27 maggio 2017
TAORMINA - Angela Merkel non si è nascosta dietro a un dito: è stato un G7 "molto insoddisfacente" sul tema per lei cruciale dei cambiamenti climatici
TAORMINA - Angela Merkel non si è nascosta dietro a un dito: è stato un G7 "molto insoddisfacente" sul tema per lei cruciale dei cambiamenti climatici. Sin dai tempi di George W. Bush e del G8 di Heiligendamm di dieci anni fa, le hanno affibbiato il soprannome di "Klimakanzlerin", di cancelliera del clima, ma con Donald Trump è andata a finire contro un muro. Almeno, per ora. Nel comunicato finale è confermato lo schema "sei contro uno" che ha caratterizzato i negoziati: a parte gli Stati Uniti, che "non sono nelle condizioni di unirsi agli altri partner" sugli accordi di Parigi gli altri sei Paesi "riaffermano il loro forte impegno per una rapida applicazione dell’accordo di Parigi". Trump ha fatto sapere che deciderà "la prossima settimana". In ogni caso Merkel resta determinata a riproporre il tema al ’suo" G20 di Amburgo, a luglio.
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Un secondo dossier su cui c’era stato uno scontro duro, "ma sempre civile", racconta una fonte diplomatica, lo ha ricordato la stessa Merkel: "Manterremo i nostri mercati aperti rifiutando il protezionismo, ma anche le pratiche commerciali scorrette", ha sottolineato. E dalla delegazione francese, sul punto del libero mercato, esultavano già nella tarda mattinata. Per il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, il cedimento degli americani sul libero scambio segna dei "passi significativi", come ha commentato al termine del summit.
Dopo i disastrosi G7 e G20 finanziari degli scorsi mesi e la chiusura totale del Segretario al Tesoro Steven Mnuchin, è tornato l’impegno dei Sette Grandi a "combattere il protezionismo", insieme a quello di "mantenere aperti i nostri mercati". Nel comunicato finale, il caminetto del mondo liberale è riuscito a convincere Donald Trump, dopo un lungo braccio di ferro, a mantenere la promessa di una lotta al protezionismo. Ma la ’manina’ americana si vede nell’aggiunta, nell’impegno a opporsi a "tutte le pratiche scorrette del commercio". Il duello tra Trump e Angela Merkel che ha dominato il palcoscenico del G7 sul surplus commerciale tedesco, è appena cominciato.
L’ANALISI G7, l’ingenuità dell’Europa e il miraggio del "sei contro uno"
Un’altra débacle, soprattutto per Merkel e Gentiloni, è invece la frase che riguarda l’immigrazione: i leader del G7 "riaffermano il diritto sovrano degli Stati, individualmente e collettivamente, a controllare i loro confini e a stabilire politiche nel loro interesse nazionale e per la sicurezza nazionale". E’ la linea Trump dei muri e delle quote, specificatamente quella del suo consigliere politico, Miller, il "falco" del Muslim Ban.
E’ la linea che Gentiloni aveva cercato di sconfiggere, e contro cui si batte anche da anni la cancelliera ’dei profughi’, convinti che sia necessario favorire piuttosto una politica della prevenzione, di sostegno dei paesi di origine. Non a caso, in quest’anno di concomitanza di presidenza tedesca del G20 e italiana del G7, l’Africa è diventato un tema centrale. E nella dichiarazione finale c’è l’accenno agli investimenti in Africa, che sono "un’importante strumenti per spingere gli investimenti nel continente". Per Gentiloni "il messaggio importante è che il G20 si concentrerà più sull’attrazione degli investimenti. Quello che conta è che l’Africa sia ancora al centro delle nostre agende".
Un altro passaggio importante, perché aveva creato enormi ansie in Europa, è quello che riguarda la Russia, dopo le minacce di Trump di sospendere le sanzioni verso Mosca. Fino a ieri notte era in discussione l’impegno, addirittura, ad "aumentare le sanzioni" se gli accordi di Minsk non saranno rispettati. Stamane le resistenze di Washington sono cadute e quella formulazione è sopravvissuta nella dichiarazione finale, insieme alla richiesta a Mosca e a Teheran di "fare di tutto per usare la loro influenza in modo da porre termine a questa tragedia", cioè alla guerra in Siria. Sempre riguardo al Paese di Assad c’è la promessa di "liberare dall’Isis i territori conquistati, in particolare Mosul e Raqqa". Infine, il G7 ipotizza di valutare nuove sanzioni alla Corea del Nord.
CORRIERE DELLA SERA DI STAMATTINA
I tedeschi sono cattivi
TAORMINA «Il silenzio è un recinto intorno alla saggezza», dice un adagio tedesco. E Angela Merkel sembra conoscerlo bene: per la prima volta da quando partecipa al G7, la cancelliera non farà oggi alcuna conferenza stampa al termine del vertice di Taormina.
Ma se smorza un’inutile escalation polemica, di fronte all’ennesima contumelia di Donald Trump, che parlando con Jean-Claude Juncker definisce i tedeschi «cattivi, molto cattivi sul commercio», il profilo basso di Merkel, decana del forum, offre la misura di una criticità palpabile, che l’esordio internazionale del presidente Usa introduce nei rapporti fra gli alleati.
I l silenzio di Merkel è una scelta personale: «Vuole evitare di passare per la nemica di Trump, anche in vista del G20 di Amburgo», dicono fonti federali. Ma le intemperanze caratteriali del capo della Casa Bianca sono solo la punta emotiva dell’iceberg di una divaricazione reale e profonda su temi decisivi tra l’Amministrazione e gli altri Paesi dell’Occidente, si tratti di clima, migrazioni o commercio.
Va detto che il summit a presidenza italiana non sarà un fallimento. Paolo Gentiloni non ha risparmiato sforzi per portare in primo piano le convergenze, dalla posizione sulle crisi regionali (Siria, Libia, Ucraina, Corea del Nord) alla forte condanna del terrorismo.
La «Dichiarazione di Taormina» sulla sicurezza, approvata ieri pomeriggio, è stata facilitata dal senso di emergenza prodotto dalla tragedia di Manchester. Ma il documento imprime una forte accelerazione nell’impegno del G7 contro l’estremismo violento, articolandolo in tutti i suoi aspetti. Non solo quindi «la più forte azione possibile per trovare, eliminare e punire i terroristi e quanti li appoggiano». Ma anche l’impegno al contrasto finanziario, la condivisione dell’intelligence e, non ultimi, la «cultura» come strumento di questa battaglia e la pressione sui signori della rete, per controllare e far rimuovere dall’Internet ogni contenuto eversivo.
Ma a sintetizzare in una sola immagine il resto del summit siciliano, è la distanza fisica di Donald Trump dagli altri leader nella passeggiata inaugurale di ieri sul corso di Taormina, con l’americano che seguiva a buona distanza, da solo, in auto elettrica.
Nel merito, la delegazione Usa ha preteso di ridimensionare l’ambizioso testo sui migranti, che era stato proposto dalla presidenza italiana. Così non ci sarà dichiarazione separata sul tema e solo due paragrafi troveranno spazio nel comunicato del G7, ma con una formulazione blanda sulla necessità di aggredire le cause della human mobility , aiutando lo sviluppo dei Paesi d’origine. Ora infatti si parla solo di «sostegno il più vicino possibile ai Paesi di provenienza». Un’apertura modesta, per giunta bilanciata dall’affermazione, di chiara impronta trumpiana e sovranista, dei «diritti intrinseci dei Paesi accoglienti a stabilire politiche nel loro interesse nazionale».
Quanto al clima, la spaccatura è riconosciuta da tutti. Il pressing dei sei su Trump perché accetti i severi vincoli alle emissioni imposti dall’accordo di Parigi è stato intenso, ma senza esito. Lo ammettono sia Gentiloni che Merkel. Un consigliere del presidente Usa parla di pensiero «in evoluzione», ma avverte che alla fine egli «deciderà cosa è meglio per gli Stati Uniti».
Infine il commercio, dove l’emergere di qualche convergenza non può nascondere l’ostilità di Trump a ogni approccio multilaterale. Al posto della «resistenza a ogni protezionismo», il comunicato parlerà più modestamente di «rafforzamento del contributo del commercio» alle economie. Ma, voce dal sen fuggita, è quel «bad, very bad on commerce» che svela il vero Trump. Non c’entrano neppure i tedeschi. È che dove gli altri vedono strade aperte, lui immagina muri o barriere commerciali .
CAZZULLO
L’unico segno di buona volontà è stato lo sforzo titanico di non addormentarsi al concerto nel teatro greco. Per il resto, Donald Trump al primo summit globale non voleva e forse non poteva smentire la sua fama di antiglobalista. Né ci si attendeva che un leader americano dichiaratamente contrario all’unità europea venisse in Europa a flirtare con la cancelliera tedesca o il presidente francese. Ma non era neppure scontato che Trump marcasse in modo così evidente la sua distanza fisica — i dieci minuti di ritardo alla foto di famiglia, la camminata solitaria nelle vie di Taormina — e politica dai tedeschi «cattivi» e dai francesi orgogliosi difensori del trattato di Parigi sul clima. Si è tentato in ogni modo di esorcizzare l’immagine dell’americano contro il resto del mondo (fin dalla scelta dell’albergo: è l’unico a non dormire al San Domenico); ma senza scongiurare il rischio che il G7 italiano partorisca oggi conclusioni vaghe, senza gli impegni necessari a fermare la desertificazione dell’Africa e i flussi migratori dal Sud del mondo. Nessun passo avanti, anzi qualcuno indietro.
Al tavolo l’esordiente Trump si è trovato di fronte la veterana Merkel, al dodicesimo G7. Le ha battuto la mano sulla spalla, dopo essersi fatto introdurre dalla polemica sul surplus commerciale tedesco — che peraltro alla cancelliera rinfacciano un po’ tutti —, ma non le ha nascosto un’ostilità anche personale: il presidente non è disposto a riconoscere a nessuno la guida dell’Europa, neppure a lei; meglio ancora se gli europei si presentano in ordine sparso, come d’abitudine. La Merkel ha definito l’incontro bilaterale «vivace»: aggettivo che per lei non rappresenta una qualità.
Le due PotenzeEsordiva sulla scena internazionale anche l’altro presidente eletto dal popolo, Macron, a suo agio nel salutare in italiano i passanti. Il più giovane: quasi coetaneo della moglie di Trump, il quale è quasi coetaneo della first lady francese. Francia e Stati Uniti sono le due uniche grandi potenze della storia a non essersi mai combattute, unite ogni volta da un nemico comune: l’Inghilterra, la Germania, l’Unione Sovietica. Ma oggi la distanza non potrebbe essere più grande; e non solo perché Macron è stato intransigente nel difendere l’accordo che porta il nome della capitale del suo Paese. All’Eliseo è entrato un europeista figlio dell’establishment; al di là delle strette di mano più o meno vigorose, era difficile che simpatizzasse con un protezionista che contro l’establishment ha costruito il suo profilo e la sua vittoria. Non a caso Trump si è sentito in dovere di contraddire in privato quel che aveva detto in pubblico, assicurando a Macron di non aver mai tifato per Marine Le Pen.
Con Theresa May l’americano ha ricucito, dopo la fuga di notizie riservate che stavolta non ha provocato ma subìto. La premier britannica è già ripartita: non era il momento per concerti e cene, lo choc dell’attacco di Manchester è ancora vivo, le elezioni incombono. L’unica foto che le interessava era quella con in pugno la dichiarazione congiunta antiterrorismo; che potrebbe restare l’unico risultato concreto dello «spirito di Taormina» evocato da Gentiloni, moderatore per ruolo e per natura.
Gli occhi del mondoTrump sapeva di avere gli occhi del mondo puntati su di sé, come nelle altre tappe di questo suo primo viaggio, pieno di appuntamenti emotivi. Dopo la Cappella Sistina e il Muro del pianto, il passaggio delle Frecce tricolori l’ha molto impressionato; anche se le sue uniche parole d’elogio sono state per i negozi del corso. Non hanno giovato al suo umore la partenza del genero Jared Kushner — coinvolto nel Russiagate — e della figlia prediletta Ivanka; che invece non è spiaciuta a Melania, arrivata a Taormina nel pomeriggio dopo una passeggiata a Catania con il sindaco Bianco, circa mezzo metro più basso di lei. Non c’erano limousine blindate per il presidente; il van scuro non ha avuto problemi nelle strade presidiate da diecimila uomini tra terra mare cielo (sentito un ufficiale mormorare che «l’Italia non schierava tante truppe dai tempi di El Alamein; speriamo che stavolta finisca diversamente»).
Oggi Trump non terrà conferenze stampa. Troppo difficili i rapporti con i giornalisti americani («ha strattonato il premier del Montenegro perché l’ha scambiato per uno di noi» ironizza Frank Bruni sul New York Times ), troppo complicate le domande sui suoi rapporti con Putin, che lo attende il 7 luglio al G20 di Amburgo. Ma se farà concessioni, sul clima o sui migranti — ieri gli americani si sono battuti come leoni per dare alla dichiarazione un tono più secco e aspro possibile —, non sarà certo all’estero, davanti ai leader alleati o rivali. Per Trump mostrarsi scontroso, inaffidabile, imprevedibile è anche il modo per esercitare un potere sulle anime e sui governi altrui. Al ritorno in patria potrebbe anche annunciare il rispetto formale degli accordi di Parigi, e violarli nei fatti. Oggi, prima della partenza, è attesa una sua dichiarazione ai militari della base di Sigonella; che domande e obiezioni non possono farne