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 2017  maggio 28 Domenica calendario

La Padania vista dall’oblò

Oggi si va a vedere la Padania, conglomerato urbano, città diffusa e metropoli molecolare, composta di centri commerciali, svincoli autostradali, villette a schiera, capannoni, parcheggi, rotatorie, cantieri abbandonati. Il pullman ci attende. Sul fianco la scritta “Brescia Trasporti”. È fermo sul piazzale posteriore della stazione di Lambrate. Una piccola folla s’è radunata intorno: artisti, fotografi, architetti, giornalisti, scrittori. Tutti con lo zainetto. Siamo una quarantina. Appena aprono le porte dell’autobus saliamo e in breve tutti i posti sono occupati. Sono qui per la “Gita aziendale 2017” dei “Padania Classic”. Mi sono prenotato via internet rispondendo all’email di Filippo Minelli, fotografo: “1 aprile 2017, faremo giro turistico in bus alla ricerca di quello che siamo diventati, una giornata paradossale sull’identità partendo dalla lettura del paesaggio contemporaneo”.
Pesce d’aprile? Ho ricevuto il programma del “Tour del disastro”, “ricognizione collaborativa sul territorio della MacroRegione”. Si va e in breve entriamo nella tangenziale di Milano. Al microfono Filippo illustra il percorso. Ci hanno distribuito shopper con taccuino, penna sponsorizzata, macchina fotografica usa- e- getta, depliant con il percorso. Vi leggo una poesia, Ode al parcheggio: “Grazie parcheggio per essere così ampio,/ per darci la possibilità di scegliere dove stare/ con la certezza di un approdo sicuro”. Eccetera.
Due anni fa Minelli, Federico D’Abbraccio, Andrea Facchetti, Emanuele Galesi hanno pubblicato un libro di settecento pagine intitolato Atlante dei Classici Padani ( Krisis Publishing). Contiene un’esplorazione visiva del nuovo paesaggio della Padania, che s’estende dai confini del Piemonte sino alle pendici dei Colli Euganei. Dentro Lombardia, Emilia, Romagna e Veneto. Uno spazio fotografato palmo a palmo: cantieri, cave, discariche, monumenti, villette, supermercati, cartelloni, insegne, cascine, condomini, giardini, trattorie, bar, paninoteche volanti, luna park, centri sportivi, parchi acquatici, discoteche, centri massaggi, sexy shop, night club, chiese, e altro ancora. Spazio devastato e insieme vitale, dove abita quasi un terzo della popolazione italiana, dove le case monofamigliari s’alternano agli stabilimenti e ai villaggi artigiani, dove abbondano cavalcavia, viadotti, raccordi autostradali, il tutto tra filari di viti e campi di granoturco, mentre intorno appaiono discariche abusive, inceneritori, fabbriche abbandonate, muraglioni di cemento, gru, pannelli antirumore.
Il pullman procede sicuro lungo la colonna portante della Macro Regione: la A4, la Grande Madre della Padania. Fatto qualche chilometro, dopo aver superato il torracchione con i ripetitori di Mediaset, usciamo a Vimercate. La prima tappa è il Centro commercicale Mega degli anni Ottanta, precursore di questa tipologia di sviluppo. Siamo in una zona di condomini e il superstore è in realtà una piccola costruzione intorno a una cupola centrale. Colgo brani della conversazione tra due partecipanti, probabilmente architetti: «Questo è uno dei primi centri commerciali. Sembra minuscolo in confronto a quelli che sono venuti dopo. Hai notato la cupola e le colonne? Tutti questi supermercati hanno qualcosa del tempio classico o della chiesa. Passeggiare e fare acquisti».
Si va a Zingonia, città utopica fondata da Renzo Zingone, imprenditore romano, in provincia di Bergamo. Cinquantamila gli abitanti previsti. Hanno edificato capannoni industriali, torri residenziali, villette, un centro sportivo, cinema, hotel, ospedale, chiesa. Sono arrivate solo poche migliaia di persone. Oggi le torri giacciono in uno stato di degrado, abitate da una popolazione multicolore d’immigrati. A breve saranno demolite. Puntiamo sulla chiesa bunker con lunghi scivoli d’ingresso in cemento. Seguo i due architetti. Commentano: «Non è poi male. Un progetto di Vittorio Sonzogni. Le Corbusier in salsa padana».
Tutti in corriera. Si riparte. Di nuovo imbocchiamo l’autostrada. Siamo nel cuore pulsante del Paese, a destra e a sinistra una fila ininterrotta di fabbriche, impianti industriali, aziende, depositi. Qui si produce. All’improvviso compare la colonna di Giuseppe Gambirasio, torre dell’acqua a forma di colonna dorica che svetta nella campagna di Osio. I due architetti dietro di me: «Conosci la Colonna Desman che stanno per costruire vicino a Mira? Alta trecentodieci metri, quattordici di meno della Torre Eiffel. Un progetto pazzesco. Dovrebbe servire a rilanciare il turismo nella zona». M’intrometto: «Perché la costruiscono? A cosa serve?». «Alla gente piace salire in alto», mi risponde quello con la barba.
Il pullman ha raggiunto Orzinuovi e il centro commerciale che visiteremo. L’ingresso al paese è desolante. Sembra vi sia stata un’esplosione. Molti edifici sono abbandonati. La cattedrale è Ocean Park, progetto abortito. Dietro al centro commerciale ancora in funzione, c’è una sorta di gemello colorato: rovina piranesiana in stile neomodernista. Entriamo passando da un varco nella rete e qui, davanti al rudere, risultato di un crac immobiliare, posiamo per la rituale foto di gruppo. Ho perso di vista i due architetti, e non posso ascoltare la loro conversazione. È ora di pranzo e siamo diretti al Sushi Wok, ristorante a gestione orientale, dove ci accomodiamo. La sala non ha alcuna finestra che permetta di guardare fuori. La compagnia è allegra; il cibo mette tutti di buon umore. Mi siedo al tavolo con Filippo e uno studioso catalano, un fotografo, forse un architetto, che a Barcellona sta mappando il territorio. Si mangia e si beve piatti ibridi cucinati nel rituale tegame: cucina padano- cinese.
Ci attende lo Strip di Roncadelle, comune alle porte di Brescia: novemila abitanti con centri commerciali enormi. Annunciano al microfono i dati: dodicimila metri quadrati di megastore ogni mille abitanti. Record europeo. I due architetti si sono seduti in fondo al torpedone. Non riesco a raggiungerli. Converso con un giovane studioso. Riflettiamo su questo territorio. «Sembra un campo subito dopo la battaglia», mi dice. «Quale?», chiedo. «Quella che si è combattuta negli anni dell’inarrestabile sviluppo economico veneto- lombardo». «Cosa resterà di tutto questo?», chiedo. «Piuttosto: cosa descriverà lo zeitgeist padano di questi anni irripetibili?», dice lui.
Andiamo dritti verso l’Autostrada Fantasma, com’è chiamata sul depliant del viaggio, un tratto autostradale detto l’Elastico, che doveva raccordare la circonvallazione di Brescia e l’autostrada A4. Scendiamo e abbracciamo ritualmente i piloni di cemento che si ergono solitari nel vuoto di questa campagna. Mentre il pullman cerca l’imbocco di un’altra autostrada fantasma, la BreBeMi, uno dei viaggiatori, uno sconosciuto seduto proprio dietro di me, racconta la storia della ragazza fantasma. «Nel dicembre del 1999 alle 5.20 del mattino una ragazza bionda fu investita su uno svincolo autostradale dalle parti di San Pelagio, verso Venezia, A13. La stessa ragazza fu vista in altri luoghi autostradali: uno svincolo della A1 vicino a Parma, poi a San Giuseppe nei pressi di Brescia. Le fu dato un nome: Melissa. I guidatori che credevano d’averla travolta, s’incontrarono in una trattoria della zona di Brescia, per parlare dell’apparizione». Di colpo sono dentro le storie dei Narratori delle pianure di Gianni Celati, lo scrittore che negli anni Ottanta ha raccontato quello che oggi appare un luogo comune: le campagne appaiono simili alle periferie urbane delle città, luoghi abbandonati, devastati, sfigurati.
Siamo prossimi alla fine del viaggio. Tardo pomeriggio. Percorriamo la BreBeMi, superstrada che collega la campagna bresciana a quella milanese.
Non c’è nessuno. Solo qualche rara automobile. Non un distributore di benzina, non un punto di ristoro. Siamo nel nulla, un nulla che a forza di percorrere questa landa m’è entrato dentro. Cado preda del sonno. Mi risveglio quando arriviamo nel piazzale della stazione di Lambrate. Sarà stato tutto un brutto sogno?