Il Sole 24 Ore, 25 maggio 2017
Aziende statali ed enti locali, due bombe a orologeria
I brutti voti di Moody’s trascinano i listini cinesi verso il peggior risultato degli ultimi sette mesi (lo Shanghai composite index ha chiuso a -0,4%) e, come se non bastasse, l’MSCI index, ovvero l’oggetto del desiderio di Pechino che ha provato per ben tre volte, invano, a farvi inserire le sue blu chips, infierisce: c’è ancora molto da fare, fa sapere, sbattendo ancora una volta la porta, a qualche ora dal pesante verdetto.
Sbaglia, dunque, chi pensa che il giudizio di Moody’s sarà neutrale rispetto alle cose cinesi. Chiusa la kermesse del Forum One Belt One Road, si torna bruscamente con i piedi per terra.
E per una Cina terrorizzata dai rischi finanziari – evitarli, a ogni costo, è la priorità nazionale suggellata, peraltro, dal work report del Governo approvata dalle Due Sessioni del Parlamento – si è trattato di una vera e propria coltellata alla schiena, ma anche di un salutare ritorno alla realtà.
In questo momento, infatti, non solo è necessario che tutto proceda in maniera fluida verso il Congresso del Partito ma, soprattutto, che i mercati non vadano in tilt come è successo due anni fa, in piena estate, quando il sistema crollò mandando in fumo 5 trilioni di dollari.
Lo shock fu tale che il Governo dette il via libera a provvedimenti eccezionali, uno riguardò, in particolare, la previsione del tetto annuale all’indebitamento degli enti locali, una voce che incide fortemente sul debito pubblico inteso in maniera aggregata (si veda il grafico a fianco) in cui il debito pubblico include anche la quota parte locale).
Si stabilì che il debito dell’ente locale non potesse mai eccedere il 100% della capacità di generare reddito misurata dalla capacità di fiscal revenue.
Questa novità ha comportato una maggiore trasparenza nei conti pubblici, ad esempio nel 2015 si stabilì che 15,4 trilioni di yuan erano a carico diretto dell’ente locale, che non avrebbe avuto, quindi, più alcun alibi per non farsene carico. In quello stesso frangente l’allora ministro delle Finanze Lou Jiwei lavorava alacremente alla nuova legge di bilancio dello Stato proprio nel tentativo di far chiarezza tra quota di debito a livello centrale e quella imputabile agli enti locali ai quali, dopo aver messo le briglie introducendo il tetto annuale, riaprì le porte dell’emissione di bond municipali rimasti congelati per troppo tempo.
Nonostante ciò il meccanismo stenta ancora ad andare a regime ed è questo fuoco a covare ancora sotto la cenere consolidando l’idea che il sistema cinese non sia sostenibile nel medio periodo.
Il sentiment degli investitori sarà certamente influenzato dal downgrading del debito sovrano cinese. Se per i tassi la questione è chiusa – tutto finisce per risolversi nel circuito interno Banca centrale banche commerciali che regna sovrano sul mercato obbligazionario – il focus sul debito acceso da Moody’s mette a nudo la cattiva coscienza di Pechino sull’incompiuta nei meccanismi di controllo del debito reale dell’apparato statale, la cui relativa composizione e gestione continua ad essere un problema irrisolto, specie se si guarda a quello aggregato, cioè inclusivo della zavorra degli enti locali: province, municipalità, regioni e prefetture.
Pesa anche l’altra grande incompiuta, la riforma delle società statali, fortemente indebitate e dai profili di credito già deboli. Un debito sovrano declassato non potrà non influire al ribasso sui corporate bond specie di queste società. E d’ora in poi le società zombie quelle, in buona sostanza, vive solo in apparenza, ma in realtà tecnicamente fallite, devono fallire per davvero.