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 2017  maggio 28 Domenica calendario

G7 senza Trump

TAORMINA Inutile G7, sì: ma come sostituirlo? Il bilancio di Taormina è fallimentare e lo sottolinea lo strappo al galateo dei due maggiori protagonisti. Donald Trump e Angela Merkel se ne sono andati in gran fretta, saltando perfino il rito della conferenza stampa finale. Trump è un noto maleducato ma la Merkel no, eppure perfino lei era visibilmente irritata e ha parlato di «risultato insoddisfacente». Si riferiva al mancato accordo sul clima, ma il giudizio si applica all’intero vertice. Non per colpa della presidenza italiana. A condannare il formato del summit è stata la formidabile svolta politica maturata negli ultimi 12 mesi, tra Brexit e l’ascesa di Trump alla Casa Bianca. Uno shock vero, di cui cominciamo a misurare tutte le ripercussioni. Proprio le due nazioni “anglo”, che erano state all’origine della rivoluzione neoliberista ai tempi dell’asse Reagan-Thatcher, trent’anni dopo incarnano l’evoluzione in senso opposto: dal globalismo al nazionalismo.
L’idea stessa di una governance globale, di una “cabina di regìa” per affrontare le sfide planetarie, appartiene a un’altra èra. Ci credettero i padri fondatori del primo esperimento di governo mondiale, il G5 pensato dalla Trilaterale, a un’epoca in cui l’Occidente doveva fronteggiare lo shock energetico e l’Europa aveva un forte binomio franco-tedesco con Schmidt e Giscard. Investirono in questa architettura geopolitica Bush padre e Bill Clinton che attraverso il G7 e poi il G8 pilotarono la Russia di Eltsin verso il capitalismo e la Cina dentro il Wto. Brevemente ebbe un ruolo il G20 quando Obama, Gordon Brown e Mario Draghi lo usarono per coordinare i salvataggi bancari del 2009.
Ma Trump? Lui non sa che farsene di un G7. È coerente col mandato dei suoi elettori, a cui promise America First. Eredita un’antica diffidenza della destra americana verso tutto ciò che è sovranazionale (dall’Onu al Fmi). Vi si aggiunge la novità populista: una critica radicale alla globalizzazione – non dissimile dal bilancio negativo che ne fa la sinistra di Bernie Sanders – che coinvolge nella condanna gli istituti della governance globale. Se le liberalizzazioni a oltranza e l’abbattimento delle frontiere ci hanno portato la stagnazione economica più l’Isis in casa nostra, alla larga dai G7 che sono associati a quel progetto.
Trump ha in mente una geopolitica alternativa? Pur nella sua superficialità e rozzezza, e tenendo conto che questo era il suo primo viaggio all’estero, il presidente americano istintivamente propende per i rapporti bilaterali. In un viaggio con alti e bassi, si è trovato a suo agio con il re saudita e con Benjamin Netanyahu, non ha disdegnato il pranzo a due con Emmanuel Macron che deve ricordargli un po’ suo genero Jared Kushner (coetanei e banchieri tutti e due). Trump ha dato il peggio di sé nei consessi multilaterali, insofferente e accigliato, anche prepotente: vedi le sgomitate con cui ha “accolto” nella Nato il premier montenegrino. Dietro il body-language c’è una sostanza: all’America del nazional- populismo forse conviene reimpostare le relazioni internazionali su basi bilaterali, dove il suo potere contrattuale è preponderante? All’Inghilterra di Brexit lui propose subito di cominciare a negoziare un nuovo trattato commerciale tra Londra e Washington. Ma il multilateralismo era l’architrave di una Pax Americana, il progetto egemonico che da Roosevelt in poi ha visto gli Stati Uniti capaci di proporre un sistema di regole da cui una vasta schiera di alleati ricavava benefici. Sfasciarlo e rimpiazzarlo con tanti negoziati bilaterali è un salto nel buio.
C’è chi per consolarsi del flop di Taormina descrive la dinamica del vertice come “sei contro uno”. E magari ne deriva una fantasiosa speranza. Un G6 senza l’America, che affronti le grandi sfide globali lasciando Trump nel suo isolazionismo. Una bella favola a lieto fine? Ma non c’è “sei contro uno”. Il giapponese Shinzo Abe ha tutt’altri problemi in testa, dall’espansionismo cinese alla follia nordcoreana. Theresa May, nell’aspro negoziato Brexit che l’attende, tenterà sempre la carta del rapporto preferenziale con l’America. Quel che resta, dunque, è il trio Merkel- Macron-Gentiloni. Se davvero fossero coesi tra loro, solidali e decisionisti, farebbero funzionare intanto quella cosa che si chiama l’Unione europea.
Tra poco più di un mese l’esercizio si ripete. Destinazione Amburgo, presidenza tedesca, versione allargata della governance globale: il G20. Lì Trump si troverà di fronte l’unico che può dargli del filo da torcere, Xi Jinping. Il G20 ha il vantaggio di essere rappresentativo dei nuovi rapporti di forze mondiali perché include le maggiori economie emergenti; mentre il G7 fotografa un mondo in dissolvenza, il club dei ricchi di una volta. Ma a raffreddare gli entusiasmi di chi specula su nuove “geometrie”, alcuni dati. I cosiddetti Brics (Brasile Russia India Cina Sudafrica) sono un acronimo inventato da un economista della Goldman Sachs… ancora lei. Non sono una realtà politica uniforme, dotata di una strategia alternativa all’Occidente. L’unica che ha un piano è la Cina, con la Nuova Via della Seta. Affascinante scommessa imperiale proiettata sul medio-lungo termine. Ma negli ultimi 25 anni è stata proprio l’ascesa cinese e la sua cooptazione in una visione del mondo “alla Goldman Sachs”, una delle cause profonde che hanno generato Mister Trump.