La Gazzetta dello Sport, 27 maggio 2017
LeBron scavalca Jordan: «Ma lui è Dio»
Mentre durante l’intero ultimo quarto, ridotto a garbage time, scorrono i titoli di coda di gara-5 contro i Celtics, con i Cleveland Cavaliers che conquistano la loro terza finale Nba consecutiva, l’immagine che colpisce è un’altra. C’è Kyrie Irving che sgrida LeBron James seduto in panchina con la testa avvolta nell’asciugamano. Il play nato in Australia si stava arrabbiando bonariamente con il suo capitano perché non lo aveva visto esultare con entusiasmo per il suo nuovo record. Infatti. Con 2’40” dal termine del terzo periodo, LeBron infilava la storica tripla con cui sorpassava Michael Jordan e diventava il giocatore più prolifico dei playoff (5995 a 5987). LeBron aveva alzato l’indice verso il soffitto del TD Garden e niente più. Per Irving, troppa umiltà. Ma è proprio questo il segnale di una forza straordinaria: le imprese personali rinchiuse immediatamente in un cassetto per celebrare tutti insieme il trionfo di squadra. Così, Cleveland affronterà Golden State per il 3° anno di fila, dopo un’eccezionale cavalcata nei playoff (12-1): nella Nba una trilogia simile non era mai accaduta, neppure quando dominavano i Celtics e i Lakers. Secondo il New York Times, l’ultima volta che è successo nel mondo del basket, fu nelle finali di Coppa Campioni tra fra Real Madrid e Varese dal ’74 al ’76.
Stress Ma della finale, che comincerà il 1° giugno a Oakland, per il momento non vuol parlare nessuno. Mette subito le mani avanti pure LeBron: «In questo momento non ho il giusto stato mentale per discuterne. Sono rilassato e non voglio stress. Solo un fatto: negli ultimi tre anni sono stati la miglior squadra e ora hanno aggiunto un mvp (Kevin Durant, ndr.)». Così i discorsi sterzano inevitabilmente sul suo nuovo record, tralasciando persino lo stato di grazia in cui si trova in questa postseason: 32.5 di media con il 56.6% dal campo e il 42.1% da tre, 8 rimbalzi e 7 assist. E che questa sarà la sua settima finale consecutiva, l’ottava della carriera. Ma è di Jordan che King James vuole parlare e casualmente si presenta con ai piedi un paio di Air Jordan 1. «Giuro, non lo avevo pianificato», sorride. Si emoziona perché è costretto a riavvolgere il film dei ricordi fino all’infanzia. Quando era un bambino e sognava di essere come Jordan, come recitava lo slogan di una famosa pubblicità di allora «Be like Mike».
Ricordi Racconta: «Ma io non ho mai pensato di poter arrivare dove è salito lui, perché per me era come guardare Dio. Lo sapete, ho il numero 23 per via di MJ. Mi sono innamorato di questo gioco per lo stesso motivo. Lo imitavo in tutto. Indossavo le scarpette rosse e le calze bianche come lui. E pure i pantaloncini cortissimi che facevano intravedere le mutande e il polsino al braccio. Ecco, non mi sono mai rasato i capelli a zero e non ho mai messo l’orecchino tondo». Ma ci tiene a sottolineare la cosa che gli sta più a cuore: «Il primato di stasera l’ho ottenuto rimanendo me stesso e non cercando di essere qualcun altro. Non voglio essere considerato solo un realizzatore. Ce ne sono di fenomeni nella Nba, che tirano molte volte e segnano tanto, ma io non sono uno di quelli. Io sono soprattutto un playmaker». Insomma, «Be like LeBron» significa altro: «Significa che passare la palla e fare il passaggio in più è ok. Che un ragazzino inseguirà l’avversario e lo stopperà perché l’ha visto fare a LeBron. E non mollerà mai perché seguirà il mio esempio. Sapere di avere un impatto sulla prossima generazione è la cosa che mi renderebbe davvero felice». Oltre al quarto anello. Ma di quello se ne occuperà da domani.