Focus, 20 maggio 2017
E questa ti sembra vera?
Probabilmente l’avete nel portafogli e magari non ve ne siete nemmeno accorti. Parliamo della nuova banconota da 50 euro entrata in servizio dallo scorso mese di aprile che, a uno sguardo distratto, potrebbe sembrare non tanto diversa dalla versione precedente. Guardandola con attenzione, invece, si possono osservare diverse differenze, introdotte soprattutto per rendere la vita difficile ai falsari. La più importante si nota mettendo il biglietto incontroluce: sullatodestro (della faccia principale) appare una finestrella trasparente con il ritratto di Europa, la figura della mitologia greca rappresentata su un vaso del IV sec. a.C. rinvenuto nei pressi di Taranto e oggi custodito al Louvre di Parigi. La finestra, insieme alla striscia metallica che la contiene, fa parte dell’ultima evoluzione di una tecnologia (kinegram), messa a punto da un’azienda svizzera specializzata in contrassegni di sicurezza: si tratta di un processo industriale (top secret) che prevede l’incisione, su una lamina, di una serie di microstrutture che fanno materializzare le forme (il ritratto, il numero 50, il simbolo € ecc.) e gli effetti colorati, simili a un ologramma, che ammiriamo esponendo la banconota alla luce. Effetti che sono praticamente impossibili da riprodurre anche per i falsari più attrezzati.
CHI FA I SOLDI? Come mai è stato scelto proprio un volto, come elemento di sicurezza? La “dritta” è arrivata da un neuroscienziato americano della Stanford University, David Eagleman, consultato dai tecnici della Banca centrale europea durante la fase di progettazione della nuova banconota: secondo Eagleman, infatti, il cervello umano presta istintivamente più attenzione ai volti che agli edifici. Dunque se una banconota falsa presentasse qualche imperfezione, sarebbe più facile notarla in un viso. Si dà il caso, però, che non siano soltanto gli esseri umani a maneggiare il denaro, ma anche i distributori automatici, le macchinette cambiamoneta ecc. Ecco perché, per realizzare il nuovo biglietto da 50 euro, sono state impiegate anche tecnologie riconoscibili soltanto dalle macchine, come gli inchiostri speciali che reagiscono in modo particolare ai raggi ultravioletti, gli elementi stampati in rilievo e un nuovo filo metallico di sicurezza (v. immagine e realtà aumentata in apertura del servizio). Dove vengono fabbricati gli “euro italiani”? Non negli stabilimenti della Zecca di Stato, come molti pensano, ma nella stamperia della Banca d’Italia, a Roma.
NON SOLTANTO DENARO. La celeberrima Zecca, invece, si occupa di coniare le monete (anche in questo caso, solamente quelle della “serie italiana”) che presentano, pure loro, alcuni accorgimenti che hanno lo scopo di renderle difficilmente riproducibili. Specialmente per i tagli più “ricchi” (da 1 e 2 euro) che, oltre alla caratteristica e più evidente composizione “bimetallica” (che impiega un tipo di lega per la parte esterna e un altro per quella interna), prevedono anche, al loro interno, la disposizione di materiali diversi alternati su tre strati.
In più, per aumentare ulteriormente il livello di sicurezza, sullo spessore della moneta da 2 euro vengono incisi anche alcuni simboli microscopici, il cui contenuto varia a seconda del Paese emettitore, che persino i falsari più abili non riusciranno mai a imitare perfettamente. A proposito di Zecca e di sistemi anticontraffazione, è proprio negli stabilimenti dell’Istituto Poligrafico di Stato che vengono stampati anche i contrassegni di riconoscimento che troviamo su un gran numero di prodotti della nostra vita quotidiana: dai bollini dei farmaci (stampati su carte adesive a più strati) ai sigilli destinati, per esempio, ai pacchetti delle sigarette e alle confezioni di bevande alcoliche (per i quali si impiegano carte speciali con filigrane, sistemi di stampa con inchiostri iridescenti e i cosiddetti “datamatrix”, i codici a barre bidimensionali). Oltre a offrire garanzie sulla provenienza del prodotto, e dunque sulla sua autenticità, i contrassegni di ultima generazione forniscono anche altre informazioni utili. Consultando con un lettore ottico (o con uno smartphone e la relativa app) il codice stampato sull’etichetta di una bottiglia, è possibile, per dire, sapere di più sulla storia di quel vino, sull’azienda che l’ha prodotto e sul consorzio di tutela a cui appartiene.
FALSI A TAVOLA. Sempre al vino è dedicata un’originale invenzione messa a punto da un team di ingegneri italiani, con la collaborazione del Dipartimento di Scienze agrarie dell’Università di Bologna. Si chiama Wenda, è un dispositivo pensato per essere fissato alle bottiglie e che, grazie ai suoi sensori, rileva una serie di parametri relativi al contenuto: Wenda li memorizza e li rende disponibili, via Internet, a chiunque voglia consultarli con lo smartphone. Il bello è che, misurando dati come l’esposizione ai raggi ultravioletti e le accelerazioni subite dalla bottiglia, questo sistema – che è ancora sperimentale, ma dovrebbe arrivare sul mercato entro l’anno – consente di verificare se nel corso della sua “vita” il vino sia stato conservato in modo corretto, con l’inclinazione ideale e alla larga da ambienti troppo illuminati. Ma soprattutto garantisce che non sia stato manomesso con l’aggiunta di un vino di qualità più scadente dell’originale. Un risultato analogo è stato ottenuto da alcuni ricercatori del dipartimento di Chimica dell’Università di Pisa, con la differenza che, in questo caso, l’alimento di cui si protegge l’identità è l’olio extravergine di oliva. E che lo “strumento” usato per riuscirci si basa, più che sulle nuove tecnologie, sulla... cara vecchia chimica. «Il nostro metodo», spiega Valentina Domenici, coordinatrice del gruppo di ricercatori, «misura la concentrazione di quattro pigmenti che sono naturalmente presenti nell’olio. Nei casi più comuni di manipolazione», sottolinea Domenici, «che sono il miscelamento con olio di girasole, la conservazione in condizioni non ottimali di luce e il riscaldamento per eliminare odori e sapori sgradevoli, queste concentrazioni risultano modificate. Valori alterati sono dunque sinonimo di frode». Il sistema messo a punto dai ricercatori pisani è, oltretutto, economico, semplice (basta versare un piccola quantità di olio in una “provetta”) e veloce, perché emette il suo responso in pochi minuti anziché in uno o due giorni come accade, invece, applicando i metodi approvati attualmente dalla Comunità Europea: presto potremmo vederlo in servizio direttamente nei punti vendita.
IMPARA L’ARTE... Un’altra tecnologia tutta italiana, infine, potrebbe presto diventare la chiave per proteggere le opere d’arte. E stata messa a punto dai ricercatori dell’Area Science Park di Trieste e consiste nel marchiare un quadro, una moneta antica o una scultura, con piccoli cristalli di un sale (il fluoruro di litio) che, se esposto alle radiazioni di un sincrotrone (un piccolo... acceleratore di particelle), diventa invisibile, ma risulta fluorescente se illuminato da una speciale luce bluastra. L’idea è di impiegare questo sale come se fosse un pigmento invisibile, per creare un marchio (o un codice) da “stampare” sull’opera originale per distinguerla dalle copie dei falsari. La tecnologia, che si chiama Invisible, viene già sperimentata con successo: sul dipinto Due maghi e un bambino di Giambattista Tiepolo, conservato nei Musei Civici di Udine, è applicato uno di questi codici. Ovviamente non si vede.