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 2017  maggio 12 Venerdì calendario

Guadagni 50 mila euro? In Italia sei ricco

Lo scorso 19 aprile, il politico laburista britannico John McDonnell è incappato in un piccolo caso mediatico dopo che in un’intervista radiofonica aveva annunciato che il suo partito, quando sarà al governo, tasserà un po’ di più i ricchi. Chi sono i ricchi?, gli hanno chiesto. «Quelli che guadagnano oltre 70 mila sterline l’anno», ovvero poco meno di 83 mila euro lordi. Apriti cielo: un diluvio di tweet che lo accusavano di non conoscere il Paese per aver posto l’asticella troppo in basso. Ma anche molti che l’accusavano del contrario. Eppure le statistiche gli danno ragione: sopra le 70 mila sterline si trova appena il 5% dei contribuenti britannici.
E in Italia? In Italia sei ricco sopra i 50 mila euro lordi, livello raggiunto da appena il 5% dei contribuenti. Cinquantamila euro lordi si traducono in 2.300 euro in busta paga ogni mese, più la tredicesima. Se siete su quel livello, o addirittura sopra, potete dirvi ricchi. Sono numeri che faranno arrabbiare molti – lo sappiamo – e che vanno contestualizzati e spiegati, a partire dalla questione irrisolta del peso dell’evasione sulla quantificazione della ricchezza italiana. Tuttavia, sono numeri che raccontano un pezzo di Paese, se avrete la pazienza di seguirci in questa analisi tra redditi in picchiata, patrimoni che si consumano, evasione e diseguaglianze in crescita: l’Italia che esce dalla crisi è un’Italia di ricchi decaduti. Poi, certo, ci sono anche i grandissimi patrimoni che poco hanno sofferto con lacrisi e, anzi, ne sono usciti rafforzati, come dimostrano i dati sulla crescita delle diseguaglianze. Ma fuori dai pochissimi fortunati, la situazione è molto ben delineata e la freccia della ricchezza punta verso il basso.
Oggi possono dirsi ricche famiglie che, forse, una volta avremmo considerato di classe media o medio-alta.
Matteo M., 36 anni, vive in una casa di oltre cento metri quadrati alle porte di Milano con la moglie e un figlio. Il loro reddito famigliare è pari a 105 mila euro lordi. Perle statistiche, quindi, possono dirsi ricchi: hanno redditi superiori a quelli di oltre il 95% della popolazione italiana. Tuttavia, non si sentono tali. «Il 20% dei nostri guadagni sono impiegati in investimenti peri mutui della casa dove abitiamo e una seconda, che affittiamo. Per il bambino, l’asilo nido e tutto il resto, va via un altro 20%. Poi ci sono le spese ordinarie. Spendiamo molto per ristoranti, sport, viaggi, ma non mi sento ricco anche se possiamo permetterci di mangiare fuori due volte alla settimana. Per me ricco è uno che si può permettere di acquistare un; giacca, o un vestito, senza preoccuparsi di guarda re al prezzo. Io devo stare attento».
Le parole di Matteo sono la spia anche della difficoltà a definire oggi cosa è benessere. Come spie gato dal sociologo dei consumi Vanni Codeluppi se una volta l’organizzazione delle società occiden tali era perlopiù piramidale, basata su una gerar chia unica di consumo (la prima casa, poi gli elettrodomestici, la macchina, l’abitazione per le vacanze e via salendo verso l’alto la scala della ricchezza, per tutti uguale), oggi persone diverse si danne gerarchie e priorità diverse, frutto di identità culturali diverse. Per le fasce giovanili, ad esempio, è pii spesso considerato un lusso la macchina di proprietà che non viaggiare all’estero, i cui costi sonc drasticamente calati soprattutto per chi è capace d: districarsi tra siti di home-sharing e offerte di voli low cost. D’altra parte, sono esplosi i costi per ITii-tech e gli abbonamenti a servizi digitali. Per alcune fasce il consumo culturale è prioritario rispetto agli oggetti di lusso, per altre è il contrario. Questo è uno dei fattori che, più o meno inconsciamente, ci portano a considerare gli altri sempre più ricchi di noi, spesso perché spendono soldi in cose che noi consideriamo superflue. Per questo la nostra analisi è limitata ai numeri di redditi e patrimoni, per essere il più oggettiva possibile.
I dati di Ocse ed Eurostat sui redditi e quelli di Credit Suisse sui patrimoni dicono che in Italia possono dirsi ricche famiglie dove il patrimonio per adulto è superiore ai 197-524 euro, mentre a livello di reddito “bastano” 31.692 euro al netto di tasse e contributi per nucleo abitativo composto da una sola persona. Questi numeri si ricavano raddoppiando i valori mediani, come spiegato nella scheda qui a fianco. Se prendiamo come parametro il 10% degli italiani più ricchi abbiamo un valore simile: 30.435 euro.
• Il confronto con l’Europa
Nel nostro Paese dunque si può essere definiti ricchi con un livello di reddito netto superiore di circa 5 mila euro rispetto a quello spagnolo, ma inferiore di circalO mila euro rispetto a quello francese e tedesco. Sono in questa situazione circa il 10% degli italiani (vanno infatti considerati i quozienti familiari).
Allo stesso tempo, se guardiamo ai patrimoni, l’Italia è in cima alla classifìca con un’asticella della ricchezza fissata a quasi 197-524 euro per adulto. La Germania è fanalino di coda, con un livello di poco superiore agli 80 mila. «Sono dati che evidenziano come l’Italia sia un Paese che vive essenzialmente del suo passato», spiegai economista Francesco Daveri, «ma la prima cosa che viene in mente è che gran parte dei redditi italiani non sono dichiarati. Siccome è molto più semplice occultare i redditi anziché i patrimoni, questo potrebbe spiegare la peculiarità italiana». E quindi: prevalenza dei patrimoni sulla ricchezza prodotta ed evasione. Due questioni che meritano di essere sviluppate separatamente.
• La ricchezza nascosta
Quanto sono realistici i dati italiani e quanto, invece, sono falsati dall’evasione? Domanda difficile, ma ci sono alcuni numeri certi pubblicati dalla Commissione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale istituita da una legge del 2009 e guidata dall’ex ministro Enrico Giovannini. La propensione all’evasione nel 2014 ha toccato quota 24,8%: ce una fetta di “nero” che vale un quarto dell’intera economia nazionale. Per quanto riguarda l’Irpef, la propensione all’evasione da reddito autonomo e imprese tocca il 59,4%.
«Non è possibile», spiega tuttavia Giovannini a pagina 99, «capire come questo modifichi lacurva della ricchezza». Infatti non sappiamo esattamente su quali fasce di reddito si collochi la maggiore evasione, anche se tutto lascia supporre che siano soprattutto i ricchi e i super-ricchi a evadere di più. Paradossalmente, questo cambierebbe poco la curva della ricchezza poiché una maggiore concentrazione di reddito tra i milionari cambia i valori medi, ma non quelli mediani. L’ipotesi, ovvero, è che le fasce altissime, gli happy few, guadagnino di più di quanto non sappiamo, per il resto i numeri fotografano Vimpoverimento del Paese.
Altri dati potrebbero confermare, almeno a livello di indizi, questa situazione. Il Corriere della Sera, ad esempio, ha messo a confronto le dichiarazioni Irpefoltre i 120 milaeuro con il numero di auto di lusso, ovvero dai 100 milaeuro in su. Nel 2014 ci sono 350.000 auto di lusso a fronte di 270.000 super ricchi. Con tutti i limiti del caso – ci possono essere ricchi con più macchine di lusso, o appassionati che hanno risparmiato a lungo per permettersi un’auto al di sopra delle proprie possibilità – è un segnale interessante di dove si anni di l’evasione.
• La ricchezza che si consuma
Ilaria L., 38 anni, genovese, laureato e specializzato a Milano, vive in un grande appartamento di oltre 100 metri quadrati con terrazzo nel centro città. Laprossimasettimanasitrasferiràconilfìglioe il marito in un’altracittà, dove haottenuto un posto di lavoro fisso. Finora, però, ha vissuto con uno stipendio netto di circa mille euro al mese. «Collaborazioni giornalistiche, traduzioni. Una fatica trovare lavori che ti paghino. I miei, oltre alla casa, mi aiutano con le bollette, altrimenti non ce la faremmo. Per anni abbiamo vissuto della ricchezza che ha costruito mio nonno e che mio padre ha conservato. Certo, questa ricchezza vaerodendosi eio mai mi potrei permettere di pagare la casa in cui abito».
Al netto della questione evasione, i numeri italiani sono significativi per la discrepanza tra redditi bassi e alti patrimoni rispetto al resto d’Europa. Ancora Giovannini: «I grandi patrimoni degli italiani sono frutto della ricchezza accumulata soprattutto nei decenni Settanta e Ottanta, quando avevamo tassi di risparmio di molto superiori al resto d’Europa».
Tralasciando il dato non del tutto trascurabile per cui negli anni Ottanta la crescita del debito pubblico è andata di pari passo con l’accumulazione delle ricchezze private, rimane il fatto che gli italiani hanno costruito un enorme “salvadanaio” che in molti casi è stato tramutato in case di proprietà.
Ma si può dire ricco chi ha redditi ridotti al lumicino, pur contando su uno, a volte due immobili? Intanto, spiega Giovannini, «sono ricchezze non certo orientabili a stimolare la crescita del Paese» e quindi improduttive.
Inoltre, se guardiamo al confronto 2008-2016, l’Italia è l’unico Paese dei quattro presi in considerazione dove oggi ci si può dire ricchi possedendo un patrimonio di valore nominale inferiore a quello del 2008, nonostante un’inflazione cumulata nel periodo pari al 9,5%. I patrimoni vengono smobilitati già adesso dai più anziani per far fronte alla povertà delle nuove generazioni, che sono medio-borghesi o alto-borghesi per educazione, famiglia di provenienza, stile di consumi, ma spesso non per reddito.
«Al contrario di quanto si dice nei talk show, la novità della crisi è che la soglia di povertà sale soprattutto tra le persone in età di lavoro, tra i giovani, mentre si mantiene stabile per i pensionati», dice Giovannini. Sono poveri che in parte non vediamo perché sostenuti dal welfare all’italiana, dalle famiglie di provenienza che utilizzano la propria ricchezza per mantenere uno stile di vita dei figli non allineato con i redditi.
Sono storie comuni nel nostro Paese. Luca Cevasco, 49 anni a ottobre, ex dipendente dell’azienda Oms Ratto di Genova, è tornato a vivere nella casa che era stata acquistata dai genitori. «Ho convissuto diverse volte e ora, dopo queste esperienze, sono tornato a vivere nella casa che i miei avevano iniziato a pagare negli anni Ottanta, il mutuo però lo hanno finito solo nel 2000, prima eravamo sempre nello stesso posto main affitto. Ora vado avanti con dei piccoli lavoretti». L’impiego come consulente, la crisi e le proteste in strada per evitare la chiusura della ditta, fallita due anni fa. Da allora uno slalom tra cassa integrazione e mobilità all’80% dello stipendio, in totale meno di 800 euro al mese. «Senza la casa dei miei non avrei i soldi per vivere: o paghi l’affitto o fai la spesa».
• Nuove diseguaglianze
In questo quadro, va inserito il tema della crescente diseguaglianza. La scarsa differenza tra patrimoni medi e mediani rispetto al resto d’Europa ci dice che nel passato l’Italia è stato un Paese “democratico” nella capacità di dare a ima larga platea la possibilità di accumulare ricchezza. Questo ascensore, però, si è inceppato (v.grafico di pagina 7). Il reddito nazionale del 20% degli italiani più ricchi, nel 2008 era pari a 5,2 volte il reddito del 20% più povero. Nel 2015 il rapporto è salito al 5,8. Peggio fa la Spagna, a conferma che le politiche di austerity imposte ai Paesi “Piigs” hanno colpito soprattutto i più poveri. La Franciae laGermania, invece, hanno disparità stabili intorno al 4,8 e 4,3, valori sostanzialmente immutati nel corso della crisi.
I dati italiani, probabilmente, rischiano di essere sottostimati per l’evasione che si annida ai livelli sociali più alti. Perché il paradosso, alla fine è proprio questo: i numeri ci dicono che nell’Italia che si impoverisce basta un reddito non altissimo per essere etichettati come ricchi, mentre i patrimoni si erodono. E, tuttavia, i super-ricchi accumulano ricchezza sicuramente a velocità più elevata, anche se non del tutto “tracciabile” dai radar dei documenti ufficiali.