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 2017  maggio 28 Domenica calendario

Noi guardiani delle balene

SANREMO (IMPERIA) E pensare che non è stata una giornata fortunata. Eppure si rientra dopo aver visto decine di Stenelle striate, una varietà di delfino, ascoltato la «voce» di due capodogli e in più incrociato un paio di enormi tartarughe e alcuni pesci luna. Ieri era andata meglio, davanti alle coste di Sanremo c’erano cinque balenottere comuni, a dispetto del nome le più grandi al mondo dopo quelle azzurre.
Un’uscita in barca nel Santuario Pelagos, quasi 90 mila chilometri quadrati di area protetta tra Italia, Francia e Principato di Monaco, regala sempre emozioni e dati preziosi per tenere d’occhio la salute delle 8 specie di cetacei che vivono in questo ecosistema. «È un tesoro che pochi ancora conoscono», spiega con lo stesso entusiasmo che aveva 30 anni fa quando iniziò, Sabina Airoldi, responsabile delle ricerche nel Mar Ligure dell’Istituto Tethys, il gruppo di scienziati che ha contributo a scoprire e valorizzare questa risorsa naturale. «Mi ero laureata con una tesi sui ragni, ma non era la mia strada. Mi sono innamorata di queste creature quando mi ritrovai in mezzo ai globicefali. Uno di loro alzò la testa, mi guardò e poi si affacciò dentro il cannotto per vedere cosa c’era».
Un amore che Sabina e i suoi colleghi cercano di trasmettere, coinvolgendo anche i semplici appassionati nei progetti di “citizen science”. «Per una settimana vengono con noi, fanno i turni di osservazione. Imparano a conoscere e a conservare questo patrimonio minacciato dai nostri comportamenti sbagliati».
Chi sale a bordo in questo periodo può per esempio dare una mano a Nino Pierantonio, specializzato in bio-acustica, abruzzese che vive a Londra e gira tutti i mari del Mediterraneo. Sta lavorando a una ricerca sulla crescita dei capodogli. «È incredibile la ricchezza di informazioni che riusciamo ad ottenere attraverso i suoni che emettono».
Ci sono anche Valentina e la spagnola Cristina, due studentesse che si stanno specializzando nei cetacei. Si alternano di vedetta e annotano sui diari le specie che riconoscono. Insomma, è un laboratorio a cui tutti possono dare il loro contributo. Quanta differenza dalle barche di “whale watching” che promettono il rimborso del biglietto se non si vede niente e piombano come bolidi sui branchi di mammiferi. Qui c’è attesa, cautela, segnalazione di ogni avvistamento, identificazione, soprattutto dei capodogli, che si riconoscono dalla pinna e a cui viene dato a tutti un nome.
«Anche se in un’area non troviamo niente, per noi è comunque un dato rilevante» osservano. Per esempio, ultimamente le otto specie di cetacei sembrano diventate sette. «Da un paio di anni non abbiamo più avvistato un tipo di delfino che si chiama grampo – fa sapere Sabina —. Non ci sono tracce di spiaggiamenti, evidentemente si sono spostati da un’altra parte. Stiamo cercando di capire il motivo».
Non è semplice, anche perché servono enormi risorse per finanziare le ricerche. «Le istituzioni pubbliche ci aiutano poco – lamenta Sabina —. Andiamo avanti grazie al contributo dei privati». Portare i cittadini a bordo non è solo un modo per racimolare fondi, è soprattutto una chiave per far crescere la sensibilità. «Abbiamo una ricchezza enorme. Dobbiamo essere capaci di sfruttarla senza trasformarla in uno zoo».