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 2017  maggio 26 Venerdì calendario

L’amaca

Se avessi sedici anni e qualcuno mi definisse “elemento di spicco”, “boss”, “figura di primo piano”, mi sentirei gratificato a prescindere dalla materia e dal contesto. L’ansia di identità e la sete di popolarità sono la benzina dell’adolescenza. È anche così che un piccolo delinquente si esalta e si convince di essere sulla strada della gloria; e diventa un duplice omicida; e pensa che la mortificante bruttezza del suo andazzo di vita (quelle case, quelle macchine, quei gioielli, quelle facce, quella ignobile maniera di parlare e di pensare) sia una cosa fichissima.
Ci vorrebbe, per parlare di un camorrista di sedici anni, uno sforzo di linguaggio che aiuti noi e soprattutto lui a uscire dalla mitologia del crimine. “Boss” di che cosa? Di quali supremazie di quartiere o di periferia, di quali tribù sforacchiate dal piombo, di quali faide disgraziate, e in quali carceri destinato a girare i pollici, alla fine? Sparatore o sparato nel groviglio arbitrario della malavita, mentre i figli dei signori, bene al sicuro nelle loro case e nelle loro università, non hanno bisogno di sangue per vivere comunque meglio, con più agio e più sicurezza, del più feroce guappo dei bassifondi. Altro che “boss”.