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 2017  maggio 25 Giovedì calendario

Spaghetti a domicilio. Non più solo pizza: boom del cibo consegnato a casa. Ma i ristoranti chiudono: ce la fa solo uno su quattro

Gli spaghetti aglio e olio? Meglio mangiarli a casa, magari davanti alla tivù, e se non si è costretti a spignattare e a sporcare i fornelli anche meglio. Come? Più veloce a farsi che a dirsi: basta prendere il cellulare, smanettare con qualche app o cercare il numero adatto (per poi appuntarselo, tanto tornerà utile ancora), scegliere quello che si vuol mangiare e il gioco è fatto. Si telefona e si ordina. La consegna a domicilio è garantita, in media entro la mezzora. E non più soltanto pizza, com’era una volta. Ora ci si può far recapitare direttamente a casa hamburger o sushi, ma anche primi o secondi più tradizionali. Fantastico. E sempre più frequente. 
Euromonitor, una delle società internazionali più quotate in ambito di statistiche e previsioni, stima che il giro d’affari del “delivery” alimentare “delivery” sta appunto per “consegna” ammonterà solo quest’anno, e solo in Italia, a 13,6 miliardi di euro. Il nostro Paese è il secondo al mondo per consegne di involtini primavera e focacce farcite: negli anni scorsi i Pony (food) express di mezzo Stivale hanno fatturato 400 milioni in dodici mesi. Ma gli addetti ai lavori calcolano che nei prossimi tre anni il boom sarà di quelli davvero inarrestabili e arriverà a toccare i 90 miliardi. Tutti spesi in margherite e manicaretti recapitati a casa all’ora di cena. Peraltro, specie nelle grandi città, sono sempre di più i ristoranti tradizionali che ora offrono anche il servizio “take away”,  avendo sottoscritto accordi con le aziende di consegne, i cui marchi sono ormai famosissimi. Dunque, se avete in mente il fattorino americano che consegna soltanto cibo cinese e pizza doppio strato siete rimasti indietro. Nelle applicazioni per tablet dei servizi porta a porta targati ristorazione ormai ci trovate di tutto: dalle lasagne alla piadina, dagli gnocchi burro e salvia alla cotoletta. Provare per credere. Non stupisce, allora, che il 60% degli ordini che arrivano alla catena americana Domino’s Pizza (da poco sbarcata anche da noi) provengano proprio dal web. O che JustEat azienda leader del settore quotata in borsa a Londra e presente in Italia con 4.800 ristoranti in più di quattrocento Comuni qualche mese fa si sia vista aumentare le chiamate del 75% e i clienti del 200%. Al punto che i responsabili sono dovuti correre ai ripari e incrementare pure le assunzioni di un buon 15%. Poi ci sono Moovenda, Foodora, UberEats: queste sono le aziende di consegne che si sono accordate con i ristoranti, e attraverso le applicazioni puoi addirittura seguire il percorso del fattorino di turno sul telefonino. 
E che cosa mangia, in genere, chi si fa recapitare il cibo a domicilio? C’è chi resta fedele alle tradizioni culinarie (il 39% degli ordini riguarda la classica pizza margherita e la cucina italiana), chi sperimenta giusti e sapori lontani, chi è diventato un fanatico di falafel e humus (il 29%) e chi passa le sue serate con una mussaka greca sul divano (il 25%). 
C’è però il rovescio della medaglia. Perché è anche per questo che i ristoranti non si riempiono più tanto facilmente. Un esempio eclatante è quello del Trentino: nei primi tre mesi del 2017, ha abbassato le serrande un’attività al giorno. A lanciare l’allarme è l’associazione dei ristoratori locali che di fronte a quelle (oltre) cento chiusure non preventivate ha registrato appena 29 nuove aperture. Non va meglio nemmeno nel resto d’Italia: nel 2015 le tavole calde e i bar che hanno fatto fagotto e staccato gli ultimi scontrini sono stati la bellezza di 27mila. Ma se si tiene conto che, nello stesso periodo, hanno inaugurato il menù solo 16mila attività, la somma è presto fatta: il saldo è negativo per 11mila unità. 
Un recente report di Unioncamere afferma che, tra gli entusiasti che si lanciano in una nuova avventura dietro al bancone di un pub o ai fornelli di una cucina aperta al pubblico, ce la fa appena uno su quattro. Gli altri tre gettano la spugna (anzi, lo strofinaccio) prima di cinque anni. Saranno i colpi di coda della crisi e il portafoglio che ci sembra sempre mezzo vuoto, sarà che siamo pigri e chi ci rinuncia più alla comodità di un fattorino che ti porta la pasta al pesto fin sul pianerottolo?, sarà pure che l’offerta è martellante e diversificata come non mai, ma alla trattoria dietro all’angolo ci andiamo poco. Tocca farsene una ragione, verso le nove di sera se suona il campanello non è di certo il postino. È il ragazzo che porta i maccheroni.