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Giulia Crivelli per Il Sole 24 Ore
Non è facile raccontare con le parole e qualche immagine una vita come quella di Laura Biagiotti. Scomparsa ieri a poche ore dall’infarto che l’aveva colpita nella notte tra mercoledì e giovedì, avrebbe compiuto 74 anni in agosto.
Ha attraversato e interpretato i cambiamenti della società e dell’economia: fondò la sua prima azienda nel 1965, a soli 22 anni.
Il nostro Paese aveva concesso il voto alle donne appena vent’anni prima, ma lei, forse perché figlia unica di madre lavoratrice, diremmo oggi, non sembrò mai avere alcun complesso di diversità – men che meno di inferiorità – nei confronti dell’universo maschile. Con il marito Gianni Cigna, scomparso nel 1996, condivise tutto: dai sogni e passioni alla fondazione del marchio e dell’azienda. Dall’amore per il collezionismo a quello per la natura e gli animali. E non è casuale che la figlia Lavinia, nata nel 1978, porti il doppio cognome da ben prima che fosse introdotta la legge che lo permette. Più che interpretare lo Zeitgeist, lo spirito dei tempi, Laura Biagiotti anticipò i tempi, non solo in Italia.
Sfilò in Cina nel 1988 e al Cremlino nel 1995, invitata a risvegliare il desiderio di individualità nel vestire nei due Paesi che più avevano fatto, dalla fine della seconda guerra mondiale in avanti, per uniformare il costume e quindi il pensiero dei loro abitanti e delle donne in particolare. Terminato il liceo classico, Laura Biagiotti si iscrisse alla facoltà di lettere antiche, pensando di specializzarsi poi in archeologia cristiana, salvo «venire catturata», come raccontò lei stessa in un’intervista, dal lavoro della madre Delia, che aveva un atelier di alta moda molto famoso a Roma e viene citata, ça va sans dire, sempre col suo doppio cognome: Soldaini Biagiotti. Laura Biagiotti fu un’anticipatrice, dicevamo: benché appassionata estimatrice delle lavorazioni sartoriali, intuì che gli abiti costruiti sulle esigenze e sui gusti di singole, facoltose clienti, avrebbero presto lasciato la scena alla moda prêt-à-porter, più accessibile e con modalità di produzione e commercializzazione molto diverse.
Nel 1964 l’atelier della madre ebbe la prima richiesta per abiti in serie, benché limitata: nacquero così le divise delle hostess dell’Alitalia. Seguì un’importante commessa dall’estero e piace fantasticare che l’allora compagnia di bandiera ebbe un ruolo come vetrina dello stile Biagiotti nei cieli del mondo. Nel 1965 alla neonata Biagiotti Export il gruppo americano Seventh Avenue ordinò una collezione da donna per il mercato Usa. Poi la stilista iniziò a concentrarsi sul marchio al quale diede il suo nome, che debuttò sulle passerelle di Firenze nel 1972 (le fashion week milanesi erano lontane da venire), dividendo la scena, la Sala Bianca di Palazzo Pitti, tra gli altri, con Rosita e Ottavio Missoni e Mariuccia Mandelli alias, poi, Krizia .
Da qualche anno i marchi della moda e del lusso hanno scoperto l’osmosi con l’arte e collaborano con illustratori e pittori per creare minicollezioni che stimolino l’interesse dei consumatori in un’era che sommerge, letteralmente, il mercato, di novità. Diane von Furstenberg, presidente della Camera della moda americana, è arrivata a parlare di «product pollution». La prima volta che Laura Biagiotti collaborò con un illustratore? All’inizio degli anni 70, quando incontrò René Gruau, grande amico di Christian Dior e ideatore della celeberrima locandina della Dolce vita di Fellini. Per non parlare dell’attrazione fatale che la moda ha scoperto di avere per l’arte negli ultimi anni. Laura Biagiotti collezionava opere moderne e contemporanee fin dagli anni 60 e con il marito ha costituito l’omonima fondazione (si veda anche l’articolo a fianco).
Anticipatrice, ancora: nelle ultime stagioni abbiamo assistito a una gara tra grandi maison a chi trova le location più sorprendenti, con l’ambizione di colonizzare, anche solo per poche ore, musei e monumenti. La prima volta che Laura Biagiotti scelse un “luogo sacro” della cultura per sfilare? Nel 1998, grazie all’amicizia che l’aveva legata a Giorgio Strehler, scomparso nel 1997, e ai legami con altre importanti figure della scena culturale italiana, il Teatro Studio aprì le porte alla stilista, che amava dire: «Le sfilate sono a tutti gli effetti degli spettacoli teatrali e musicali, con protagonisti gli abiti». Il sodalizio con quello che oggi è il Piccolo Teatro Studio Melato non si è mai interrotto: in febbraio saranno 20 anni che le collezioni Laura Biagiotti sfilano sullo storico palcoscenico milanese.
In tempi recenti tutti ambiscono a essere lifestyle brand, il marchio Laura Biagiotti lo è senza bisogno di essere definito tale: dopo la maglieria, primo amore, e l’abbigliamento da donna, era arrivato, nel 1987, quello da uomo, poi accessori, occhiali, profumi, collezioni per bambini e per la casa. E come non citare l’affinità con il mondo dello sport e i suoi protagonisti? Ancora una volta, da qualche anno i campioni delle più svariate discipline sono tra i più ambiti testimonial e tutti i marchi cercano di abbattere i confini tra citywear e sportswear. Per Laura Biagiotti sono scesi in passerella, tra gli altri, Giorgio Rocca, Massimiliano Rosolino,Yuri Chechi, Federica Pellegrini, Valentina Vezzali e moltissimi altri.
Questo è solo un tentativo di racconto della vita di Laura Biagiotti: il quadro è così complesso che unicamente lei avrebbe potuto dipingerlo, seppure con le parole. Se non fosse stata una campionessa di understatement, avrebbe potuto scrivere un’autobiografia e come titolo, senza timori reverenziali per Giambattista Vico, avrebbe potuto scegliere Vita di Laura Biagiotti scritta da se medesima.
La passione per la moda, la natura, l’arte, il golf, anima sicuramente anche Lavinia, che saprà coltivarla seguendo nuove strade, nel solco di quelle tracciate dai genitori. A lei auguriamo di essere altrettanto futurista, nel senso più illuminato del termine, perché di questo l’Italia ha bisogno.
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Segno del Leone, forte e dolce nello stesso tempo, ha dedicato alla carriera tutta la vita, ereditando dalla madre la passione per la moda. La stilista infatti era figlia d’arte: la mamma Delia era proprietaria di un noto atelier capitolino dove si realizzavano i modelli dei grandi sarti degli Anni Sessanta. Era stato facile per la giovane, che aveva iniziato gli studi universitari di Archeologia alla Sapienza, appassionarsi a quel mondo internazionale, creativo, variegato, affascinante. Laura conosce i sarti, collabora con loro, partecipa alle prove, arricchisce la sua esperienza. E si innamora presto di quel mestiere tanto da decidere di diventare stilista lei stessa. Nel 1965 fonda la Biagiotti Export, società che produce e esporta i modelli di Schuberth, Capucci, Litrico, Barocco.
GLI ESORDI
Laura Biagiotti disegna abiti per donne come lei, con quel garbo, quel comfort, quella femminilità senza colpi di scena, rispettosa, ed esente da sensazionalismi da passerella. Da subito ama la maglia, la più pregiata, la più bella, e diventa la Regina di quel cashmere che fino ad allora era stato usato banalmente. Lo rende glamour, elegante, chic. Lo alleggerisce, ne fa abiti anche da sera. E’ presto noto il suo amore per il bianco, tinta che indossa spessissimo. Tanto che la chiamano La Dama Bianca. Celebri gli abiti bambola, dalla forma trapezoidale, ampi e scostati dal corpo, pieni di romanticismo. Laura vive e lavora nel Castello Marco Simone, vicino a Guidonia, in una atmosfera arcaica, dove nel 1982 riceve la signora Gromyko, moglie del Presidente del Soviet Supremo, e il New York Times in prima pagina scrive Est e Ovest si incontrano sulla passerella di Laura Biagiotti.
A Milano sfila al Piccolo Teatro, segno di una grande passione per la cultura.
NEL MONDO
Ma Laura si illuminava, non solo quando parlava di Lavinia, la abbracciava, e con lei usciva in passerella, o quando riceveva le tante amiche celebri nella boutique romana, ma splendeva quando l’argomento era Roma. La sua Roma. L’amore da ragazza era stato proprio l’archeologia che si era poi materializzata nel Castello. Era passata davanti a quella magione diroccata un giorno per caso, ne aveva parlato con il marito Gianni Cigna ed ecco il sogno realizzarsi: vivere e lavorare lì. Insieme con la figlia nata nel 1978. Roma si chiama il profumo che nasce nel 1988, un grande successo. Per Roma Laura ha sponsorizzato il restauro della Scala Cordonata del Campidoglio disegnata da Michelangelo, e le Fontane di piazza Farnese. Nel 2004 a Roma c’è stato il Biagiotti Day, per festeggiare la griffe e testimoniare l’amore della stilista per la città eterna.
ARTE E CINEMA
Il cinema: altra passione, nel 2013 Laura collabora alla Grande Bellezza di Sorrentino. Nel 2007 le e’ stato assegnato uno speciale Leone d’oro al Festival di Venezia. Laura ride e si diverte tra le amiche, accanto a Romina Power, a Virna Lisi, a Nancy Brilly fedelissime alle sue serate di festa nella boutique romana, dove vicino al bianco e al cashmere, a Natale è un tripudio di rosso. Come nella ultima collezione per l’inverno prossimo, dove l’ispirazione insieme a sfumature immacolate viene dagli angeli.
«Abbiamo sempre condiviso tutto, a iniziare dalla moda, fin dal primo giorno. Sono nata il 12 ottobre 1978. Nel giorno di una sfilata milanese. Prima di ieri, l’ unica a cui mia madre sia mai mancata. Mamma voleva che nascessi a Roma e a Roma, una città che ha amato disperatamente e per la quale ha fatto tanto, sono nata. Aveva studiato Archeologia cristiana, Roma mi ispira ogni giorno e io voglio restituire qualcosa alla mia città diceva. Coinvolse i suoi colleghi, gli amici, fu di parola».
Sua madre girava il mondo e lei?
«Ho avuto la gioia e la fortuna di poterla sempre accompagnare. Sono figlia unica e lei desiderava vedermi crescere. Mia madre voleva essere un’imprenditrice, una donna capace di inventare e di creare, ma voleva essere sopratutto una mamma. Aveva deciso vivere e lavorare nello stesso posto, il luogo in cui mi trovo in questo momento, uno spazio in cui impiantò gli uffici in modo che tutti i pomeriggi potessi fare i compiti accanto a lei e godere delle piccole cose di valore non quantificabile per condividerle insieme. La forza delle minuscole cose del quotidiano, me l’ha insegnata lei».
Cosa rammenta dei primi anni?
«Sono stata sempre una bambina molto autonoma, perché capivo l’importanza del lavoro dei miei genitori ed ero felice di poterne fare parte a modo mio. Mi sentivo un po’ adulta e anche un po’ importante».
Perché?
«Perché i miei genitori hanno sempre chiesto il mio parere, il mio punto di vista che si trattasse di moda, di politica o di un servizio del telegiornale. Fin dai 9- 10 anni, mi ero persino vista affidare dei piccoli compiti: Metti i numeri delle scarpe sulle scatole mi dicevano. E che Nadège du Bospertus portasse il 37 o Naomi Campbell calzasse il 40, me lo ricordo ancora».
Cosa non ricorda invece?
«Il giorno esatto, l’istante preciso in cui cominciai davvero a lavorare. Il nostro è stato sempre uno scambio. Loro giocavano con me e in qualche strano modo, io facevo parte del loro mondo. I creativi e mia madre inventavano al grande tavolo con i disegni e le matite e io li imitavo. La bottiglia del profumo Roma nacque così. Avevo dieci anni, loro dipingevano con mano felice e io li scimmiottavo cercando di replicarne i gesti. Alle sfilate mi portavo le barbie nello zaino. Nel backstage le tiravo fuori e mentre lei provava i vestiti alle sue vere belle, io facevo lo stesso con le mie bambole».
Era un rapporto dialettico il vostro?
«Persi mio padre molto presto, a 17 anni. D’un tratto vidi mia madre zoppa, senza più la gamba a cui era solita appoggiarsi per stare in piedi. Erano una coppia, una squadra e un binomio straordinario. Non significa che non discutessero, ma erano complici, complementari, indivisibili. Dopo il Liceo Classico avrei voluto diventare medico. La osservai nel suo dolore, smarrita e cambiai idea in un secondo».
Quando abbandonò le velleità da medico cosa fece?
«Ero una ragazzina che doveva affrontare la sua gavetta. Mia madre con me fu amorevole e al tempo stesso durissima. Per due anni feci solo fotocopie e fax andando a lavorare nei nostri negozi sparsi per il mondo. Con umiltà. Ho imparato tanto all’epoca».
E il dolore di oggi che lezione le lascia?
«Da un lato, la consolazione di saperli sorridere di nuovo insieme, i miei genitori, e dall’altro la sensazione del segno profondo lasciato da mia madre, umano prima ancora che professionale. Hanno intasato i centralini di casa nostra e dell’Ospedale Sant’Andrea. Persone comuni, donne e uomini. Mamma aveva una missione estetica ed etica. Le vestiva, le donne che vanno a faticare, le amava, avvertiva i problemi piccoli e grandi. Aveva inventato gli abiti senza taglia che potessero star bene a chiunque».
Chi era Laura Biagiotti?
«Una persona che si svegliava sorridendo e diceva: Oggi regaliamo un piccolo sogno. Una donna del tutto aliena all’autocelebrazione che quando sentiva parlare di mostre sulla sua maison si voltava dall’altra parte. Una stilista che pensava sempre al progetto successivo. Una signora seria che amava il bianco e credeva nell’ottimismo, ma non era affatto credulona e sapeva cosa volesse dire concretezza».
Cosa le lascia?
«L’idea che le vecchie e le nuove generazioni possano convivere senza stupide e infruttuose guerre generazionali. Che gli anta valgano come gli enta e la carta d’identità sia secondaria. Che giovane in sè per sè è solo uno slogan. Rispettava l’opinione dei ragazzi e non disprezzava quella degli anziani, ma valutava con un senso di giustizia. Quando avevo 18 anni mi ascoltava e se la mia idea era migliore della sua, era pronta ad ammetterlo».
È una cosa rara?
«Rarissima. Correggere un figlio e non ascoltarlo crea frustrazione, educarlo e correggere il suo punto di vista perché lo si è ascoltato attentamente è tutta un’altra storia».
Che storia è stata la vostra?
«Una storia di libri scambiati, passeggiate, tramonti, gelati estivi, tenerezze e gite. Facciamo una gita insieme? proponeva. Oggi chi usa più la parola gita?»
Il suo adesso sarà un lungo viaggio.
«Non so ancora come coniugare i verbi. Se parlare al presente o al passato. Mamma amava le cose antiche, ma sapeva come essere moderna. Scriveva sulla carta e non ignorava la rivoluzione digitale. La sera in cui si è sentita male, ci eravamo scambiate tante foto su WhatsApp. Io ero a Londra, lei qui, da dove le parlo ora. Se ne è andata con serenità, ma io so che in un certo senso non se ne andrà mai».