Corriere della Sera, 26 maggio 2017
Continua la grande fuga da Roma. Dopo Sky e Mediaset, l’addio di Esso
Paolo Foschi per il Corriere della Sera
Non solo Sky o Tg5: la grande fuga dalla Capitale continua. Dopo l’annunciato addio delle due importanti redazioni giornalistiche, la città eterna perde un altro pezzo importante del proprio tessuto economico e sociale. Stavolta a fare le valigie è la filiale di una dei colossi mondiali del petrolio e dell’energia: Esso, ramo italiano del gruppo Exxon Mobil, ha infatti avviato le procedure per chiudere la sede romana di viale del Castello della Magliana per trasferire i dipendenti che accetteranno in Liguria.
La vicenda, almeno per adesso, non ha avuto il clamore delle vertenze che riguardano Sky e il Tg5, ma solo perché l’azienda ha avviato «un percorso di dialogo e trattativa» con i dipendenti cercando di rendere il più indolore possibile l’operazione. Secondo quanto trapela da fonti aziendali, una cinquantina su oltre 200 avrebbero già accettato il trasferimento, gli altri trattano e nessuno vuole parlare durante questa fase. Il clima apparentemente tranquillo però non deve trarre in inganno sul valore simbolico, oltre che economico, di questo ennesimo addio a Roma. La sede capitolina di Esso è il cuore amministrativo in Italia del gruppo petrolifero e la decisione di andare altrove è la testimonianza della disaffezione per la Capitale in piena crisi da parte delle aziende. Il caso è emblematico: la compagnia petrolifera aveva scelto di posizionare la sede nel quadrante della Magliana, che pochi anni fa sembrava destinato a diventare un polo direzionale di eccellenza a metà strada fra l’Eur e l’aeroporto di Fiumicino.
Lo sviluppo urbanistico della zona, nonostante progetti, promesse e annunci, è però rimasto monco, la Nuova Fiera di Roma, investimento monstre che avrebbe dovuto trainare e rilanciare tutto il quadrante, si è rivelata un flop. La cittadella dell’Alitalia, con la compagnia in perenne crisi, è rimasta un sogno irrealizzato. Così, mentre nella zona si sono moltiplicati edifici ad uso abitativo e centri commerciali più o meno grandi, si è smarrita la vocazione da polo direzionale e produttivo. «Le operazioni di politica industriale si sono arenate, purtroppo la zona è stata caratterizzata solo dallo sviluppo immobiliare che da solo non basta. E se una compagnia come Esso decide di andarsene, è un drammatico segnale di sfiducia nelle possibilità di rilancio del territorio» osservano con amarezza in ambienti confindustriali romani.
L’appeal della Capitale come polo di attrazione per le grandi aziende sembra dunque in caduta libera e le ragioni sono diverse: infrastrutture carenti, mobilità e trasporti disastrosi, burocrazia opprimente, tessuto economico di contesto sempre più povero. Alcuni fattori negativi comuni a tutto il Paese, come per esempio i costi spropositati del lavoro o dell’energia, a Roma poi sono appesantiti dal peso delle tasse locali maggiorate per far fronte ai disastri amministrativi di Comune e Regione, con il paradosso – per esempio – che una multinazionale che decida di investire qui si trova costretta a partecipare a proprie spese, per esempio, al risanamento delle Asl affossate dalla cattiva politica e dalla cattiva gestione. E il risultato, drammatico, è che alla fine le aziende decidono di scappare.
Daniele Autieri per Repubblica
E adesso il pericolo più grande è il contagio. L’ultimo addio annunciato della redazione del Tg5, con i suoi 50 giornalisti e 90 tecnici, non spiana solo la strada alla smobilitazione in forza di tutto il comparto news di Mediaset, ma va ad ingrossare quel piombo di pregiudizi e opportunismo che tira le aziende lontano da una Capitale caotica e mal gestita e le guida verso il porto sicuro di una Milano efficiente e amica.
Sul nastro trasportatore che da qualche mese rulla giorno e notte in direzione della “capitale morale” sono saliti in tanti. Forse in troppi. Ha cominciato Sky, annunciando lo spostamento nel capoluogo lombardo di circa 300 persone, ed è stata seguita da molti altri. Alcuni con le valige in mano, altri, come la stessa Eni (il colosso di Stato e prima azienda italiana) in fase di analisi e di studio.
Certo, la manualistica dei luoghi comuni non aiuta (a Milano si costruisce il Bosco Verticale, a Roma non si riesce a tenere pulita Villa Chigi; a Milano viene completata la Torre Unicredit, il grattacielo più alto d’Italia, a Roma si azzerano con un tratto di penna le Torri dello Stadio; a Milano si passeggia a piazza Gae Aulenti, a Roma sui marciapiedi fuori-taglia della Nuvola di Fuksas), ma nessuno sembra veramente intenzionato a sollevare un argine per frenare la crisi della capitale.
Da qui la teoria più coraggiosa secondo la quale questo contagio avrebbe un untore, un burattinaio silenzioso che lascia affondare la città eterna, permettendo che il business, ma anche la politica, si facciano altrove. Lo ammette senza pudore un noto industriale romano. «È evidente che nessuno vuole salvare questa città – spiega – e che tutti, politici compresi, tirino la volata a Milano. Un atteggiamento decifrabile anche da come sono stati trattati diversamente due grandi scandali giudiziari: Mafia Capitale e le infiltrazioni mafiose nell’Expo. Il primo è diventato un infamante marchio di fabbrica per Roma, il secondo un’occasione di pulizia e di rilancio per Milano».
Il problema è all’ordine del giorno tra i capitani d’impresa della Capitale. «Ho parlato con alcuni colleghi – confessa il presidente di una grossa azienda romana a margine di un incontro a porte chiuse organizzato nella sede di Confindustria – e siamo pronti a chiedere l’apertura di un tavolo istituzionale per affrontare questo tema».
Gli industriali lo sanno: la questione è prima di tutto politica. La pallida performance del sindaco Virginia Raggi, segnata da un immobilismo assoluto sulle partite che contano, è un altro segnale che nel sistema dei vasi comunicanti qualcosa non funziona e sposta lontano le decisioni della politica. Verso Beppe Grillo per il Movimento 5Stelle; e verso Silvio Berlusconi e Matteo Salvini per una destra non solo leghista, ma soprattutto lombarda, che sventola senza fatica la bandiera di Roma ladrona, danzando sulle spoglie di un Pd romano impegnato a far dimenticare quel pezzo di classe dirigente azzerato da Mafia Capitale.
I detrattori sono tanti e le armi in mano alla città eterna spuntate.
Mentre infuria la crisi dei call center e di Alitalia, con il rischio di 2mila esuberi, la Cgil calcola che sono circa 11.000 i posti di lavoro a rischio in città, di cui 6.000 nelle imprese di piccole e medie dimensioni. Da qui la paura per il sindacato che la fuga al nord sia solo all’inizio e che potrebbe presto coinvolgere anche il chimico-farmaceutico, storicamente uno dei settori più forti dell’industria laziale.
Una paura condivisa anche dal presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, che in occasione dell’addio di Sky aveva commentato: «Roma purtroppo sta perdendo la propria vitalità e la propria capacità attrattiva. È una crisi di sistema molto grave». Così, dopo un altro addio scomposto e precipitoso che ricorda alla lontana quell’alba del 9 settembre del 1943 quando re Vittorio Emanuele III fuggì alla chetichella da una città allo sbando, gli argini stanno per crollare. Ma il rischio, stavolta, è più grave delle apparenze perché in ogni sistema di va- si comunicanti i vuoti si riempiono. E di fronte alla deriva di Roma, sono le mafie che si candidano a colmare il vuoto economico di una città che ancora produce il 10% del pil nazionale. Lo fanno prendendosi il commercio, i servizi, l’edilizia, gli appalti. E lasciando le rovine ai teleobiettivi dei turisti.