolutamente convinta di voler parlare solo ed esclusivamente di letteratura. Ma le basta poco per contraddirsi: la più prolifica scrittrice d’America (oltre cento le sue opere, alcune delle quali firmate con pseudonimi), in pole position per il premio Nobel, l’intellettuale più ascoltata e polemica, affonda senza remore il coltello nella più scottante attualità. E lo fa a partire dalla pubblicazione in Italia della splendida quadrilogia Epopea americana: i primi due volumi, Il giardino delle delizie e I ricchi, sono in uscita in questi giorni mentre gli altri tomi, Loro e Il paese delle meraviglie, approderanno in libreria in autunno (tutti pubblicati da Il Saggiatore). Ed è pure in arrivo la bella autobiografia, I paesaggi perduti. Romanzo di formazione di una scrittrice (Mondadori), dove, attraverso il racconto dell’infanzia e dell’adolescenza trascorse in una fattoria a pochi chilometri dal lago Ontario, la Oates esplora i lati più oscuri dell’America rurale e selvaggia. Un ambiente dove si muovono anche i personaggi de Il
giardino delle delizie, appartenenti a una famiglia di «lavoratori migranti», all’esercito dei braccianti senza fissa dimora i quali, straccioni e puzzolenti sotto il sole abbacinante dell’Arkansas, vengono falcidiati dalla fatica e dalle disastrose condizioni di vita.
Oggi in America e in Europa si torna a morire per sfruttamento e miseria: cos’è cambiato nelle condizioni di questi «dannati della terra»?
«Ho scritto Il
giardino delle delizie tra il 1965 e il 1966 in preda a una specie di furore. Avevo superato da poco i 20 anni e la mia ispirazione era travolgente. La storia della protagonista Clara affonda le sue radici nei miei primi anni di vita, la figura del padre così manesco e incontrollato ricorda il mio nonno paterno mentre la stessa Clara assomiglia a mia madre che ha iniziato ad aver figli giovanissima. Sono convinta che gli emigrati che oggi si dedicano al lavoro dei campi sono molto più mal messi dei contadini dell’Arkansas di sessant’anni fa. Nel frattempo il sogno americano è fallito, si sono diffuse nuove forme di povertà nelle metropoli di cui sono espressione tanto le gang di periferia quanto i quartieri ghetto».
È stata la sua vicenda personale a innescare quello che lei chiama «il calor bianco» della sua scrittura?
«La dura quotidianità dei “braccianti migranti”, raccoglitori di ciliegie, pere, mele, è stata simile al tipo di esistenza che ho vissuto in campagna nella farm dei miei genitori. L’universo contadino era caratterizzato da innocenza e brutalità. Le molestie sessuali e lo stupro raramente venivano denunciati e puniti. Le donne erano vittime di mariti ubriaconi e maneschi. Volevo dunque dar voce a chi non si poteva esprimere direttamente. Molte sono state poi le trasformazioni, a partire dalla condizione femminile. Ero convinta che questi traguardi sarebbero stati raggiunti rapidamente. Così non è stato».
La quadrilogia è una storia delle vittime dell’American way of life?
«Non mi occupo di vittime, ma di come si è diventati “americani”. I volumi sono dedicati a giovani appartenenti a diverse classi sociali. Il mio obiettivo è stato quello di mettere a nudo le pecche di una nazione che perde la sua innocenza, abbandona i propri principi per lasciarsi travolgere da una morale corrotta e dal saccheggio economico. Un’escalation progressiva che dagli anni Ottanta-Novanta del secolo scorso arriva ai nostri giorni».
Protagonisti dei suoi romanzi sono i bambini che amano troppo: neI ricchiil piccolo Richard adora sua madre tanto da assassinarla e anche Swan, il figlio di Clara, neIl giardino delle delizie, la venera a tal punto da sparare al suo nuovo partner. Sono il simbolo della generazione che predicava la fine della famiglia?
«I ricchi, così traboccante di rabbia, l’ho composto nel mio studiolo in una casa coloniale a Detroit dove insegnavo inglese all’università. Ed è un omaggio a questa straordinaria città. Il racconto si basava su un caso di cronaca avvenuto realmente. Non volevo affatto cimentarmi con un fanciullo disturbato utilizzando un linguaggio naturalistico. L’omicida in sedicesimi del mio romanzo prende coscienza della propria marginalità nella vita della madre e decide di assassinarla: il suo è un gesto politico. Richard è un ragazzino impotente di fronte alla realtà come lo erano i giovani di quell’epoca».
Quando lei scriveva questo racconto, cresceva la protesta per la guerra del Vietnam. Gli universitari alzavano le barricate ma il futuro apparteneva a coloro che pensavano solo a far quattrini, come il padre di Richard?
«È stato un periodo che ha rappresentato un tassello importante per la costruzione dell’identità nazionale. Mentre gli studenti cercavano nuovi valori e prospettive esistenziali, maturava uno spirito collettivo volto soprattutto al guadagno. Nel rapporto di Richard con la madre volevo emblematizzare la subalternità dei figli di fronte a genitori vissuti come totem, figure mitiche, onniscienti e potenti. Io non scrivo mai confrontandomi esclusivamente con la mia personale esperienza ma costruisco un nido, proprio come fanno gli uccelli: assemblo materiali di diversa provenienza, ovvero le vicissitudini di amici, conoscenti, parenti».
La suaEpopeaci offre il ritratto di un’«America impregnata d’ipocrisia e di cinismo politico», come annota lei stessa. A questo indirizzo di vita e di pensiero dobbiamo le ultime e moderne forme di razzismo, con muri alzati, barriere e divisioni?
«In ogni essere umano alberga un sentimento di xenofobia che si fonda sulla paura dell’altro e del diverso. I politici più cinici sanno risvegliare questo impulso primordiale. Astutamente vellicate e sollecitate, queste pulsioni xenofobe hanno portato circa un quarto della popolazione americana a votare per il razzista nazionalista bianco Donald Trump».
E così l’«Epopea» americana della Oates, iniziata alla metà del secolo scorso, ha precorso i tempi e annunciato il nostro presente.