Il Messaggero, 28 maggio 2017
Roma perde i grandi gruppi boom delle micro imprese
ROMA Il gigantesco palco montato nel sito archeologico del Palatino troneggia ormai da giorni in attesa del primo spettacolo. Un’opera rock su Nerone, l’imperatore passato alla storia per aver dato fuoco a Roma. Ma più che bruciare, oggi, la Città eterna si sta spegnendo. Lentamente e inesorabilmente. Le grandi imprese, il motore economico della Capitale, stanno silenziosamente facendo le valige. Se ne vanno. Sky, il colosso televisivo controllato dal magnate australiano Rupert Murdoch, che a Roma impiega 600 persone, ha da tempo annunciato il suo addio all’imponente palazzo di via Salaria. Si va a Milano, nel nuovo quartiere Santa Giulia, dove sorge la modernissima sede della multinazionale. Li troveranno posto 300 giornalisti e tecnici, mentre per altri 120 il destino si fa incerto. Nella capitale resterà solo un piccolo presidio. Quello di Sky è un caso che ha fatto rumore. Anche perché è stato un pesce pilota. Un apripista, una sorta di tana libera tutti nel settore dei media. Il quotidiano Libero ha annunciato la chiusura delle sede romana e anche Mediaset è pronta a seguire la strada, trasferendo altre 140 persone. Per tutti, ancora una volta, destinazione Milano. Persino la Rai, azienda pubblica, si vocifera, sarebbe tentata di riesumare il progetto di trasferire sotto la Madonnina la redazione del Tg2.
FUGHE E FALLIMENTIMa la fuga dall’Urbe non riguarda solo l’industria dei media. «La crisi», sostiene Michele Azzola, segretario della Cgil di Roma, «riguarda tutti i settori e sta accelerando». La Esso, il ramo italiano del gruppo Exxon Mobil, ha avviato le procedure per trasferire una parte dei dipendenti in Liguria. La sede romana non sarà chiusa, ma ridotta all’osso sì. Altri 50 lavoratori qualificati circa costretti ad emigrare. Senza contare la crisi dei call center, con i suoi 2 mila posti in bilico. La chiusura a Roma di Almaviva ha lasciato senza stipendio e ammortizzatori da un giorno all’altro 1.600 persone. Il più grande licenziamento collettivo da 25 anni a questa parte. Napoli, invece, si è salvata. E rafforzata. Una decisione non solo tecnica, ma anche politica. Altre 180 persone sono rimaste a spasso per il fallimento di Eldon, la società che a Roma controllava il marchio Trony e i suoi 8 punti di vendita. Senza contare la madre di tutte le crisi, quella dell’Alitalia con i suoi 12.500 dipendenti in bilico. Ed ancora. «Nel chimico farmaceutico», dice Azzola, «stiamo assistendo ad una riorganizzazione che sta portando la parte pregiata della produzione, la ricerca e lo sviluppo, sempre più verso il Nord e verso Milano in particolare». Èlo stesso sindacato a fare l’elenco dei caduti: la Mylan ha già spostato 125 persone, la Baxalta altre 60. E adesso qualche preoccupazione c’è anche per il destino della Sigma Tau, che si è fusa con Alfa Wasserman, creando dei duplicati in alcune funzioni con gli stabilimenti di Bologna e, ancora una volta, di Milano. Una tendenza che potrebbe essere accelerata se la capitale morale d’Italia fosse scelta come sede dell’Agenzia del farmaco, l’organismo europeo al quale dovrà rinunciare Londra dopo la Brexit e che potrebbe fare da calamita per tutto il settore accelerando ancora di più la Romexit. Persino l’Eni, sostengono i sindacati, sta sottotraccia spostando da tempo attività da Roma verso il Nord. Ma a raccontare questa realtà non sono soltanto i numeri. Basta fare un giro sulla via Tiburtina, la «Valley» romana, che da polo per le aziende tecnologiche si sta trasformando in una Las Vegas con le sue immense sale slot.
I NO CHE FRENANO
Milano, del resto, dopo il successo di Expo si candida a tutto. A sede dell’Agenzia del farmaco e a ospitare la Piazza finanziaria, anche questa orfana di Londra. Roma, invece, dopo il marchio infamante di «Mafia Capitale» è preda della paura, rinunciataria, sconfitta in partenza, capace di dire solo no, dalle Olimpiadi, alla Ryder Cup. E questo è un problema. «In questo momento», spiega Lorenzo Tagliavanti, presidente della Camera di Commercio di Roma «non competono le aziende, competono i sistemi. Anche aziende mediocri, in un contesto smart possono avere più possibilità di imprese efficienti che però si trovano in un contesto non ottimale». E oggi, spiega, è Milano a presentarsi come la «città delle opportunità». Una questione anche di narrazione. «A torto o a ragione», spiega ancora Tagliavanti, «Roma ha una comunicazione molto negativa, così oggi non solo ha il problema delle imprese che se ne vanno, ma soprattutto quello di non riuscirne ad attirare». Certo, come detto, Mafia Capitale non ha aiutato la narrazione. Ma nemmeno le buche, la disorganizzazione, le lentezze burocratiche. Oltre alla convinzione che a Roma gli stessi dipendenti si burocratizzano e sindacalizzano. La retorica, ormai quasi mitologica, che nella Capitale si lavora di meno. Eppure i numeri dell’economia romana sembrano raccontare un’altra storia.
La Capitale ospita 486 mila imprese, l’8% di tutte quelle presenti in Italia. Nel 2007 erano 421 mila. Insomma, negli anni della crisi a Roma sono nate 65 mila aziende. E sono cresciuti anche gli occupati di 190 mila unità. «A guardare questi numeri», spiega ancora Tagliavanti, «sembrerebbe che nella Capitale ci sia stato un vero boom di imprese. Ma la realtà», aggiunge, «è che bisogna vedere che tipo di imprese sono venute alla luce».
LA REALTÀ DEI NUMERI
Si tratta di piccolissime aziende, spesso nate dalla crisi di quelle maggiori. Se un’impresa di costruzioni fallisce, magari una parte degli artigiani si mette in proprio e apre una sua partita Iva. «Il vero boom», aggiunge ancora Tagliavanti, «è quello della polverizzazione delle imprese». Il fenomeno che in un rapporto sul Sud, lo Svimez ha definito come il downsizing del sistema produttivo. Si passa dal grande al piccolo, dove il piccolo non necessariamente significa bello. Anzi. C’è un altro numero che più di quello delle imprese nate aiuta a capire il paradosso romano: il valore aggiunto pro-capite. Se il numero delle aziende aumenta, a diminuire è il Pil prodotto da ogni lavoratore, sceso negli anni della crisi del 10,7%. Il maggior numero delle imprese, insomma, non equivale ad un beneficio per il prodotto interno cittadino. Anche perché la maggior parte delle aziende è concentrata nel settore del commercio, degli affittacamere, della ristorazione. Ancora una volta l’esperienza vale più dei numeri. Nel centro cittadino le botteghe storiche sono espulse dai kebab, dalle pizzerie al taglio e dai negozi di souvenir. La Capitale si spegne nelle magliette con impresso il Colosseo e la scritta «Ciao Roma».