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 2017  maggio 27 Sabato calendario

In morte di Laura Biagiotti

Matteo Persivale per il Corriere della Sera
Visse d’arte, archeologa per formazione di studi e stilista per destino, collezionista d’opere futuriste grazie al gusto sicuro e lettrice coltissima che all’uscita finale in passerella preferiva la compagnia dei libri della sua biblioteca e dei suoi cani, tutti trovatelli (e magari una puntata di «Beautiful»): Laura Biagiotti, scomparsa alle 2.47 di giovedì notte a Roma per le conseguenze d’un attacco cardiocircolatorio che l’aveva colpita mercoledì sera (era sopraggiunta quasi subito la morte cerebrale per anossia) aveva soltanto 73 anni: oggi i funerali a Roma. È stata «la regina del cashmere» (secondo il New York Times ) ma soprattutto fu tra i principali pionieri della moda italiana come il mondo la conosce oggi. 
La romana cosmopolita che sfilò in Cina nel 1988 e al Cremlino nel 1995, mecenate del restauro delle opere d’arte della sua città: figlia di Delia Soldaini Biagiotti che aveva una bella sartoria romana, Laura Biagiotti giovanissima accantonò l’archeologia, prese in mano il business di famiglia e lo trasformò in impresa internazionale. Un’azienda di donne (fondata da sua madre diretta da lei e, dal 2005, in collaborazione con l’adorata figlia Lavinia, che è vicepresidente). 
A Lavinia – che aveva perso il papà Gianni Cigna da ragazzina, ventun anni fa – la legò un rapporto di amore assoluto e assoluta fiducia: colleghe e amiche e complici, stiliste e imprenditrici e golfiste e amiche degli animali abbandonati. Lavinia e Laura che vivevano nella stessa casa-castello, capolavoro che Laura comprò negli anni 70 diroccato e riportò all’originario splendore.
A Lavinia, al momento dell’ingresso in azienda, diede soltanto un diktat : «Correttezza», che per lei era il cuore del business. In un mondo spesso cattivello come quello della moda di Laura Biagiotti si sentiva dire soltanto che era «una signora», o «una gran signora». Incapace di sparlare dei colleghi come di vantarsi d’aver avuto per prima, decenni fa, idee imprenditoriali oggi normali nella moda, bisognava estorcerle ricordi deliziosi sulle clienti come «il presidente Nancy Reagan che conobbi con suo marito Ronald» o come Diana Vreeland, regina di Harper’s Bazaar, che prima di far fotografare i suoi abiti le chiese in prestito delle opere d’arte per il set. Raccontava della cortesia dei coniugi Gorbaciov e delle visite a casa sua della signora Gromyko, moglie del ministro degli Esteri sovietico che per un trentennio dominò la Guerra Fredda ma con la consorte da «Signor Nyet» diventava mansueto. 
La signora Biagiotti architettò tra gli anni 70 e 80 l’espansione a Est della moda italiana, periodo irripetibile nel quale gli stilisti delle sfilate di Milano – i Missoni, Krizia – decidevano il calendario con una telefonata (e quando la signora lasciò la sua consulenza con Loewe segnalò alla casa un italiano sconosciuto per il quale prevedeva un grandissimo avvenire: Giorgio Armani). La lezione che lascia Laura Biagiotti è che la moda italiana non ha confini, che più è italiana e più funziona. 
Ci lascia le immagini di decenni di sfilate con abiti e maglie che voleva morbidi come una carezza – nelle mille sfumature del bianco, il suo colore, o rosso incandescente – per coccolare le donne che vedeva tanto forti quanto luminose. 
Il mondo del beauty ricorderà i profumi di successo dedicati a Roma, ma riservò a Milano affetto sincero. La politica – dal presidente del Consiglio Gentiloni a Matteo Renzi a Laura Boldrini fino al sindaco di Milano Sala – le ha reso omaggio, Roma la saluterà stamane alle 11 a Santa Maria degli Angeli. E a Milano prestò, con la solita generosità, una delle cose più belle viste all’Expo 2015. Il suo «Genio Futurista» di Giacomo Balla, gloriosa esplosione di schegge tricolori che incantò milioni di visitatori: di Balla, fu grande collezionista e prestò, felice, le opere alle mostre sul Futurismo da New York a Tokyo. 
Costruì il suo piccolo, squisito museo domestico in un trentennio, con gioia, per caso: «Una visita in una piccola galleria romana, nel 1986 – spiegò a la Lettura illustrando la sua collezione nel castello di Guidonia —. Mi piacque davvero tanto, Balla: uscimmo e mio marito mi disse semplicemente “comprali”». 

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Laura Laurenzi per la Repubblica

Incastonata nel lusso incredibile della sua dimora a Guidonia, ne raccontava il fascino segreto e le stratificazioni archeologiche. Quando lo comprò era poco più di un rudere quel castello medievale sorto sulle rovine di una villa romana del II secolo dopo Cristo. Un rudere totalmente abbandonato in cui qualche anno prima la polizia aveva fatto irruzione sospettando fosse la “prigione del popolo” in cui le BR tenevano segregato Aldo Moro. La Biagiotti abitava quelle stanze da lei filologicamente restaurate non certo da nouveau riche ma da persona colta e consapevole. «Continuo a fare un po’ l’archeologa anche nella moda: studio il passato per progettare il futuro. La creatività non è una lampadina che si accende così, ma piuttosto il frutto di un ragionamento basato sulla conoscenza», mi disse in un pomeriggio d’estate fra le mura del castello di Marco Simone. La piscina a pochi passi dal campo da golf sotto casa aveva come pavimento ciottoli e sassi di fiume. Una trovata esibita senza sfarzo ma con eleganza, di cui Laura andava orgogliosa.
Non solo la sua strepitosa raccolta di futuristi. In una sala del castello è conservata la sua collezione di profumi, solo bottigliette mignon, diventata da Guinness dei primati. Ne ha accumulati oltre un migliaio; i flaconi più pregiati sono quelli Art Déco, schierati in bella vista sui ripiani e gli scaffali di un enorme mobile da farmacia del Seicento. È stata la stessa Biagiotti a disegnare la bottiglia di “Roma”, nome non scelto a caso, il suo profumo più famoso che nei primi 25 anni di vita ha venduto la cifra record di 80 milioni di pezzi. Mettendoli uno accanto all’altro formerebbero una fila lunga diecimila chilometri, le piaceva ripetere. E spiegava che, nell’ideare la bottiglia, simile al troncone di una tipica colonna di scavo scanalata, si era ispirata agli antichi reperti romani presenti nel castello di Marco Simone.
Chissà quanti soldi avrà fatto vendendo urbi et orbi il suo profumo, fragranza alla zagara e alla mirra dedicata alla Dolce Vita. Ma furono proprio quegli incassi a fare di lei una mecenate così radicata nel territorio. Devo restituire qualcosa che resti alla mia città, ripeteva. E ricordava spesso che era proprio grazie ai guadagni di “Roma” che aveva potuto sponsorizzare restauri importanti come quelli della Cordonata del Campidoglio disegnata da Michelangelo, le statue dei Dioscuri, i Trofei di Mario, i due leoni egizi e anche le antiche vasche delle due fontane di piazza Farnese, di fronte a quello che lei amava definire il palazzo più bello del mondo.
La Biagiotti ideò una campagna per cui chi comprava una bottiglia di quel profumo riceveva in omaggio un biglietto per i Musei Capitolini. «La cultura mi dà, di ritorno, tantissima energia; la moda da sola, la moda e basta, può essere un mestiere di monomania, in cui c’è tanta vanità. Una vanità che delle volte è un po’ proterva», mi disse. Ecco un esempio di stilista “parlante”.
Pochi ricordano che numerosi abiti del film “La grande bellezza” uscirono proprio dall’atelier di Laura Biagiotti. Abiti indossati da Pamela Villoresi ma anche, nelle scene delle feste, da varie figuranti: pepli, tuniche con stampe floreali, reti di maglia, chemisier in seta, completi color bianco, incluso un iconico abito-bambola a balze. «Ho sempre creduto che la mia città fosse un set meraviglioso, non solo Cinecittà ma proprio Roma – commentò Laura Biagiotti il giorno in cui Sorrentino prese l’Oscar - Certo il film dà l’immagine di una società disperata, però io non ritengo sia una disperazione specifica di Roma. Non ci sono solo i ruderi: c’è una società che è la quintessenza di tutto quello che succede nel nostro pianeta. E sullo sfondo prevale questa grande bellezza. Una bellezza che salverà il mondo».

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Giulia Crivelli per Il Sole 24 Ore
Non è facile raccontare con le parole e qualche immagine una vita come quella di Laura Biagiotti. Scomparsa ieri a poche ore dall’infarto che l’aveva colpita nella notte tra mercoledì e giovedì, avrebbe compiuto 74 anni in agosto.
Ha attraversato e interpretato i cambiamenti della società e dell’economia: fondò la sua prima azienda nel 1965, a soli 22 anni.
Il nostro Paese aveva concesso il voto alle donne appena vent’anni prima, ma lei, forse perché figlia unica di madre lavoratrice, diremmo oggi, non sembrò mai avere alcun complesso di diversità – men che meno di inferiorità – nei confronti dell’universo maschile. Con il marito Gianni Cigna, scomparso nel 1996, condivise tutto: dai sogni e passioni alla fondazione del marchio e dell’azienda. Dall’amore per il collezionismo a quello per la natura e gli animali. E non è casuale che la figlia Lavinia, nata nel 1978, porti il doppio cognome da ben prima che fosse introdotta la legge che lo permette. Più che interpretare lo Zeitgeist, lo spirito dei tempi, Laura Biagiotti anticipò i tempi, non solo in Italia.
Sfilò in Cina nel 1988 e al Cremlino nel 1995, invitata a risvegliare il desiderio di individualità nel vestire nei due Paesi che più avevano fatto, dalla fine della seconda guerra mondiale in avanti, per uniformare il costume e quindi il pensiero dei loro abitanti e delle donne in particolare. Terminato il liceo classico, Laura Biagiotti si iscrisse alla facoltà di lettere antiche, pensando di specializzarsi poi in archeologia cristiana, salvo «venire catturata», come raccontò lei stessa in un’intervista, dal lavoro della madre Delia, che aveva un atelier di alta moda molto famoso a Roma e viene citata, ça va sans dire, sempre col suo doppio cognome: Soldaini Biagiotti. Laura Biagiotti fu un’anticipatrice, dicevamo: benché appassionata estimatrice delle lavorazioni sartoriali, intuì che gli abiti costruiti sulle esigenze e sui gusti di singole, facoltose clienti, avrebbero presto lasciato la scena alla moda prêt-à-porter, più accessibile e con modalità di produzione e commercializzazione molto diverse.
Nel 1964 l’atelier della madre ebbe la prima richiesta per abiti in serie, benché limitata: nacquero così le divise delle hostess dell’Alitalia. Seguì un’importante commessa dall’estero e piace fantasticare che l’allora compagnia di bandiera ebbe un ruolo come vetrina dello stile Biagiotti nei cieli del mondo. Nel 1965 alla neonata Biagiotti Export il gruppo americano Seventh Avenue ordinò una collezione da donna per il mercato Usa. Poi la stilista iniziò a concentrarsi sul marchio al quale diede il suo nome, che debuttò sulle passerelle di Firenze nel 1972 (le fashion week milanesi erano lontane da venire), dividendo la scena, la Sala Bianca di Palazzo Pitti, tra gli altri, con Rosita e Ottavio Missoni e Mariuccia Mandelli alias, poi, Krizia .
Da qualche anno i marchi della moda e del lusso hanno scoperto l’osmosi con l’arte e collaborano con illustratori e pittori per creare minicollezioni che stimolino l’interesse dei consumatori in un’era che sommerge, letteralmente, il mercato, di novità. Diane von Furstenberg, presidente della Camera della moda americana, è arrivata a parlare di «product pollution». La prima volta che Laura Biagiotti collaborò con un illustratore? All’inizio degli anni 70, quando incontrò René Gruau, grande amico di Christian Dior e ideatore della celeberrima locandina della Dolce vita di Fellini. Per non parlare dell’attrazione fatale che la moda ha scoperto di avere per l’arte negli ultimi anni. Laura Biagiotti collezionava opere moderne e contemporanee fin dagli anni 60 e con il marito ha costituito l’omonima fondazione (si veda anche l’articolo a fianco).
Anticipatrice, ancora: nelle ultime stagioni abbiamo assistito a una gara tra grandi maison a chi trova le location più sorprendenti, con l’ambizione di colonizzare, anche solo per poche ore, musei e monumenti. La prima volta che Laura Biagiotti scelse un “luogo sacro” della cultura per sfilare? Nel 1998, grazie all’amicizia che l’aveva legata a Giorgio Strehler, scomparso nel 1997, e ai legami con altre importanti figure della scena culturale italiana, il Teatro Studio aprì le porte alla stilista, che amava dire: «Le sfilate sono a tutti gli effetti degli spettacoli teatrali e musicali, con protagonisti gli abiti». Il sodalizio con quello che oggi è il Piccolo Teatro Studio Melato non si è mai interrotto: in febbraio saranno 20 anni che le collezioni Laura Biagiotti sfilano sullo storico palcoscenico milanese.
In tempi recenti tutti ambiscono a essere lifestyle brand, il marchio Laura Biagiotti lo è senza bisogno di essere definito tale: dopo la maglieria, primo amore, e l’abbigliamento da donna, era arrivato, nel 1987, quello da uomo, poi accessori, occhiali, profumi, collezioni per bambini e per la casa. E come non citare l’affinità con il mondo dello sport e i suoi protagonisti? Ancora una volta, da qualche anno i campioni delle più svariate discipline sono tra i più ambiti testimonial e tutti i marchi cercano di abbattere i confini tra citywear e sportswear. Per Laura Biagiotti sono scesi in passerella, tra gli altri, Giorgio Rocca, Massimiliano Rosolino,Yuri Chechi, Federica Pellegrini, Valentina Vezzali e moltissimi altri.
Questo è solo un tentativo di racconto della vita di Laura Biagiotti: il quadro è così complesso che unicamente lei avrebbe potuto dipingerlo, seppure con le parole. Se non fosse stata una campionessa di understatement, avrebbe potuto scrivere un’autobiografia e come titolo, senza timori reverenziali per Giambattista Vico, avrebbe potuto scegliere Vita di Laura Biagiotti scritta da se medesima.
La passione per la moda, la natura, l’arte, il golf, anima sicuramente anche Lavinia, che saprà coltivarla seguendo nuove strade, nel solco di quelle tracciate dai genitori. A lei auguriamo di essere altrettanto futurista, nel senso più illuminato del termine, perché di questo l’Italia ha bisogno.

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Paola Pisa per il Messaggero
La Regina del cashmere, la stilista castellana, pioniera del Made in Italy, una delle donne più colte e raffinate della nostra moda si è spenta venerdì alle 2,47 all’ospedale Sant’Andrea di Roma. Era stata colpita da un arresto cardiaco in casa nel pomeriggio tardi di mercoledì scorso, ed era arrivata già senza conoscenza all’ospedale. L’amatissima figlia Lavinia, tornata subito da Londra, era con lei. Laura Biagiotti avrebbe compiuto 74 anni il 4 agosto prossimo. Nel 2015 aveva festeggiato 50 anni di lavoro tra collezioni e sfilate.
Segno del Leone, forte e dolce nello stesso tempo, ha dedicato alla carriera tutta la vita, ereditando dalla madre la passione per la moda. La stilista infatti era figlia d’arte: la mamma Delia era proprietaria di un noto atelier capitolino dove si realizzavano i modelli dei grandi sarti degli Anni Sessanta. Era stato facile per la giovane, che aveva iniziato gli studi universitari di Archeologia alla Sapienza, appassionarsi a quel mondo internazionale, creativo, variegato, affascinante. Laura conosce i sarti, collabora con loro, partecipa alle prove, arricchisce la sua esperienza. E si innamora presto di quel mestiere tanto da decidere di diventare stilista lei stessa. Nel 1965 fonda la Biagiotti Export, società che produce e esporta i modelli di Schuberth, Capucci, Litrico, Barocco.
GLI ESORDI
La prima collezione Laura Biagiotti debutta nel 1972 nella Sala Bianca di Palazzo Pitti e con lei ci sono Missoni, Walter Albini, Krizia, Gianfranco Ferrè. Tutti insieme, interpreti di una stagione indimenticabile, decidono di lasciare Firenze per Milano, e nasce così il Made in Italy. Laura pensa in grande, guarda al mondo, già allora si interessa di arte e diventa presto amica e musa del disegnatore francese Renè Gruau, che la ritrae più volte e disegna il logo della griffe. Fondamentali sono il sodalizio e il matrimonio con Gianni Cigna, adorato marito. Creano una società di prêt-à-porter che presto sarà nota anche oltreoceano.
Laura Biagiotti disegna abiti per donne come lei, con quel garbo, quel comfort, quella femminilità senza colpi di scena, rispettosa, ed esente da sensazionalismi da passerella. Da subito ama la maglia, la più pregiata, la più bella, e diventa la Regina di quel cashmere che fino ad allora era stato usato banalmente. Lo rende glamour, elegante, chic. Lo alleggerisce, ne fa abiti anche da sera. E’ presto noto il suo amore per il bianco, tinta che indossa spessissimo. Tanto che la chiamano La Dama Bianca. Celebri gli abiti bambola, dalla forma trapezoidale, ampi e scostati dal corpo, pieni di romanticismo. Laura vive e lavora nel Castello Marco Simone, vicino a Guidonia, in una atmosfera arcaica, dove nel 1982 riceve la signora Gromyko, moglie del Presidente del Soviet Supremo, e il New York Times in prima pagina scrive Est e Ovest si incontrano sulla passerella di Laura Biagiotti.
A Milano sfila al Piccolo Teatro, segno di una grande passione per la cultura. 
NEL MONDO
Di primati nella moda ne vanta tantissimi: è stata la prima stilista al mondo a sfilare in Cina, anno 1988. Sbarca a Pechino con abiti lievi e molte modelle le sceglie tra le giovani cinesi. Poi c’è la Russia quando ancora in pochi vanno in passerella dalle parti di Mosca, lei e’ li. E’ a New York che riceve il titolo di Donna dell’anno, nel 1992. Settanta ogni anno le collezioni disegnate: accessori, occhiali, foulard, e tra le altre la linea Dolls per bambine di cui si occupa con grande capacità Lavinia. Tra il 2000 e il 2008 presiede il Comitato Leonardo. Numerosi i riconoscimenti tra cui quello di Cavaliere del Lavoro.



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Paola Pisa per il Messaggero
Laura Biagiotti, il volto classico incorniciato da morbidi capelli, gli occhi scuri, il sorriso dolcissimo. Le immagini accanto alla figlia Lavinia alla fine di una sfilata, tra le modelle, tra i campioni dello sport che portava in passerella, accanto ai suoi quadri futuristi, in uno scorcio del castello, resteranno nella storia della moda italiana. A chi l’ha conosciuta rimane soprattutto una sensazione di donna ricca di passioni intellettuali. Forte. Profonda. Che fosse il fashion system, l’archeologia a cui era rimasta fedele nelle letture, che fosse la storia delle religioni che continuava a coltivare, la politica, la società, non c’era argomento che la stilista non trattasse con conoscenza e proprietà.
Ma Laura si illuminava, non solo quando parlava di Lavinia, la abbracciava, e con lei usciva in passerella, o quando riceveva le tante amiche celebri nella boutique romana, ma splendeva quando l’argomento era Roma. La sua Roma. L’amore da ragazza era stato proprio l’archeologia che si era poi materializzata nel Castello. Era passata davanti a quella magione diroccata un giorno per caso, ne aveva parlato con il marito Gianni Cigna ed ecco il sogno realizzarsi: vivere e lavorare lì. Insieme con la figlia nata nel 1978. Roma si chiama il profumo che nasce nel 1988, un grande successo. Per Roma Laura ha sponsorizzato il restauro della Scala Cordonata del Campidoglio disegnata da Michelangelo, e le Fontane di piazza Farnese. Nel 2004 a Roma c’è stato il Biagiotti Day, per festeggiare la griffe e testimoniare l’amore della stilista per la città eterna. 
ARTE E CINEMA
Laura ha una casa in Centro, ma abita poco fuori. Nel suo castello. Lo aveva restaurato, reso un gioiello in quella campagna romana dove poi accanto nasce il circolo del Golf Marco Simone. Lo aveva fatto con il grande amore della sua vita, il compagno anche nella avventura della moda, il marito Gianni, scomparso prematuramente nel 1996. Un dolore immenso. Il castello risale all’anno mille. «Era una casa che mi aspettava - diceva Laura Biagiotti - la notavo sempre quando andavo da quelle parti per lavoro, credo che il genius loci mi abbia chiamato perché non sopportava di restare in rovina». Fortuna vuole che durante i lavori si scoprono anche preziosi affreschi. Non basta. L’arte le è accanto, la circonda, come quando passa davanti ad una piccola galleria al centro di Roma dove espongono quadri di Balla, un grande maestro futurista. Tanti dipinti appartengono alle figlie dell’artista. Colpo di fulmine. «Con Gianni decidemmo di comprare molte delle opere e nacque così il primo nucleo di una collezione tra cui il quadro Il genio futurista che è stato esposto all’Expo di Milano». Le opere della Collezione Biagiotti Cigna sono tantissime, oltre ai dipinti, ci sono disegni, bozzetti, abiti. Viaggiano in continuazione, i Balla sono andati anche al Moma.
Il cinema: altra passione, nel 2013 Laura collabora alla Grande Bellezza di Sorrentino. Nel 2007 le e’ stato assegnato uno speciale Leone d’oro al Festival di Venezia. Laura ride e si diverte tra le amiche, accanto a Romina Power, a Virna Lisi, a Nancy Brilly fedelissime alle sue serate di festa nella boutique romana, dove vicino al bianco e al cashmere, a Natale è un tripudio di rosso. Come nella ultima collezione per l’inverno prossimo, dove l’ispirazione insieme a sfumature immacolate viene dagli angeli.



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Malcom Pagani per il Messaggero. Intervista a Lavinia Biagiotti
Lavinia non ha bisogno di domande e forse cerca ancora le risposte. Lavinia non ha ancora trent’anni, ma parla con commozione non estranea al raziocinio. Lavinia non ha ancora idea di quanto possa ferire l’assenza, ma sa già cosa le manca: «Sentire la mia mano destra perdersi nella sua mano sinistra». Lavinia Biagiotti, unica figlia di Laura e di Gianni Cigna, senza più padre né madre da ieri, scriverà la propria storia e il proprio domani da sola: «Lei rifiutava il passato e guardava sempre al futuro. Diceva quello che abbiamo fatto ieri, per quanto bello o gratificante sia stato, non conta più. Oggi abbiamo un nuovo foglio bianco sul quale scrivere qualcosa. Ora che questo foglio da riempire si è trasformato all’improvviso in un’enciclopedia e sarò costretta a camminare in solitudine, in un mercatino fuori rotta, su una spiaggia o su una passerella, sono sicura che l’avrò sempre accanto a me, sorretta dalla fede che avevamo entrambe e dal suo esempio, in ogni cosa che farò. Mi sono sempre tirata su le maniche, sono consapevole che adesso dovrò rimboccarmele ancora di più. Ultimamente mi diceva: Disegniamo insieme il futuro. Non è più possibile, ma non ho paura. Lei mi ha insegnato fin da piccola a non provarla e a camminare a testa alta, in autonomia». 

Sua madre raccontava che confezionava sin da bambina i vestiti per le sue bambole. Come nacque la sua passione per il mestiere di Laura?
«Abbiamo sempre condiviso tutto, a iniziare dalla moda, fin dal primo giorno. Sono nata il 12 ottobre 1978. Nel giorno di una sfilata milanese. Prima di ieri, l’ unica a cui mia madre sia mai mancata. Mamma voleva che nascessi a Roma e a Roma, una città che ha amato disperatamente e per la quale ha fatto tanto, sono nata. Aveva studiato Archeologia cristiana, Roma mi ispira ogni giorno e io voglio restituire qualcosa alla mia città diceva. Coinvolse i suoi colleghi, gli amici, fu di parola».
Sua madre girava il mondo e lei? 
«Ho avuto la gioia e la fortuna di poterla sempre accompagnare. Sono figlia unica e lei desiderava vedermi crescere. Mia madre voleva essere un’imprenditrice, una donna capace di inventare e di creare, ma voleva essere sopratutto una mamma. Aveva deciso vivere e lavorare nello stesso posto, il luogo in cui mi trovo in questo momento, uno spazio in cui impiantò gli uffici in modo che tutti i pomeriggi potessi fare i compiti accanto a lei e godere delle piccole cose di valore non quantificabile per condividerle insieme. La forza delle minuscole cose del quotidiano, me l’ha insegnata lei». 
Cosa rammenta dei primi anni? 
«Sono stata sempre una bambina molto autonoma, perché capivo l’importanza del lavoro dei miei genitori ed ero felice di poterne fare parte a modo mio. Mi sentivo un po’ adulta e anche un po’ importante». 
Perché? 
«Perché i miei genitori hanno sempre chiesto il mio parere, il mio punto di vista che si trattasse di moda, di politica o di un servizio del telegiornale. Fin dai 9- 10 anni, mi ero persino vista affidare dei piccoli compiti: Metti i numeri delle scarpe sulle scatole mi dicevano. E che Nadège du Bospertus  portasse il 37 o Naomi Campbell calzasse il 40, me lo ricordo ancora». 
Cosa non ricorda invece? 
«Il giorno esatto, l’istante preciso in cui cominciai davvero a lavorare. Il nostro è stato sempre uno scambio. Loro giocavano con me e in qualche strano modo, io facevo parte del loro mondo. I creativi e mia madre inventavano al grande tavolo con i disegni e le matite e io li imitavo. La bottiglia del profumo Roma nacque così. Avevo dieci anni, loro dipingevano con mano felice e io li scimmiottavo cercando di replicarne i gesti. Alle sfilate mi portavo le barbie nello zaino. Nel backstage le tiravo fuori e mentre lei provava i vestiti alle sue vere belle, io facevo lo stesso con le mie bambole». 
Era un rapporto dialettico il vostro? 
«Persi mio padre molto presto, a 17 anni. D’un tratto vidi mia madre zoppa, senza più la gamba a cui era solita appoggiarsi per stare in piedi. Erano una coppia, una squadra e un binomio straordinario. Non significa che non discutessero, ma erano complici, complementari, indivisibili. Dopo il Liceo Classico avrei voluto diventare medico. La osservai nel suo dolore, smarrita e cambiai idea in un secondo». 
Quando abbandonò le velleità da medico cosa fece? 
«Ero una ragazzina che doveva affrontare la sua gavetta. Mia madre con me fu amorevole e al tempo stesso durissima. Per due anni feci solo fotocopie e fax andando a lavorare nei nostri negozi sparsi per il mondo. Con umiltà. Ho imparato tanto all’epoca». 
E il dolore di oggi che lezione le lascia? 
«Da un lato, la consolazione di saperli sorridere di nuovo insieme, i miei genitori, e dall’altro la sensazione del segno profondo lasciato da mia madre, umano prima ancora che professionale. Hanno intasato i centralini di casa nostra e dell’Ospedale Sant’Andrea. Persone comuni, donne e uomini. Mamma aveva una missione estetica ed etica. Le vestiva, le donne che vanno a faticare, le amava, avvertiva i problemi piccoli e grandi. Aveva inventato gli abiti senza taglia che potessero star bene a chiunque».
Chi era Laura Biagiotti? 
«Una persona che si svegliava sorridendo e diceva: Oggi regaliamo un piccolo sogno. Una donna del tutto aliena all’autocelebrazione che quando sentiva parlare di mostre sulla sua maison si voltava dall’altra parte. Una stilista che pensava sempre al progetto successivo. Una signora seria che amava il bianco e credeva nell’ottimismo, ma non era affatto credulona e sapeva cosa volesse dire concretezza». 
Cosa le lascia? 
«L’idea che le vecchie e le nuove generazioni possano convivere senza stupide e infruttuose guerre generazionali. Che gli anta valgano come gli enta e la carta d’identità sia secondaria. Che giovane in sè per sè è solo uno slogan. Rispettava l’opinione dei ragazzi e non disprezzava quella degli anziani, ma valutava con un senso di giustizia. Quando avevo 18 anni mi ascoltava e se la mia idea era migliore della sua, era pronta ad ammetterlo». 
È una cosa rara? 
«Rarissima. Correggere un figlio e non ascoltarlo crea frustrazione, educarlo e correggere il suo punto di vista perché lo si è ascoltato attentamente è tutta un’altra storia». 
Che storia è stata la vostra? 
«Una storia di libri scambiati, passeggiate, tramonti, gelati estivi, tenerezze e gite. Facciamo una gita insieme? proponeva. Oggi chi usa più la parola gita?» 
Il suo adesso sarà un lungo viaggio. 
«Non so ancora come coniugare i verbi. Se parlare al presente o al passato. Mamma amava le cose antiche, ma sapeva come essere moderna. Scriveva sulla carta e non ignorava la rivoluzione digitale. La sera in cui si è sentita male, ci eravamo scambiate tante foto su WhatsApp. Io ero a Londra, lei qui, da dove le parlo ora. Se ne è andata con serenità, ma io so che in un certo senso non se ne andrà mai».