La Stampa, 26 maggio 2017
Papademos, il Monti della Grecia che si illuse di risanare il Paese con l’austerità
Il suo governo, durato appena cinque mesi, di grande coalizione, aveva imposto pesanti sacrifici alla Grecia; ma così aveva fatto prima il centro-sinistra di George Papandreou, e lo stesso fece dopo il centro destra di Antonis Samaràs. Per il ruolo che ha avuto, Papademos (in greco, per l’esattezza, Loukàs Papadimos) viene spesso accostato a Mario Monti.
Entrambi furono chiamati ad assumere l’incarico negli stessi giorni, Papademos una settimana prima, nel pieno della crisi dell’euro. Entrambi erano appoggiati da partiti fino al giorno prima rivali. Lui in più guidava un governo tutto di ministri politici, litigioso al suo interno, e doveva sottostare alle ingiunzioni della «troika», che Monti ha evitato.
Lo si può accostare anche a Carlo Azeglio Ciampi, perché veniva dalla banca centrale; in quella greca era salito da capo economista fino a governatore nel 1994; poi si era fatto apprezzare da tutta l’area euro come vicepresidente della Bce a Francoforte, dal 2002 al 2010. Il mestiere l’aveva imparato alla Fed americana, dopo aver studiato al Mit di Boston con Franco Modigliani.
Mario Monti sostiene oggi di non essersi fatto illusioni sulla gravità delle conseguenze che le misure di austerità avrebbero causato. Papademos, almeno come voce ufficiale della Bce, invece sì: anche lui, come Jean-Claude Trichet di cui era il vice, aveva sostenuto la dottrina oggi screditata della «expansionary contraction».
Ovvero, «se un programma di risanamento dei conti pubblici è allo stesso tempo credibile e durevole, nel medio termine contribuirà a sostenere la crescita economica e anche ad aumentare l’occupazione», come disse ai giornalisti il 4 marzo del 2010. Trichet gli aveva ceduto la parola nella conferenza stampa ufficiale, proprio perché si parlava di Grecia.
Applicata in dosi da cavallo, questa ricetta ha invece causato le conseguenze che tutti vedono. Rileggere quelle parole oggi dà il senso di quali fossero le illusioni di quel periodo. Chissà se Papademos ci credeva fino in fondo; i suoi studi e le sue frequentazioni precedenti come economista autorizzano il dubbio.
Certo l’atteggiamento della Bce fu determinante allora all’interno della «troika», dove invece il Fondo monetario stava rapidamente cambiando opinione. In via riservata, il capo economista Fmi, Olivier Blanchard, aveva fatto presente che imporre alla Grecia sacrifici di portata mai prima realizzata in nessun Paese avrebbe causato conseguenze negative di lunga durata.
A Papademos quella ricetta è poi toccato attuarla, sia pure per brevissimo tempo. Ottenne in cambio il taglio al debito della Grecia verso i privati, che nel 2010 era stato ritenuto impossibile per paura del contagio ad altri Paesi (tra cui l’Italia); ma appena l’Eurogruppo ebbe dato il via libera, il primo ministro tecnico ebbe le ore contate.
I ministri politici nel suo governo li aveva voluti lui, nella speranza che gestire direttamente il potere dissuadesse i partiti dagli intrighi. Non bastò. Il centro-destra (che lo riteneva troppo vicino ai socialisti) gli tolse l’appoggio, vinse le elezioni su una piattaforma anti-austerità per poi tornare all’accordo con la «troika», e ad altri sacrifici, una volta ottenuta la guida del governo.
Uomo minuto, cortese, riservato, una moglie olandese pittrice astratta di una certa notorietà, niente figli, dopo quell’esperienza Papademos si era ritirato a vita privata. Il bilancio della sua esperienza l’aveva tenuto per sé.