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 2017  maggio 20 Sabato calendario

Tutto su misura

Quanto beneficio dà una vacanza? 13 Srrs. Quanto pizzicailpeperoncino calabrese? 15mila Shu. Quanto rischio c’è in un lancio con il paracadute? 8 micromort. Quant’è dolorosa la puntura di un’ape? 2 sulla scala del dolore. E si potrebbe continuare a lungo, ma non c’è da stupirsi. In fondo tutto si può misurare: basta utilizzare l’unità di misura giusta. Un problema che si sono posti anche alcuni scienziati, trovando soluzioni originali che potessero aiutarli nelle loro ricerche in economia, scienze sociali...
INDICI MOLTO SERI. Prendiamo il cosiddetto Indice Big Mac, una scala di valutazione estremamente seria. Introdotto dal giornale inglese The Economist nel 1986, compara le valute sulla base del costo di questo famoso hamburger. In pratica, per ottenerlo si divide il costo del panino in una certa nazione (e nella sua valuta) per il suo costo in un altro Paese e si confronta il risultato con l’effettivo tasso di cambio tra le 2 monete: se il costo del Big Mac è più basso rispetto al cambio, il potere d’acquisto in quella Nazione è più alto rispetto alla seconda, se è più basso, vale l’inverso. Nel gennaio scorso, negli Usa un Big Mac costava 5,06 dollari; in Cina l’equivalente di 2,83 dollari. E dunque, in quel momento lo yuan era sottostimato di circa la metà rispetto al dollaro e il potere d’acquisto dei cinesi ben più alto di quello degli americani. Nato per necessità di ricerca è anche un altro originale sistema di valutazione, questa volta relativo al grado di piccantezza di un peperoncino. Lo ha ideato il farmacista statunitense Wilbur Scoville oltre un secolo fa. Il procedimento consisteva nel diluire l’estratto di un peperoncino in una soluzione di acqua e zucchero finché un dato gruppo di assaggiatori non lo giudicava privo di piccantezza. Per quanto il “test organolettico di Scoville” sia stato tarato sul parere di alcuni individui, la scala di piccantezza (la Shu o Scoville Heat Units) è tuttora usata per indicare l’intensità del “bruciore” di un peperoncino. Si va dallo 0 di un normale peperone a un massimo di 16 milioni, valore arbitrario assegnato alla capsaicina pura (che corrisponde più o meno alla disintegrazione definitiva delle papille gustative).
COME PIZZICA! Nella classifica dei peperoncini “urticanti” il primo al mondo è il Carolina Reaper, entrato nel Guinness dei primati nel 2013, che vanta una piccantezza media di 1.569.300 unità Scoville con picchi di 2 milioni e 200.000 unità. Segue il Trinidad Moruga Scorpion, che raggiunge 1.463.700 Shu, ma è ugualmente così potente che, se la sua polvere attraversa i guanti di lattice di chi lo maneggia, irrita la pelle. Il peperoncino calabrese in confronto è dolce: vale “solo” 15mila Shu, mentre lo spray urticante della polizia Usa raggiunge i 5 milioni. A contatto con le mucose di occhi, naso e bocca dà un bruciore che per alcuni secondi immobilizza chiunque. E, a proposito di sofferenza, non si può non citare l’originale scala inventata dall’americano Justin Schmidt, 69 anni, entomologo e ricercatore all’Università di Tucson, in Arizona (Usa). Ha testato sulla sua pelle le punture di 80 tipi di insetti imenotteri con il fine di elaborare la relativa Scala del dolore. Il risultato, che gli è valso il premio IgNobel 2015 per l’entomologia (alla pari con Michael L. Smith, che ha sperimentato in prima persona le zone del corpo in cui una puntura di insetto fa più male, dalle narici al pene). La Scala riporta valori che vanno da 0 a 4: a 2 si situa la puntura di una vespa, il cui dolore è descritto da Schmidt come “intenso, e leggermente croccante” oltre che di intensità pari a “una mano schiacciata da una porta girevole”. Invece il punteggio 4, il massimo della gamma, corrisponde alla formica proiettile che, a dire dell’esperto, provoca un dolore pari a “camminare sui carboni ardenti con un chiodo piantato nel tallone”.
QUESTO TI FA MALE. Del resto, applicare criteri rigorosi a una serie di elementi opinabili e soggettivi non è semplice, ma c’è chi è riuscito a “incasellare” perfino il valore degli episodi importanti che possono cambiare la vita di ciascuno di noi. Gli psichiatri americani Thomas Holmes e Richard Rahe hanno provato a calcolare “oggettivamente” l’impatto su qualunque individuo di un divorzio o di un licenziamento, e soprattutto a determinare la relazione tra l’evento accaduto e la probabilità dell’insorgere di una malattia. Sul finire degli anni ’60 i due studiosi, sulla base di dati riferiti allapopolazione generale e a un gruppo di controllo di pazienti psichiatrici, hanno elaborato una lista di 43 eventi “life changing” (che cambiano la vita) e li hanno associati a un punteggio data 100. Nella loro Social Readjustment Rating Scale (Srrs) la morte di un coniuge vale 100, un divorzio 73, la morte di un parente stretto 63 e l’arrivo della pensione 45. Ma è il totale annuale a contare: superare quota 300 comporta l’80% delle probabilità di sviluppare una malattia legata allo stress.
E chi ritiene che dopo un anno faticoso il toccasana siano le ferie, dovrebbe ripensarci: una vacanza vale comunque 13 punti e una festa comandata 12 (in fondo non è così inspiegabile: basta pensare allo stress che spesso porta con sé il Natale...). Perfino l’ingresso di un nuovo membro nella famiglia (un figlio) ammonta a 39 Srrs, cioè quasi quanto il pensionamento.
DISGRAZIE. Simile, ma forse ancora più curiosa è la scala che misura il rischio di morte per cause accidentali. Intorno agli anni Settanta Ronald Howard, docente di Stanford, ideò un’unità di misura detta micromort, che corrisponde a 1 probabilità di morte su un milione, che poi è la percentuale di decessi che, in media, si ha guidando un’auto per 400 km, una moto per 10 e una bici per 32.
Per calcolare il livello di rischio di una determinata attività si divide il numero totale delle persone che la intraprendono per il numero di vittime. Da ciò si deduce, nello specifico, che alzarsi dal letto a 18 anni ammonta a 1 micromort; a 90 anni invece a 463, il che è come dire che l’azione è fatale per 463 anziani su un milione. Non solo: le statistiche attestano che ogni lancio con il paracadute vale circa 8/9 micromort, fare la maratona 7 (per ciascuna corsa), un’immersione 5 e subire un’anestesia durante un’operazione 10 micromort. Invece la probabilità di morire perché colpiti da un asteroide è di circa mezzo micromort in tutta la vita: stando ai calcoli dell’astronomo inglese Alan Harris, precisamente le chances sono 1 su 700.000. Ma l’impensabile può sempre capitare: il 7 febbraio 2016 nella regione indiana del Tamil Nadu un uomo sarebbe morto proprio a causa di un piccolo meteorite. Se confermato, il fatto rappresenterebbe una disgrazia per la famiglia dell’uomo, ma anche un’importante convalida per la scienza. Che qualche volta, anche nell’imprevedibilità della vita, riesce a... prendere le misure.