Gazzetta dello Sport, 27 maggio 2017
Quelli del G7 non vanno d’accordo
Si parla da talmente tanto tempo di questo G7 di Taormina - che Renzi avrebbe fatto carte false per presiedere - che tutto sembra già avvenuto, tutto sembra già scontato. Intanto la città è stata rimessa a nuovo e restaurata come non mai. Poi tutta l’imponente apparato della sicurezza, addirittura con un cacciatorpediniere lanciamissile che incorcia al largo e la mobilitazione massima di tutti quanti per il corteo di oggi ai Giardini di Naxos, da parte dei NOG7, benché il G7, in sé, non faccia male a nessuno.
• Ma che cosa devono decidere che non si possa risolvere con una telefonata, una conference call o simili?
I G7, i G8, i G20 sono gli eredi dei congressi d’un tempo quando i potenti della Terra si vedevano da qualche parte e spostavano re e regine, combinavano matrimoni, davano a te l’Alsazia e a lui la Lorena oppure i Principati danubiani. Qualche volta si firmavano paci o si stabilivano le riparazioni di guerra. Era un’epoca in cui i potenti erano cinque o al massimo sei. Oggi i potenti veri sarebbero quattro: Stati Uniti, Unione Europea, Russia, Cina. Di questi a Taormina erano presenti solo gli Stati Uniti, con Trump, e l’Unione europea con Juncker e Tusk. Però l’Unione europea è da considerarsi un fuori quota: i sette del G7, oltre a Stati Uniti e Italia (col padrone di casa Gentiloni), sono Francia, Regno Unito, Germania, Canada e Giappone. Quello di cui devono discutere riguarda i migranti, il terrorismo, il commercio, il clima.
• Molta roba, per due giorni di lavori. Finiscono oggi, no?
Sì, e oltre tutto la Theresa May, che non s’è portata dietro neanche il marito Philip (mentre Herr Sauer, consorte della Merkel, è ben presente e inappuntabile e ha fatto i suoi giri turistici con le varie first ladies), è già tornata a casa per via dei fatti di Manchester. Rispetto a una chiacchierata su Skype, il vertice di potenti della Terra ha elementi di spettacolarità che magari possono ancora far credere, a poveri cristi che abitano nei vari Paesi, che davvero questi qui si vedano per occuparsi del bene del mondo. Magari stavolta sarà meno semplice, perché non sono d’accordo praticamente su niente. In ogni caso: i temi in discussione non vengono affrontati per la prima volta in questo week end di maggio, gli sherpa delle cancellerie ne stanno discutendo da settimane e i capi di governo e di Stato si limiteranno, oggi, a trarne delle conclusioni, peraltro mai definitive.
• Neanche sul terrorismo?
Su quello sì, perché quella sul terrorismo è la più facile delle intese, con il corollario però che Trump ha chiesto alla Nato di entrare a far parte della coalizione anti-Isis e con questa scusa ha chiesto ai paesi-partner, specialmente la Germania ma per niente esclusa l’Italia, di scucire più soldi per la protezione che l’Alleanza atlantica garantisce loro. Comunque sul terrorismo ieri è stata firmata anche una dichiarazione congiunta, molto esaltata, e sia pure con la solita flemma, dal nostro Gentiloni («al termine di una discussione diretta e sincera»). Senza farla troppo lunga, i sette potenti promettono un «rafforzamento della cooperazione tra le 7 maggiori economie del mondo occidentale su diverse questioni, dalla collaborazione informativa all’impegno dei leader per far promuovere dai grandi Internet service dei provider un impegno nei confronti di quello che circola in rete che spesso amplifica gli atti di terrorismo». Aver individuato internet come uno snodo fondamentale della lotta ai jihadisti è una novità vera.
• E sul resto?
Molta fatica e accordi, all’apparenza, impossibili. L’intesa più complicata sembra quella sul clima. Nel 2015, a Parigi, si siglò un patto relativo al riscaldamento globale, al quale Trump non crede e che giudica in ogni caso troppo costoso per gli americani. Ha sostenuto queste cose in campagna elettorale e ha intenzione di ribadirle oggi. Macron, che l’ha incontrato l’altro giorno, lo ha invitato a non compiere scelte frettolose. Macron, che è un nuovo a questi appuntamenti (i nuovi sono in maggioranza: Macron, Trump, la May, Gentiloni), s’è invece liberato stranamente filotrumpista sulle questioni del commercio. Trump sostiene una politica dei dazi («protezionismo») e soprattutto è contrario ad accordi globali che tengano avvinti a una serie di regole molti paesi: proprio la ragione fondante dell’Unione europea. Vuole procedere invece per accordi bilaterali, dove evidentemente il peso di una nazione com gli Stati Uniti metta l’altro contraente in una condizione di inferiorità. Benissimo quindi la Brexit e la Theresa May, malissimo quei burocrati della Ue. Di commercio si discute oggi, ma non credo che si andrà troppo lontano.
• E sui migranti?
Non credo che l’incontro col Papa abbia spostato di molto le convinzioni del presidente Usa, il quale mette davanti a tutto la sicurezza (vedi muro divisorio dal Messico). La bozza del documento finale, ancora in discussione, sul punto, per ora, dice così: «Pur sostenendo i diritti umani dei migranti e rifugiati, riaffermiamo i diritti sovrani degli Stati di controllare i loro confini e fissare chiari limiti ai livelli netti di immigrazione, come elementi chiave della loro sicurezza nazionale e del loro benessere economico».