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 2017  maggio 28 Domenica calendario

Cento sfumature di periferia

Imbottigliato in un pomeriggio qualunque di un qualunque giorno feriale sul Boulevard Périphérique tra Porte de la Chapelle e Porte de Clignancourt, lo sguardo dal taxi si perde tra sedi di compagnie internazionali, residui di un’edilizia povera e simulacri ancora abbandonati di architettura industriale.
Non c’è in quest’esperienza condivisa con migliaia di parigini neanche la rabbia di Corinne e Richard in uno dei più noti piani sequenza del cinema: quello di Week End di Jean- Luc Godard. C’è solo una rassegnata attesa. In realtà di périphérique quell’anello ha solo il nome. Il paesaggio urbano attorno non porta tracce di quella distanza tra centro e faubourgs che fu la prima matrice di una parola, periferia appunto, ormai diventata un contenitore senza patria e genealogia.
Una parola che è nata in una cultura e a fronte di politiche che disegnavano e raccontavano una metropoli bipolare, costituita da un centro e da quartieri, borghi, faubourgs distanti, unicamente residenziali e quasi autonomi, ha perso quasi di senso. Quella metropoli forse così non è mai esistita, certamente oggi è profondamente diversa. Convivono fianco a fianco nella stessa periferia parti progettate e realizzate, spesso nei diffamati anni Venti e Trenta, che recuperate e restaurate sono diventate esempi quasi didascalici di gentrification, capannoni un tempo industriali trasformati in loft che ospitano piccole industrie innovative o variegate forme di art publique, nuclei di emarginazione, povertà e segregazione sociale, possibili germi di radicalizzazione religiosa e politica. Oggi gli immaginari e lo stesso statuto scientifico della periferia sono in discussione. Ed è questa profonda diversità che è necessario indagare e rispetto alla quale mobilitare politiche non banali o superate prima ancora di… iniziare.
Si è periferici rispetto a un centro, ma anche il centro ha mutato la sua natura e le sue funzioni. Anne Clerval ha riassunto nel settembre 2013 questa nuova condizione urbana con un titolo brutale: Paris sans le peuple. E la sua analisi può essere, almeno in Europa, estesa a molte città: da Londra a Bruxelles, da Roma a Madrid, da Francoforte a Stoccolma o a Rotterdam. In questo contesto anche alcuni miti della pianificazione degli anni Venti e Trenta del Novecento hanno subìto, nel porto delle nebbie di una trasformazione urbana vagamente indicata come urban sprawl – le Siedlungen a Francoforte, i quartieri funzionalisti di Paul Hedqvist e David Dahl a Stoccolma – un processo di violenza sociale e simbolica.
Collocati volutamente lontani da centri che erano sinonimi di quella possibilità di incontro casuale che è la vera ricchezza della metropoli, negli ultimi quindici- vent’anni questi quartieri, inizialmente in nome di un altro mito delle politiche urbane rifomiste, la mixité sociale e funzionale, hanno subìto una valorizzazione patrimoniale che ha sfruttato il loro ormai acquisito valore simbolico per mutarne funzione e struttura sociale. L’arrivo di popolazioni più ricche, in grado di investire per riabilitare architetture, da espediente per rigenerare quartieri in abbandono è diventato il fine di operazioni non solo immobiliari. Il caso del quartiere Le Corbusieriano di Pessac nell’allora periferia di Bordeaux, testimonia quali conflitti tra associazioni di proprietari si possano attivare sull’appropriazione di architetture simboliche e sul significato stesso della loro originalità.
E questo avviene mentre i centri delle città diventano sempre più scene di rappresentazione ( della storia della città e dei suoi cittadini illustri) per un turismo globalizzato che trasforma la storia in un valore aggiunto di una narrazione necessariamente semplificata e funzionale a un consumismo turistico che ha in Belleville – nella periferia parigina – e in Kreuzberg, a Berlino, due esempi sin troppo iconici. La patrimonializzazione è allora l’ennesima espressione delle Gorgoni dell’urbanistica contemporanea in epoca neoliberale?
Oggi in realtà un’altra, storica funzione urbana sta mutando: il processo di continuo filtering che la città opera nei confronti dei ceti sociali più deboli è entrato in crisi, come per altro tutte le forme di mobilità sociale. La rigidità di questo nuovo funzionalismo di mercato è in realtà reso più estremo dal consumo turistico e di residenza occasionale dei cosiddetti centri storici: oggi persino il Café de Flore, luogo di incontro preferito di Sartre, Camus, Queneau nel Quartiere Latino è entrato nei tour delle più ricercate agenzie turistiche. Tutta l’architettura che ha una storia (antica o novecentesca) entra nell’orbita di una visione mordi e fuggi della città e di una residenza brutalmente distribuita secondo le regole di un mercato tutt’altro che impersonale e che usa simboli, valori storici, persino architetture autoriali, per differenziarne uso e destinazioni.
La periferia che non entra in questo processo di patrimonializzazione esiste: è la periferia che in Francia si chiama pavillonnaire e nei Paesi anglossassoni della residenza back to back.
Quelle strade costruite da case di un piano fuori terra tutte eguali o da case unifamiliari, divise solo da un muro o da un minuscolo cortile. Proprio quell’architettura che era la forma estrema dell’individualismo Hobbesiano o se si vuole una delle figure fondamentali dell’individualità abitativa, con un paradosso quasi blasfemo resta al di fuori dal nuovo funzionalismo di mercato e contemporaneamente offre alle diverse forme di marginalità ospitalità e protezione. Se a Londra esistono quartieri come Enfield e Ponders End, luoghi privilegiati di disordini sociali e etnici sin dal 2011, questi sopravvivono anche perché in quelle architetture si può scomparire come nelle soffitte della Parigi del secondo Settecento raccontate da Daniel Roche in Le peuple de Paris.
Il nuovo funzionalismo ha bisogno di questi spazi in cui le regole informali non creano solo disagio. Studiando Saint- Denis e Aubervilliers (diventati dopo il Bataclan quasi sinonimo di classes étrangères et lieux dangereuses, facendo il verso a un famosissimo testo dello storico francese Louis Chevalier), Marie- Hélène Bacqué e Yves Sintomer avevano offerto, già nel 2001, le chiavi per decifrare quelle che loro chiamavano affiliations et désafilliations: parole che diversamente declinate diventeranno autentiche ossessioni. Quelle che è improprio persino chiamare periferie generano oggi forme di solidarietà e di condivisione, non solo di esclusione: e richiedono, per poter essere raccontate, immaginari molto diversi.
Nel 2015 due studiose di Oxford, Juliet Carpenter e Christina Horvath curano un testo – Regards croisés sur la banlieue – esito di ricerche e di un seminario del 2013. Le tesi che quel libro sostiene riguardano la forza delle narrazioni e l’inesistenza di forme narrative che nascano dagli abitanti delle periferie, in grado di mettere in discussione equazioni ormai quasi ossessive, spesso tradotte in politiche profondamente semplificatrici: periferia e degrado, banlieue e marginalità, suburbia e violenza. Gillian Jein racconta invece l’evoluzione dei quartieri parigini lungo il Canal de l’Ourcq che segna la banlieue nord di Parigi, attraverso i volti delle persone che li hanno abitati dal dopoguerra. Da dove allora ricominciare per parlare di politiche urbane?
Escono in questi anni libri in ogni lingua su quelle aree urbane che con un’immagine che è restata la più affascinante, Sébastien Mercier già nel 1781 chiamava Jardins du Soubise: quelle aree delle metropoli, residuali e interstiziali in cui le regole sociali che gestivano quegli spazi erano del tutto informali. Oggi con l’ennesimo paradosso quelle aree sono indicate come gli spazi pubblici della città contemporanea da cui ripartire con politiche di ricucitura urbana sociale: le aree del nuovo progetto pubblico, come sottolinea nelle sue conclusioni del recente Spazi che contano Cristina Bianchetti.
Paolo Grossi racconta – vale la pena richiamarlo – già nel 1992 come in realtà privato e pubblico siano una costruzione sociale ottocentesca. Oggi forse ripensare quali siano gli spazi che contano potrebbe almeno evitare di farne un sinonimo di spreco, rischio e spesso di corruzione. La scena della riesumazione delle salme dal vecchio Cimitero Flaminio di Prima Porta in Sacro GRA forse meglio di tutte aiuta a restituire gli scheletri negli armadi che parole come periferia si portano dietro e a iniziare davvero un’altra narrazione. Su questa base, sulla base cioè di una capacità di non ridurre la realtà a immagini semplici e ovviamente comunicative si possono avviare politiche che valorizzino processi già in atto, come quelli che hanno popolato il porto di Marsiglia e quello di Porto, non più di vent’anni fa impraticabili, di una vita sociale impensata. Quelli che erano luoghi in cui non si poteva entrare, oggi sono laboratori sociali, artistici, scientifici.