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 2017  maggio 28 Domenica calendario

Vivere ai confini delle megalopoli. Richard Burdett spiega il caso sudamericano: aree vastissime e prive di tutto

Richard Burdett, urbanista, insegna alla London School of Economics, ha curato i progetti per le Olimpiadi del 2012 e, ancor prima, la Biennale architettura del 2006 che, come l’ultima di Alejandro Aravena, ha raccontato che cosa si fa nelle periferie di tutto il mondo per alleviare disagio, diseguaglianze, esclusione sociale. «Negli ultimi quindici anni è cresciuta la sensibilità di architetti e urbanisti verso questi temi. Parlo, ovviamente, di architetti e urbanisti che non si preoccupano solo di allestire quartieri di villette. Inoltre si è sviluppata una proficua collaborazione con amministratori locali».
Dove accade tutto questo?
«In molte aree del mondo, da Lagos a Mumbai, dove il fenomeno dell’urbanesimo galoppa. In alcune grandi città africane come Kinshasa si calcola una crescita di 50, 60 persone ogni ora».
E queste vanno a ingrossare le periferie?
«In gran parte sì. Ma attenzione: sono stato a Nairobi un mese fa e ho visitato Kibera, gigantesca baraccopoli di quasi 200 mila abitanti. Kibera è a dieci minuti dal centro direzionale. Se si allunga lo sguardo si vedono gli alberghi a cinque stelle».
Vuol dire che le periferie non sono solo le zone ai margini delle città?
«Sì, le periferie sono anche in centro, come sosteneva anni fa il sociologo Guido Martinotti. Non è una storia recente. In diverse città anche europee nelle zone centrali distrutte dai bombardamenti della guerra sono sorti insediamenti popolari che nei decenni sono diventati luoghi di povertà e marginalità. Quindi lo schema centro/periferia può valere ancora in qualche misura per Parigi, ma non più per Londra, dove di centri ce ne sono almeno tre. E dove ci sono periferie povere, ma anche ricche.
In generale direi che la crescita delle città non ha più la dinamica di un tempo, quando dal centro ci si espandeva verso l’esterno.
Questo meccanismo lo ritroviamo in parte per le grandi città sudamericane. Ma in ogni caso i temi più scottanti investono la qualità della vita di queste aree».
Vale a dire?
«Megalopoli come San Paolo, Rio de Janeiro o Città del Messico hanno conosciuto un’espansione quattro o cinque volte superiore alla crescita di popolazione. Questa espansione è sempre più diradata a mano a mano che si va verso l’esterno. Ed è qui che trovano sistemazione gli ultimi arrivati in città, qui dove, a causa della bassa densità, mancano trasporto pubblico, sistemi fognari, scuole: è troppo costoso raggiungere questi brandelli di città con i servizi».
Quindi la parola periferia può designare tanto le bidonville dove si vive ammassati, quanto i luoghi dove si vive sparpagliati?
«In entrambi i casi la qualità del vivere e dell’abitare è scadente. A San Paolo s’impiegano in media quattro ore al giorno per raggiungere i luoghi di lavoro. E dire che in Sudamerica l’urbanesimo, impetuoso fino ad alcuni decenni fa, ora è più lento. Ma non così in Africa e in Asia. In entrambi i casi, inoltre, queste zone sono invisibili alla politica».
Eppure in alcuni casi c’è collaborazione fra architetti e amministratori pubblici.
«Sì e ci tengo a sottolinearlo. Sono ormai tanti i casi di città resilienti, in grado cioè di adattarsi e di fronteggiare situazioni drammatiche. Quel che è accaduto in due città colombiane, Bogotà e Medellin, è noto.
Lì si è intervenuti soprattutto sul sistema dei trasporti e si è capito che facilitando le connessioni e l’accessibilità si potevano abbattere i tassi di criminalità. Episodi simili per fortuna si moltiplicano. E lì l’architettura dà il meglio di sé».