la Repubblica, 28 maggio 2017
Nel villaggio dei «rurbani»
Conoscete Bruère – Allichamps? Probabilmente no. Eppure questo comune di seicento abitanti, nel dipartimento dello Cher, è considerato come l’esatto centro geografico della Francia. L’ho scoperto nel 1976 – all’età di dieci anni – grazie a L’argent de poche di François Truffaut. L’incipit del film ha affascinato la mia mente infantile: lo spettatore scopre un bar e poi una piazza piantata nel bel mezzo di una strada statale, ove troneggia una colonna in pietra sormontata da una bandiera tricolore, a simboleggiare il centro del Paese.
A quarant’anni di distanza, quest’immagine continua ad affascinarmi. Attraverso le sue prospettive e il gioco d’insieme dei suoi elementi, mi sembra dotata di una geometria perfetta, come un qualcosa che trovi la sua collocazione. L’immagine di una nazione? Ma quale? Sono venuto qui per incontrare gli abitanti e cercare di comprendere cosa significhi vivere al “centro esatto” della Francia… E devo dire, senz’ombra di ironia, che per me questo viaggio di duecentosettantacinque chilometri da Parigi a Bruère-Allichamps è stato, in assoluto, il più istruttivo e toccante che abbia fatto finora. Al tempo di internet, in un’epoca ricca come mai in passato di mezzi d’informazione e comunicazione, è impressionante scoprire quante cose si ignorano del proprio Paese. I miei incontri con gli abitanti mi hanno permesso di tratteggiare, come in un assemblaggio di dati cartografici e umani, un ritratto di quello che si è soliti definire il “francese medio” – ma preferisco il termine di “mediano”. In contrasto con l’immagine di arroganza – a volte giustificata – che i miei connazionali veicolano all’estero, ho incontrato uomini e donne prudenti, di una profonda semplicità. Un po’ chiusi e inizialmente diffidenti, i miei interlocutori hanno dimostrato un’affettuosa, commovente generosità.
Come hanno sottolineato tutti gli abitanti più anziani, Bruère- Allichamps, che pure possiede un ricco patrimonio storico e un tessuto associativo dinamico, è diventata una «città dormitorio». In questo comune rurale prevale ormai l’anonimato delle grandi città. «Le giovani coppie che vengono a vivere qui non cercano più di integrarsi, bastano a se stesse», mi hanno spiegato. «Non c’è più l’interesse di prima per la vita del villaggio. Non siamo neanche più veramente in campagna…». Si tratta di un fenomeno specifico della Francia?
Bruère- Allichamps è emblematica di una mutazione fondamentale della nostra società, iniziata una ventina d’anni fa: questo villaggio fa parte di quella che recentemente il geografo Christophe Guilluy ha definito “la Francia periferica”. Contrariamente alla Bourgogne in cui sono cresciuto negli anni Settanta, popolata di agricoltori e allevatori, le campagne di oggi sono abitate per lo più da famiglie operaie o provenienti dai ceti popolari. Cacciate dalle città dove il costo della vita è divenuto esorbitante, si sono spostate oltre le banlieue, nelle zone “periurbane”. Per questi cittadini di tipo nuovo si è coniato il termine rurbain (rurale e urbano). Il rurbain francese vive nel verde ma lavora in città. Da questo punto di vista Bruère-Allichamps è esemplare. Nel 2012 gli operai rappresentavano il quaranta per cento della popolazione attiva, e gli agricoltori… lo zero per cento. Gli abitanti lavorano per lo più nelle città di Bourges, Montluçon o Vierzon, e si fanno anche centocinquanta chilometri al giorno per recarsi al lavoro.
In questi spazi periurbani vive oggi quasi l’ottanta per cento dei ceti popolari. Si è colpiti dal constatare fino a che punto questa nuova cartografia sociologica coincida con quella elettorale. Di fatto, è in questi territori che da una quindicina d’anni l’estrema destra ha registrato un’avanzata spettacolare. Il primo turno delle presidenziali conferma l’immagine – a somiglianza degli Stati Uniti di Trump o dell’Inghilterra della Brexit – di un Paese scisso tra città e campagna. A Bruère-Allichamps, il 23 aprile Marine Le Pen (il cui partito aveva totalizzato il quaranta per cento dei voti alle regionali del 2015) è arrivata in testa col ventinove per cento; mentre nel mio comune di Bourg-la-Reine, alle porte di Parigi, è rimasta al… cinque per cento.
Come siamo arrivati a questo punto? Per molto tempo ho fatto parte di quella popolazione urbana che non comprendeva, o non voleva comprendere questo fenomeno, immaginando la campagna come l’avevo conosciuta trentacinque anni fa: prospera, agreste e ( relativamente) protetta. Oggi quei ceti popolari, colpiti in pieno dalla crisi della deindustrializzazione, privati di trasporti, strutture commerciali e servizi pubblici, vivono una sensazione profonda di abbandono, che l’estrema destra ha saputo canalizzare. A Bruère-Allichamps non ho percepito risentimento nei riguardi della capitale, ma un’impressione di distanza. «Parigi è lontana», mi hanno detto, «è all’altro capo del mondo». Come se vivessimo in due Paesi diversi, separati da una frontiera, che non comunicano più tra loro. Credo sia tempo di riprendere il dialogo in Francia. Ci si accontenta troppo spesso di stereotipi riduttivi, a tutto vantaggio dei promotori dello scontro: da un lato i “bobos intellos”, gli intellettuali radical chic, dall’altro i “ploucs”, gli zotici ignoranti. L’elezione di Macron deve segnare l’inizio di un lavoro urgente e colossale: riconciliare questi due Paesi – il mio Paese.