la Repubblica, 25 maggio 2017
Il corpo di Serena nella trappola del razzismo
Che aspetto assume il corpo di una donna nera, vittoriosa o sconfitta, in un contesto storicamente bianco? Serena e sua sorella maggiore Venus Williams fanno tornare alla mente l’affermazione di Zora Neale Hurston: «Mi sento più nera quando vengo spinta contro un fondale di un bianco assoluto». Le parole di Zora Neale Hurston sono state messe in scena sul grande schermo da Serena e da Venus: a volte hanno vinto, a volte hanno perso, sono state offese, sono state felici, sono state tristi, ignorate, pesantemente fischiate (come a Indian Wells, che entrambe hanno boicottato per dieci anni), sono state acclamate, e per tutto il tempo, e in modo evidente a tutti, c’è stato chi si è infuriato per il fatto che si trovassero là – grafite contro un fondale di un bianco assoluto.
Per anni hai attribuito a Serena Williams il genere di resilienza che si addice a coloro che esistono solo sulla celluloide. In definitiva, né il padre né la madre né la sorella né Geova, il suo Dio, né lo schieramento della Nike potevano proteggerla dalle persone che ritenevano che il suo corpo nero non appartenesse al campo da tennis, al loro mondo. (...) La più nota tra i detrattori di Serena ha le sembianze di Mariana Alves, la famosa giudice di sedia. Nel 2004, alla Alves è stato interdetto di arbitrare altri incontri delle finali degli US Open a seguito di cinque contestazioni errate ai danni di Serena nei quarti di finale contro la connazionale Jennifer Capriati. I servizi e le risposte chiamati fuori dalla Alves erano atterrati, e incredibilmente non rinviati dalla Capriati, all’interno delle righe, e non serviva una vista particolarmente acuta per rendersene conto. Commentatori, spettatori, pubblico televisivo, giudici di linea, chiunque aveva potuto constatare che le palle erano buone, chiunque, a quanto pare, eccetto la Alves. Nessuno riusciva a capire cosa stesse accadendo. Serena, con il suo gonnellino in denim, sneaker nere a stivaletto e mascara scuro, cominciò ad agitare il dito e a dire «no, no, no» come se negare il momento potesse catapultarci tutti in un mondo intelligibile. La superstar del tennis John McEnroe, dotato di un occhio sensibile alle ingiustizie, era stupefatto che Serena fosse stata capace di mantenere la calma dopo aver perso il match.
Anche se nessuno ha mai fatto riferimento esplicito al corpo nero di Serena, non sei l’unico spettatore ad aver pensato che avesse coperto la visuale della Alves. (...) Un anno dopo, quella partita sarebbe stata citata per dimostrare la necessità dell’urgente adozione dell’occhio di falco, il dispositivo tecnologico che sottrae il responso all’occhio di chi guarda. Adesso la chiamata del giudice può essere verificata con il replay; invece, all’epoca, a match concluso Serena dichiarò: «In questo momento sono molto arrabbiata e amareggiata. Mi hanno imbrogliata. Devo aggiungere altro? Mi hanno derubata». E nonostante lo sdegno che hai provato per lei dopo quegli US Open del 2004, con il passare degli anni sembra che Serena si lasci alle spalle la Alves e la lunga lista di curiose contestazioni e sviste, nei confronti suoi e di sua sorella, via via che avvengono. (...) Ed ecco Serena, cinque anni dopo la Alves, che torna agli US Open, di nuovo in una semifinale, questa volta contro la belga Kim Clijsters. Serena non sta giocando bene e perde il primo set. Per reazione scaraventa la racchetta sul campo. Stavolta McEnroe non è colpito dalla sua capacità di mantenere la calma ed è indotto a dire: «Non l’ho mai vista così furiosa». Il giudice di sedia l’ammonisce; un’altra intemperanza comporterà un punto di penalità. È al secondo set, nel momento critico del 5 a 6 in favore di Clijsters, e batte per restare in partita, al match point. La giudice di linea scelta dagli US Open per osservare il corpo di Serena, in ogni suo movimento, dichiara che Serena ha pestato la riga di fondo durante il servizio. Che cosa? (La telecamera dell’occhio di falco non riprende i piedi, ma soltanto la palla). Che cosa! Non dirai sul serio? La giudice è seria; ha visto un fallo di piede, un fallo che nessun altro è in grado di riscontrare nonostante i numerosi replay. «Nessun fallo di piede, non puoi aver visto nessun fallo di piede» afferma McEnroe. Perfino la commentatrice di tennis dell’Espn ammette: «La chiamata per fallo di piede era fuori luogo». Sì, e anche se ci fosse stato un fallo di piede? Nonostante il regolamento, durante una partita del Grande Slam viene sanzionato molto di rado nei momenti critici perché «non si fa una chiamata che può decidere un match, a meno che non si tratti di qualcosa di plateale», come dichiara Carol Cox, arbitro ufficiale.
Mentre guardi l’affabile Kim Clijsters, provi a immaginare lo stesso scenario al contrario. E quando Serena si rivolge alla giudice di linea e dice «giuro su Dio che prendo questa palla del cazzo e te la ficco in quella gola del cazzo, mi hai sentito? Lo giuro su Dio!», per quanto lo sfogo sia offensivo, è difficile non applaudire la sua reazione immediata all’essere scaraventata contro un fondale bianco assoluto. È difficile non applaudirla per essere stata presente a sé stessa e aver lottato in quella maniera folle contro la presunta irregolarità della posizione del suo corpo lungo la linea di servizio.
Serena pronuncia nel 2009 le parole che avrebbe dovuto rivolgere alla giudice di sedia nel 2004, le parole che avrebbero scosso l’attenzione della Alves. Adesso la reazione di Serena sembra quella di una pazza. E la sua punizione per questo momento di emancipazione le costa la perdita del match, una multa di 82.500 dollari, più un periodo di osservazione della durata di due anni.
Forse la decisione del comitato si limita a valutare il contesto, anche se il contesto non spiega niente. È un evento pubblico che entra nelle case di tutto il mondo. Comunque è difficile non pensare che se Serena ha perso di vista il contesto abbandonando le buone maniere, potrebbe essere perché il suo corpo, intrappolato in un immaginario razzista, intrappolato nell’incredulità – codice per chi è nero in America –, è dominato non dalla partita di tennis che sta disputando, ma dal fallimento di una relazione che avrebbe dovuto svolgersi secondo le regole. Forse è questo che si prova in presenza di razzismo, a prescindere dal contesto – le regole che seguono tutti nel tuo caso non valgono più, senza un motivo preciso, e gridarlo al mondo urlando «giuro su Dio!» ti fa definire malata di mente, volgare, pazza. Mancanza di sportività.