la Repubblica, 27 maggio 2017
Ecco il telescopio da guinness che cercherà la vita nel cosmo
CERRO PARANAL Un altopiano con sfumature rosso rame, un cielo stellato così intenso da assumere a tratti riflessi violacei, un vento a 70 all’ora che fischia tra le pietre e porta la temperatura a meno dieci. Il paesaggio è talmente inospitale da essere sfruttato dalla Nasa per testare i rover marziani. Sulle Ande cilene del deserto di Atacama ci si sente un po’ in bilico tra Terra e spazio. E non è un caso che proprio dai 3mila metri di Cerro Armazones si stia partendo per una nuova tappa della ricerca della vita nell’universo. Qui ieri è iniziata la costruzione del telescopio ottico più grande del mondo.
«Potremo trovare pianeti simili alla Terra e per la prima volta sapremo dire quali elementi contiene la loro atmosfera, capendo se ci sono indizi di vita». Michele Cirasuolo coordina l’aspetto scientifico di quello che sarà l’ European Extremely Large Telescope: uno specchio monstre che con i suoi 39 metri di diametro quadruplica i più potenti strumenti di oggi. A 2600 metri di quota e due ore di strada nel deserto da Antofagasta, la città più vicina, si trova la base degli astronomi che già da una ventina di anni lavorano con il “fratello minore” di E-Elt, il Very Large Telescope. L’osservatorio di Paranal sorge sul cocuzzolo accanto a Cerro Armazones, dove era prevista la posa della prima pietra di E-Elt con i rappresentanti delle ditte italiane incaricate della costruzione (ottica esclusa) Astaldi, Cimolai ed Eie, la presidentessa cilena Michelle Bachelet, l’ex ministro Stefania Giannini e il presidente dell’Inaf, l’Istituto nazionale di Astrofisica, Nicolò D’Amico. «Ma le condizioni meteo e di vento non permettono lo svolgimento della cerimonia in sicurezza» ha fatto sapere all’ultimo momento l’Eso, l’European Southern Observatory, spostando tutto al caldo della Residencia di Paranal.
L’Eso, organizzazione di 16 paesi, fra cui l’Italia, sulle Ande cilene gestisce già una costellazione di telescopi all’avanguardia. Ma ora ha deciso di calare l’asso dell’astronomia mondiale. Per E-Elt ha previsto un miliardo di euro, con la prima stella che dovrebbe cadere nel suo specchio nel 2024. «Il telescopio non avrebbe mai visto la luce senza Giovanni Bignami, che all’ultimo momento convinse la Francia a votare sì» racconta Roberto Tamai, che sovrintende all’intero progetto, ricordando il grande astrofisico scomparso mercoledì.
«E-Elt dall’Europa potrebbe vedere un cucchiaino a New York» racconta Cirasuolo. «Distinguere i due fari di una macchina sulla Luna e riuscirà a vedere le stelle nate 13 miliardi e mezzo di anni fa». L’alba dell’universo. Solo da qui, dall’emisfero sud, si potrà puntare il centro della galassia con il suo buco nero grande come quattro milioni di soli.
Vento e freddo saranno nemici costanti di operai e ingegneri (350 a regime) che trasformeranno Cerro Armazones in un alveare. Qui si registra la piovosità più bassa del pianeta e le notti limpide sono 350 all’anno. Condizioni ideali per guardare le stelle, ma non per lavorare. L’Italia per realizzare la struttura del telescopio si è aggiudicata la più grande commessa della storia dell’astronomia di terra (400 milioni). Il consorzio è guidato da Astaldi (60%) e Cimolai (40%), con Eie Group come progettista. Ad Armazones dovranno costruire la piattaforma e la cupola di E-Elt: 5mila tonnellate (più altre 3mila di lenti) alte 90 metri, poggiate su una base di 100, con un volume simile al Colosseo. Gli specchi dovranno ruotare inseguendo le stelle con la leggerezza di una farfalla. «Non devono esserci attriti. Il movimento deve essere liscio come velluto» spiega Stefano Stanghellini, progettista di E-Elt per conto dell’Eso.
Ma raccogliere la luce di 100milioni di occhi umani non basterebbe ancora al gigante dei telescopi per distinguere due fari sulla Luna, senza la cosiddetta “ottica adattiva”. Ancora una volta, la sua realizzazione è affidata all’Italia. «Per quanto Atacama offra condizioni ideali, ci sono sempre turbolenze nell’aria» spiega Emiliano Diolaiti, ricercatore Inaf e responsabile dello strumento Maory in costruzione per E-Elt. Il suo sistema di laser, specchi, computer e 5mila motori “attuatori” incaricati di modellare uno dei cinque specchi del gigante come se fosse di gomma, ha il compito di controbilanciare le aberrazioni dell’atmosfera. Dovrà cioè cancellare la poesia delle “stelle tremolanti” per renderle perfettamente stabili.