Libero, 25 maggio 2017
Deboli sull’etica ma sull’estetica siamo imbattibili
È possibile condensare in dieci tesi una visione complessiva sulla repubblica italiana a poco più di settant’anni dalla sua nascita? Proviamoci.
1) Per cominciare, l’Italia è un paese monarchico per indole e forse per indolenza. Cerca il capo, il padre, la guida. I Savoia durarono poco per attecchire al Paese, ma l’Italia è ancora mentalmente divisa a nord dalla memoria asburgica, a sud dal ricordo borbonico, al centro dal papa re, più dogi e regnanti minori. Visse perciò l’avvento della repubblica, a parte le ombre sul referendum, come una specie di caos primordiale tra libertà e orfanità. Perfino i due primi capi dello Stato, De Nicola ed Einaudi, avevano votato monarchia e non repubblica al referendum. Simbolicamente la sovranità si trasferì all’estero, in America o in Russia. Abbattuto il regime fascista, fondato su una forte mitologia, la repubblica ebbe nuovi miti fondanti: il mito dell’ America o dell’Urss, il mito delle Vecchie Zie, il mito della Resistenza e dell’Antifascismo, più i miti dei consumi e dell’italianità sfusa, senza riferimenti politici o statuali.
2) Il peccato originale della Repubblica italiana: il sistema dei partiti non fu pensato dentro la Repubblica ma la Repubblica fu concepita dentro il sistema dei partiti. Ossia furono i partiti a sancire l’appartenenza, le identità e i confini; essere comunisti, socialisti, democristiani, liberali, missini venne prima della cittadinanza repubblicana. Da qui la fragile lealtà verso lo Stato repubblicano e l’assenza di una Casa comune riconosciuta super partes.
3) Anche l’amor patrio fu subalterno al legame ideologico col partito d’appartenenza e al suo orizzonte. Perduto l’amor patrio, ancora associato alla guerra e al fascismo, agli italiani restò una specie di amor matrio. La Dc fu l’espressione del maternalismo di Stato che sostituiva il vecchio paternalismo autoritario fascista con la sollecitudine materna, se non mammista: allevare e non educare, tutelare, curare e nutrire più che formare e responsabilizzare.
4) Se lo Stato italiano assumeva le forme materne dello statalismo, i compiti maschili e militari erano delegati ai Tutori mondiali, Usa e Urss. Si diffuse una specie di patriottismo delle patrie altrui, frutto di abdicazione e voyeurismo. La storia era affidata (o rinfacciata) a loro, l’Italia si sentiva al riparo da ogni storica decisione. La proiezione verso gli Usa e l’Urss si trasferì poi col tempo sull’Unione Europea, vista all’inizio come via di fuga dai guai nazionali.
5) La parabola ventennale dell’Italia dal dopoguerra agli anni sessanta segnò un boom economico e sociale senza precedenti. Che non riguardò solo il tenore di vita, i consumi e alcune opere pubbliche funzionali alla crescita, ma anche il clima, la vitalità, l’euforia di quegli anni. Emersero figure decisive di imprenditori pubblici e privati come Mattei e Olivetti. Si trattò di una crescita felice; ma senza un disegno di sviluppo o una «certa idea dell’Italia».
6) La mancanza di un modello nazionale, di una via italiana allo sviluppo, fu compensata dalle egemonie ideologiche: da una parte crebbe l’egemonia culturale ad opera del Pci togliattiano e poi della sinistra e dall’altra si sviluppò una specie di egemonia subculturale moderata, qualunquista, americaneggiante o cripto-cattolica nel campo della tv e della ricreazione. Col tempo, con la crisi della cultura umanistica e la crescita della società narcisista di massa, si persero i confini tra le due egemonie. Fino a confondersi nel pop, in una versione al ribasso; più tech, meno cultura, più correctness meno ideologia.
7) La parabola discendente della Repubblica cominciò tra il ’68 e il ’70, tra la Contestazione e le Regioni, le lotte sindacali, la crisi economica ed energetica, gli anni di piombo, le stragi e il terrorismo, poi il dilagare della corruzione e del clientelismo, mentre prendeva corpo la stagione consociativa. Gli anni ottanta parvero una parentesi di rilancio, di rinato ottimismo e fiducia; poi affogata nel sangue dalla mafia, nelle manette di Mani pulite e nei conti con l’Europa. Fino a svendere il patrimonio nazionale d’impresa o vederlo fuggire all’ estero.
8) Nacque negli anni 70 e poi crebbe in seguito, sull’onda delle battaglie radicali, la stagione dei diritti civili: investì il ruolo della donna, il matrimonio e il divorzio, l’aborto e la bioetica. L’Italia si secolarizzò, i legami religiosi, ideologici e affettivi si fecero labili, la famiglia entrò in crisi, la natalità cominciò a decrescere, dilagarono single e unioni provvisorie. Fu la mutazione antropologica degli italiani, di cui scrissero in tanti.
9) Il disfarsi della politica e dei soggetti storici e ideologici della repubblica, l’egemonia della tv e dello spettacolo, la voglia di libertà e di cesarismo produsse l’ascesa del berlusconismo, che sancì l’avvento di un bipolarismo compiuto anche se fondato sul livore e la paura. Ma l’unione europea, il dislivello tra le economie, il Debito, la Crisi, il fallimento di tutte le esperienze di governo, da destra a sinistra oltre il berlusconismo, passando per i tecnici, generò una delegittimazione radicale della politica. Sparì la sfera pubblica e storica, prevalse la sfera privata e presente. Restarono gli individui e le tribù.
10) Oggi tutti gli indicatori biologici e sociali, statistici e demografici, le fughe all’estero e i flussi migratori, la concorrenza asiatica e i diktat europei, la pressione fiscale record, i mille disagi e disservizi, l’impossibile redenzione, dicono che l’Italia va verso un declino irreversibile. Dell’Italia nel mondo sopravvive il Mito, cioè quel segno, quel marchio, quel fascino legato a cultura, arte, bellezza, paesaggio, centri storici, stile di vita, cucina, moda e design. Solo nel Mito è riposta la possibilità di salvezza di un Paese spento, di una Repubblica statisticamente morente. La sua capacità di attrazione e di risveglio. La forza dell’Italia è nel suo racconto mitico, nella gioia di vivere in un Paese speciale, nonostante le brutture, lo sfascio e il malaffare.
E a volte, malgrado gli stessi italiani. Invece il paradosso finale della nostra storia repubblicana è che l’essenza politica, etica e culturale della res publica si risolve nel predominio della res privata.