Il Messaggero, 29 maggio 2017
Il Sud tra crisi e delocalizzazioni imprese decimate
Tra il 2007 e il 2014, ricorda lo Svimez, il settore manifatturiero meridionale ha perso il 34% del valore aggiunto, oltre due volte e mezzo la perdita subita dal resto del Paese. Il peso dell’industria manifatturiera meridionale su quella nazionale, è passata dal 10,5% del 2001 all’8,3% del 2015. Non solo meno imprese, ma anche più piccole. L’assottigliamento della classe delle medie imprese nel meridione è stato determinato anche da uno spostamento verso le classi inferiori, quello che sempre lo Svimez definisce come il downsizing del sistema produttivo meridionale. Una decrescita infelice i cui effetti sono ben visibili sull’occupazione. Se le imprese hanno ridotto le loro dimensioni, i lavoratori hanno ridotto le loro aspettative e le loro pretese. Nel resto dell’Unione europea, negli anni della crisi, le professioni cognitive altamente specializzate hanno visto aumentare gli occupati del 4,6%, nel Mezzogiorno l’occupazione in quelle stesse professioni è diminuita del 18,7%, con una perdita di 430 mila posti. Ad aumentare del 30,5%, sono state invece le posizioni impiegatizie nel commercio e nei servizi, dove sono stati creati 445 mila posti di lavoro. Una sorta di ristrutturazione alla rovescia, dove si brucia lavoro ad alto valore e se ne crea nuovo più in basso.
«L’altra verità», spiega Adriano Giannola dello Svimez, «è che le grandi aziende hanno abbandonato il Sud. Sono tutte imprese», dice, «che stanno scomode in questo territorio». L’ultimo esempio in ordine di tempo è stato quello dell’Algida, oggi di proprietà della multinazionale Unilever, che ha portato in Inghilterra la parte più pregiata del lavoro, quella dei cervelli: la ricerca e lo sviluppo. Ma dall’Algida all’Iveco, fino alla Dema, fare l’elenco delle delocalizzazioni e delle chiusure di questi anni di recessione sarebbe troppo lungo. Ci sono 162 tavoli di crisi aperti, dei quali il 40% al Sud. «Una speranza», dice ancora Giannola, «è quella del masterplan del governo, a cui va dato atto di aver creato un ministero per il Mezzogiorno». Un’attenzione dimostrata anche dalla decisione presa a inizio di quest’anno, e tradotta in una norma di legge, di ripartire gli investimenti pubblici in base alla popolazione residente. Questo comporterà che al Mezzogiorno, fondi europei a parte, vada destinato almeno il 34% delle risorse. Se questa clausola fosse stata applicata tra il 2009 e il 2015, ha calcolato lo Svimez, il Pil del Sud avrebbe praticamente dimezzato la perdita accusata dal 2008, che sarebbe stata pari al -5,4% mentre il calo effettivo è stato del -10,7%. Analoghi effetti si sarebbero avuti per l’occupazione, in quanto la diminuzione sarebbe stata pari a -2,8% invece del -6,8% che c’è stato: ciò significa che si sarebbero persi non mezzo milione di posti di lavoro ma circa 200 mila, salvandone di fatto 300 mila. Un primo passo, certo. Quello successivo proveranno a compierlo oggi i sindaci delle principali sette città metropolitane del Sud: Napoli, Bari, Reggio Calabria, Cagliari, Palermo, Messina e Catania, che sono pronti siglare, spiega il presidente dell’Anci Antonio Decaro, una sorta di «manifesto per il rilancio». Un patto per non sprecare i 3 miliardi che arriveranno nelle loro città da qui al 2020 grazie ai patti con il governo. In che modo? Superando 3 i campanilismi e concentrando i fondi su progetti infrastrutturali di interesse comune in coordinamento con le Regioni. Basterà? Secondo Giannola, sarebbe necessario anche creare delle zone economiche speciali, come ha fatto la Polonia, dove ne sono state istituite 14 che hanno portato alla creazione di 300 mila posti di lavoro.
SORPRESA PRODUTTIVITÀRiportare l’industria al Sud, insomma, è una priorità. Perché, ha osservato Gabriele Barbaresco, responsabile area studi di Mediobanca, «il Mezzogiorno non ce la fa senza industria e l’Italia non ce la fa senza il Sud». Ma davvero il quadro è così nero come lo si disegna? «A dire il vero no», aggiunge La Malfa. Le grandi imprese del Mezzogiorno hanno una produttività media per dipendente di 84 mila euro circa, in linea con quella del resto del Paese. Così come è sostanzialmente in linea anche il dato delle medie imprese, in parte aiutato dal minor costo del lavoro nel meridione. Lo stesso Svimez e l’indagine di Confindustria e Cerved, hanno certificato che nel 2015 il Pil meridionale è cresciuto di mezzo punto in più di quello del resto del Paese. Una speranza. Una luce in fondo al tunnel.