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 2017  maggio 28 Domenica calendario

«Il mio vero mestiere? Pedinare gli italiani». intervista a Carlo Verdone

Anatomia di un mestiere: «Sono stato un pedinatore di italiani, un osservatore maniacale del dettaglio, un analista del peccato veniale. Assorbivo debolezze, tic e fragilità e le riproponevo in chiave di commedia. Il fumatore con il dito giallo di nicotina, il macho che si toccava il pacco per sentirsi un vero uomo o il playboy che partiva per Cracovia con il sedile ribaltabile e il pettinino nella tasca della giacca, non esistevano soltanto nei film. Erano intorno a me. Li avevo visti con la stessa curiosità che fin da bambino, dal bagno di servizio della casa in Via Lungotevere dei Vallati, mi aveva spinto a guardare il sarto cucire per ore orli e pantaloni o la ragazza dai lunghi capelli castani con cui un giorno sognavo di fidanzarmi, indirizzare parole a chissà chi riempiendo grandi fogli bianchi». Per scrivere la storia di Carlo Verdone, 66 anni, 25 film, un doppia dozzina di David, Nastri e Globi d’oro a occupare le scansie, servono più numeri che parole: «Ho iniziato a fare l’attore esattamente 40 anni fa, al Teatro Alberichino, nel momento in cui la cassiera ha strappato il primo biglietto di Tali e quali». 
Sotto il cartellone che annuncia Rosmunda con Paolo Poli, lei sosta di fronte all’ingresso. 
«Dopo il diploma al Centro Sperimentale, un paio di documentari, un esperienza da assistente alla regia in un film un po’ scollacciato di Franco Rossetti, un’infinità di porte in faccia, altrettanti le faremo sapere e un notevole freddo preso nelle cantine dell’underground romano, mi chiedevo cosa dovessi fare della mia vita. Meno male che ho preso la laurea mi dicevo. Prospettive nel mondo dello spettacolo ne avevo poche. Andai a cena con il direttore dell’Alberichino, Obino, e nacque quell’occasione». 
Cosa cambiò dopo quella cena? «Obino si disse certo che nascondessi un talento comico e mi propose di scrivere qualche testo e di affittare il teatro per un paio di settimane. Mi misi d’accordo con Daniele Formica che però a un passo dal debutto mi disse Non me la sento. Mi ero impegnato a pagare trecentomila lire, una cifra enorme. Ero disperato e provai a fuggire telefonando a Obino per rinunciare. Quello fece orecchie da mercante e più secca ancora fu mia madre che quella conversazione l’aveva ascoltata dal primo all’ultimo minuto: Se non vai sul palco ti prendo a calci in culo». 
Mantenne la promessa? 
«Me lo diede davvero e fece bene. Al quinto giorno si presentò un solo spettatore. Recitammo comunque e alla fine, di fronte ai lamenti crepuscolari dei miei compagni d’avventura: È stata un’umiliazione, non ci sarà mai una seconda occasione, siamo finiti ancora prima di aver iniziato, dissi seriamente, non so quanto credendoci, che eravamo stati degli eroi e che il senso del teatro era proprio in quella recita per una singola persona. Che ringraziò andandosene e il giorno dopo, su Paese Sera, occupò una pagine per scrivere: È nato il nuovo Fregoli, correte a vederlo. Era Franco Cordelli. Quella sera mi ha cambiato la vita». 
Con chi sente di aver debiti? 
«Con quelli che come lo scenografo e regista Franco Bottari o Filippo Paolone, il titolare della Giada Film, quando ho chiesto aiuto non si sono voltati dall’altra parte. Sono stati in pochi. Dopo il Centro Sperimentale andavo a offrirmi in giro gratis come assistente, ma le produzioni non volevano pagare neanche l’assicurazione». 
Paolone le offrì un lavoro? 
«Mi offrì di realizzare due piccoli film, uno sui castelli nel paesaggio laziale e un altro sull’Accademia musicale chigiana. Intervistai Giuranna, Navarra, Accardo, Gazzelloni e Franco Ferrara, mi sentii utile e onorato». 
Lei non aveva ancora esordito.
«Mio padre Mario, importante studioso di cinema, era stato selezionatore al Festival di Venezia e scriveva saggi su Bianco & Nero. Non era raro che alla porta si presentassero Pasolini o Fellini. Federico era insonne, proprio come me. Una volta lo incontrai di notte, in Via del Babuino, in attesa di salire su una macchina della Polizia. Mi faccio un giretto, sai com’è, non dormo niente. 
Su una macchina della Polizia? 
«Andava a curiosare nell’umanità che poi descriveva nei suoi film. Per un certo periodo, dopo aver chiesto permesso: Ti posso rompere i coglioni alle 7 del mattino? mi telefonava per raccontarmi quelle avventure notturne. Le scene che vedeva, l’allegria forzata, le solitudini». 
Le ha raccontate anche lei. 
«È la mia vena malincomica e non ci posso fare niente. C’è in tanti film: Un sacco bello, Bianco Rosso e Verdone, Compagni di Scuola». 
Uno dei suoi film più riusciti. 
«L’organizzatore lesse il copione e mi disse Non si ride, non ci ho capito niente, non è una commedia. Mario Cecchi Gori mi tirò letteralmente il copione addosso: È verboso, logorroico, ci sono 19 personaggi e non si ride. Prenderemo schiaffi da tutti. Andai da Benvenuti e De Bernardi, gli sceneggiatori, per annunciargli che forse il film non si sarebbe fatto. Fu drammatico». 
Cecchi Gori cambiò idea? 
«Mi aspettò al varco per criticarmi brutalmente e invece il film gli piacque. Avanzò con il sigaro in bocca a passi lenti: Mi freghi sempre, li giri meglio di come li scrivi». 
Era vero? 
«Non era vero, ma capivo il suo punto di vista. Fino a quel momento ero ancora quello che faceva i personaggi, i Furio o gli Oscar Pettinari e lo spiazzamento di Compagni di scuola gli sembrava eccessivo. Il primo politico che dice parole di sinistra e intanto si rinserra nel bagno a tirare cocaina, comunque, l’ho immaginato io in quel film. Ed era il 1988». 
Otto anni prima Sergio Leone aveva prodotto il suo esordio.
«Il ponte tra noi fu mio fratello Luca. Leone mi cercò e mi diede un appuntamento a modo suo: Puoi passà domani che te devo parlà?. Non me lo feci dire due volte e il giorno dopo arrivai in perfetto orario sulla porta della sua grande villa all’Eur. C’era un campanello mezzo rotto, ci misi il dito, presi la scossa tirando giù sei moccoli e poi entrai. Dentro regnava una confusione indescrivibile. Animali, copioni accatastati, voci miste. Poi si sentì solo il rombo di Sergio. Un tuono: Te devi tenè libbero, forse ho una proposta che te può piacè. Mi esaltai e gli passai con aria furtiva due o tre soggettini che mi ero portato dietro. Torna domani disse, mi offrì un bicchiere d’acqua e mi congedò». 
Il giorno dopo? 
«Era incazzato nero, sbraitava: Ma che monnezza m’hai portato? Non dovemo piagne qui, dovemo ride. Un sacco bello iniziò in quel momento. Dentro avevo la nitroglicerina, non mi pareva vero. Ennio Guarnieri, il più veloce operatore del cinema italiano, era sconvolto: Carlo io corro, ma tu te devi calmà, nun te riesco a stà dietro, se continui così il film lo finiamo in tre settimane».