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 1976  luglio 16 Venerdì calendario

Suicidio di massa di una corrente

Dopo quattro giorni la battaglia al Comitato centrale socialista si è conclusa con la definitiva caduta di Francesco De Martino dalla segreteria e l’ascesa, che viene formalizzata oggi dalla nuova direzione, di Bettino Craxi. Da un uomo di 69 anni ad un uomo di 43, dal colto e distaccato professore napoletano il Psi passa all’efficiente e sbrigativo dirigente milanese: il dato visibile del cambiamento nel Psi, dopo la sconfitta elettorale del 20 giugno, è in questo salto di generazione e nei nuovi metodi di lavoro che si annunciano. Anzitutto la creazione di un esecutivo, retto dal gruppo dei quarantenni, come guida del partito.
È molto? È poco?
Per quattro giorni i socialisti del Comitato centrale hanno rampognato i giornalisti che lamentavano l’assenza di un reale dibattito politico all’interno del Psi. La loro logica è che in questo momento il Psi deve pensare anzitutto alla sua sopravvivenza fisica, ringiovanirsi, cambiare stile e comportamento. Il passaggio doveva necessariamente essere traumatico, passare attraverso la decapitazione di un capo storico, ma forse non uno solo. Poi si potrà rispondere a chi guarda dall’esterno e si chiede dove va il Psi, se potrà sopravvivere come forza politica autonoma.
Per adesso la risposta del Comitato centrale a questo interrogativo è stata del tutto inadeguata. Il documento politico conclusivo è stato votato all’unanimità, ma con sei dichiarazioni di voto esplicative ed interpretative. Ma non era stata sancita la fine delle correnti?
Cacciate dalla finestra, le correnti sono rientrate dalla porta. In realtà, una sola corrente si è veramente dissolta: quella di De Martino, sconfitta come guida del partito, anche per non essere riuscita a designare un successore (doveva essere Giolitti ma la guerra fratricida lo ha isolato) nonostante il suo peso di maggioranza relativa. Gli altri gruppi restano in piedi anche se non formalmente.
La sinistra, anche se è apparsa innaturale la sua convergenza con gli autonomisti di Nenni e Craxi e con gli uomini di Mancini, ritiene che il documento politico accolga le sue tesi sulla strategia dell’alternativa e sull’atteggiamento verso il governo e si propone di svolgere una maggiore influenza nella nuova direzione. È vero però che Riccardo Lombardi ha esclamato: «Nessuno potrà mai convincermi che la politica dell’alternativa possa essere guidata e gestita da un uomo di destra come Craxi». Ma è pure vero che la leadership di Lombardi sulla sinistra si è ormai affievolita.
Gli autonomisti continuano a giovarsi dell’alto consiglio di Nenni, ma hanno ormai il loro capo naturale in Craxi. Dei capi storici si salva, come influenza e peso reale, solo Giacomo Mancini, che si è tenuto accortamente in riserva, fuori della competizione per le cariche direttive, in attesa di svolgere un nuovo ruolo, a scadenza più o meno breve, nel governo.
Il momento della verità per i demartiniani è scoccato alle ore 14 nella sala dello zaffiro al «Midas Palace». Fino a quel momento la corrente si era ritrovata unita su una linea d’attacco: accettiamo il documento politico elaborato la notte precedente dalla «Commissione dei 25», diciamo che non c’è differenza con la linea esposta da De Martino e chiediamo agli altri gruppi: perché non rieleggere De Martino, garantendo insieme la continuità e il rinnovamento? Enrico Manca veniva incaricato dell’ambasceria presso le altre correnti, ma riceveva un rifiuto da Mancini, da Signorile e da Craxi.
Il «no» veniva motivato richiamando le tesi della relazione di De Martino sull’alternativa e sul governo, giudicate divergenti rispetto al documento politico collegiale. In realtà, la macchina del cambiamento, ormai giunta quasi al traguardo, non si poteva fermare più. Quando Manca riferiva ai demartiniani le conclusioni della sua missione, scoppiava il «dramma del padre». Labriola sosteneva che se prima si poteva rinunciare a chiedere l’approvazione della relazione di De Martino, adesso bisognava farlo e presentarla in contrapposizione al documento collegiale. Si alzavano le mani per il voto: solo 8 dicevano sì, gli altri 39 si opponevano. Era l’atto finale. Alcuni, tra i quali Enrico Manca, piangevano. De Martino, in maniche di camicia, appariva sereno. Poco dopo, seduto sulla terrazza del bar, ci ha detto: «Non voglio più saperne. Sono una persona anziana, ho il mio prestigio anche all’esterno. Non voglio nemmeno essere rieletto in direzione. Che ci andrei a fare?».
Se patetico e insieme traumatico era il suicidio collettivo della corrente demartiniana, solitario era il dramma di Antonio Giolitti. Di prima mattina egli era ben determinato a presentare un suo documento alternativo, anche sapendo di restare in minoranza, ma per costituire la piattaforma di una battaglia da sviluppare fin da domani.
Bertoldi gli assicurava l’appoggio di dieci compagni. Lombardi era fermissimo nel sostenerlo. Ma la sfida era impari. Circolava la voce inquietante che negli accordi per le votazioni della direzione il suo nome non era nemmeno previsto. «Non importa» dichiarava Giolitti. Ma tra i lombardiani si cominciava ad affermare che il documento collegiale era soddisfacente e che non era opportuno lasciarsi mettere in minoranza insieme a Giolitti. Gli proponevano di presentare il suo documento ad integrazione di quello collegiale.
Giolitti rifiutava.
Quando alle 16 si è finalmente riaperta la seduta del Comitato centrale (alle 13 c’era stata una semplice parentesi, con Aniasi che aveva annunciato l’approvazione del documento politico in commissione con una sola riserva da parte di Labriola) lo scontro si era ormai consumato per intero. L’unico che passeggiava nei corridoi, in abito blu e camicia bianca senza cravatta, era Bettino Craxi. Nell’aula veniva letto il documento.
Nelle dichiarazioni di voto, Landolfi per i manciniani e Signorile per la sinistra hanno manifestato la loro contrarietà alla relazione di De Martino. Per Vittorelli il documento rappresenta la continuità della linea di De Martino, per Fortuna è «un punto importante di arrivo», mentre per Artali (del gruppo Bertoldi) si tratta invece di «un punto di partenza». Giolitti ha ripreso i suoi temi preferiti: opposizione ad ogni trasformistica operazione di governo, apertura del Psi allo «spazio esterno socialista», ai sindacalisti, agli intellettuali, rinnovamento culturale del partito come premessa di una teoria dell’autogestione.
De Martino ha dichiarato che avrebbe votato a favore del documento. «Ma prego i compagni di non votare il mio nome per la direzione. Avevo da tempo chiesto di essere sostituito alla segreteria. Mi rammarico che questa decisione non sia stata presa a tempo debito, senza traumatizzare il partito. È giusto adesso che si proceda ad un radicale rinnovamento».
Il suggello è stato messo da Nenni presidente del partito: «La dichiarazioni del compagno De Martino introduce un elemento di turbamento e di amarezza. Desidero dire una cosa sola, che il partito ha coscienza, o deve acquisirla, delle responsabilità collettive che si pongono al di sopra di quelle individuali dei dirigenti».
Il documento è stato votato all’unanimità e la seduta tolta alle ore 18. Tra le 21 e le 24 sono rimaste aperte le urne per l’elezione della nuova direzione di 31 membri (19 parlamentari e 12 «non»), su lista aperta ai 164 membri del Comitato centrale (non tutti presenti) e con un massimo di 21 preferenze per ognuno dei votanti