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 2017  maggio 28 Domenica calendario

LIBRO IN GOCCE NUMERO 136 (Eleganza Fascista)   Vedi Biblioteca in scheda: manca Vedi Database in scheda: manca   AL REGIME NON PIACCIONO LE MAGRE Moda

LIBRO IN GOCCE NUMERO 136 (Eleganza Fascista)
 
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AL REGIME NON PIACCIONO LE MAGRE
Moda. «Una moda italiana non esiste ancora; crearla è possibile, bisogna crearla» (Benito Mussolini, novembre 1932).
Straniero. «Non bisogna combattere contro il lusso, ma contro il lusso d’importazione straniera» (Lydia De Liguoro, fondatrice della rivista di moda «Lidel», nel 1920).
Ville d’Orleans. Racconta De Liguoro, durante una riunione al Fascio femminile di Milano nel 1920: «Un modello riuscitissimo, chiamato Villa d’Este, venne dalla Casa presentato con orgoglio, quale creazione propria, ma le sue clienti ostinatamente lo scartarono. Trasformato il modello in Ville d’Orleans della casa parigina K.Y. ottenne un immediato successo per tutta la stagione. Senza commenti!».
Guerra. Per sopperire alla crisi economica provocata dalla Prima guerra mondiale, De Liguoro aveva lanciato una campagna propagandistica la cui parola d’ordine era: «Non comprare».
Lusso. Tra le iniziative per combattere il lusso, vi fu quella della rivista genovese «La Chiosa» che indisse un referendum per adottare un tipo unico di vestito: il tailleur; e quella della contessa Rucellai, che a Firenze diede un ballo dove era di rigore indossare la “tuta” disegnata dal futurista Thayaht.
Tuta. La tuta, spiegata dallo stesso Thayaht su un volantino pubblicitario abbinato alla Nazione: «1) Tuta la stoffa (metri 4,50, alto 0,70) viene utilizzata e non rimane nemmeno uno sciavero, dunque c’è economia di tessuto; 2) è una combinazione tuta d’un pezzo col minimo di cuciture, dunque economia di fattura; 3) veste tuta la persona e, con soli sette bottoni e una semplice cintura è già a posto, dunque economia di tempo; 4) fra poche settimane tuta la gente sarà in tuta e la maggior comodità, il senso di benessere, la completa libertà di movimento, darà a chi la indossa un senso di effettivo risparmio di energia. La consonante perduta si ritrova nella forma stessa della tuta che ha appunto la forma di una T».
Proletario. «La tuta piaceva alle operaie come alle signore e assumeva valore proletario, oltre che economico e spiacciativo, stoffa da poco, due cuciture soltanto, parellele, i buchi per il collo e le braccia. Quando la si volle nobilitare, si adottarono stoffe e cimosa, e le bordure dovevano servire da guarnizione» (Irene Brin, 1989).
Importazioni. In base a una statistica effettuata nel 1931 risultò che l’Italia importava annualmente oggetti di abbigliamento per un miliardo di lire e che assorbiva circa un terzo delle esportazioni francesi.
Fisico. Il fisico della donna ideale, secondo lo scienziato endocrinologo Nicola Pende, nel 1937: 1,56/1,60 metri di altezza; 55/60 chili.
Donna. «La donna italiana ha, per sua fortuna, una solida struttura tale da permetterle qualsiasi moda: tanto meglio se questa sarà razionale. Ma digiuni per conseguire linee impossibili non ne farà: tacchi alti per far deviare gli organi più vitali non ne porterà; calze velate in inverno per aprire la via ai reumatismi non ne conoscerà. Meno che mai ricorrerà a straordinari strumenti di tortura per comprimere il bel corpo fiorente».
Antidimagrante. Nel 1932 il regime fascista pubblicizzò una campagna antidimagrante.
Sottile. Secondo gli esperti dell’epoca, la caratteristica della donna alta e sottile «è la disposizione alle malattie e inoltre la sua eccitabilità sessuale è minore».
Trousse. La trousse, secondo un trafiletto della rivista «La Donna», era indispensabile sia per ricostituire la bellezza lì dove si scompone, sia nei momenti «noiosi o difficili della conversazione. Se una donna non sa cosa dire o cosa rispondere, se non vuol ridere a una storiella troppo arrischiata... apra subito la trousse...» e si specchi «finché l’operazione dura, s’intende che non può parlare. È come appartata, lontana».
1937. «La donna cerca ora nella Dietrich (sfinge floreale), ora nella Harlow (dattilografa pagana) uno stile, ma invano; oscilla tra la vecchia Europa e l’America, si getta dove vede un costume ma non riesce più a farsi una fisionomia. «Riprendiamo la veletta? Mastichiamo la gomma? Tacchi bassi? Golf o pelliccia d’ermellino? Direttorio o moda paesana? Sfinge o impiegata sportiva? Al volante o sui prati a raccogliere margherite?” La donna del 1937 non sa» (Leo Longanesi, 1936).


Giorgio Dell’Arti, Domenicale – Il Sole 24 Ore 28/5/2017