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 2017  maggio 28 Domenica calendario

«Se non avessimo giocato sarebbero morti in mille»

«Se non l’avessimo giocata ne sarebbero morti mille, non trentanove». Il tempo fa un mestiere strano, più che altro cancella ma a volte precisa, definisce. Massimo Briaschi dice che dalla notte dell’Heysel, 29 maggio 1985, è come se certi contorni fossero più netti. «Sono le fotografie che porto dentro. La mattina andammo alla Grand Place per fare due passi, ma non scendemmo neppure dall’autobus. C’erano già centinaia di inglesi ubriachi, casse di birra sui tavoli, vetri a terra. Bruxelles ci fece paura e tornammo in albergo».
Fu presto sera, un tramonto stupendo, di fuoco. «I vari settori dello stadio erano separati da reti da pollaio e c’erano file di gendarmi in verticale, uno ogni due o tre gradini. Mai vista una cosa simile, una specie di cordoncino umano. Però, lì per lì lo noti e non lo consideri, non ci pensi. Io poi avevo la grana del ginocchio». Serve onestà, dentro lo spessore degli anni trascorsi, per non concedersi ricordi ipocriti. «Il mio legamento crociato era rotto ma non avrei mai rinunciato alla finale. Feci una prima infiltrazione, poi la seconda. Mi rivedo nell’angolo dello spogliatoio e intanto arrivano le prime notizie confuse, c’è un morto, forse due, si sono menati, hanno attaccato con i cavalli. E io penso che se la partita non comincia, cesserà l’effetto delle iniezioni».
Nessuno, tra coloro che c’erano, ha mai smesso di vivere l’Heysel. Se lo dice è un ipocrita. «Si cominciò lentamente a intuire la portata del dramma, dico intuire perché il numero dei morti ci venne comunicato in pullman, dopo la finale, neanche allo stadio. Andammo sul campo in cinque o sei giocatori per parlare sotto la curva dei nostri tifosi, che era dall’altra parte rispetto al muretto crollato. Dicevamo state calmi, giocheremo per voi, lo stesso messaggio letto dal povero Scirea e da Neal prima del fischio d’inizio. E vi assicuro che se non ci fossimo mossi noi, quella gente non l’avrebbe tenuta nessuno».
I morti adagiati sulle transenne come barelle, le tracheotomie fatte al volo da medici accorsi quasi per caso, le facce viola e gonfie dei cadaveri. Le bandiere a terra, le scarpe spaiate. Brandelli di vestiti di bambini. La partita, dopo, è un sogno senza parole, una nebbia, un mancamento. La più assurda, la più crudele ma anche la più necessaria dell’intera storia del calcio.
«Restai in campo per 84 minuti, poi mi sostituì Prandelli. Avevamo aspettato quella notte come la più importante della nostra vita, ci sentivamo al sicuro, volevamo vincere finalmente la prima Coppa dei Campioni della Juventus. Ma niente era normale, intatto. Chi se ne frega se il rigore non c’era. Vincemmo, ma solo perché l’avevamo dovuta giocare. Il presidente federale Sordillo ci chiese di fare il giro del campo col trofeo, e di farlo durare il più a lungo possibile perché i nostri tifosi restassero sulle gradinate mentre gli hooligans stavano uscendo. Quanto si è speculato su quel giro di campo, e su troppe altre cose. Io dico solo che quella notte ci toccò viverla. E chi non c’era porti rispetto».