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 2017  maggio 24 Mercoledì calendario

APPUNTI PER GAZZETTA - TRUMP A ROMAREPUBBLICA.ITROMA - "Non dimenticherò quello che mi ha detto". Sono queste le parole con cui il presidente americano Donald Trump si è congedato da papa Francesco primo appuntamento della sua visita lampo a Roma conclusasi alle 13,30, quando il presidente Usa è partito per Bruxelles

APPUNTI PER GAZZETTA - TRUMP A ROMA

REPUBBLICA.IT
ROMA - "Non dimenticherò quello che mi ha detto". Sono queste le parole con cui il presidente americano Donald Trump si è congedato da papa Francesco primo appuntamento della sua visita lampo a Roma conclusasi alle 13,30, quando il presidente Usa è partito per Bruxelles. Al momento della stretta di mano iniziale, secondo le agenzie di stampa statunitensi, il presidente Usa aveva detto "È un grandissimo onore essere qui". Due tra gli uomini più potenti del mondo si sono incontrati per la prima volta, dopo una serie di dichiarazioni discordanti che li hanno visti protagonisti in passato. Trump in Vaticano, stretta di mano con il Papa Navigazione per la galleria fotografica 1 di 21 Immagine Precedente Immagine Successiva Slideshow Condividi   Il Papa ha infatti aspramente criticato l’intenzione di Trump di costruire il muro al confine tra Stati Uniti e Messico e in generale le sue politiche anti Islam e contro gli immigrati, così non sembra usuale uno dei doni che ha presentato a Trump al termine della visita. In Vaticano è stato fatto notare che se i tre documenti che il pontefice ha donato al presidente sono gli stessi che regala ai capi di Stato in visita,  "meno usuale" è il messaggio 2017 sulla Giornata della Pace con cui Bergoglio ha voluto omaggiare Trump.

L’incontro si è tenuto nella Sala del Tronetto dell’appartamento papale, i due si sono scambiati una cordiale stretta di mano e alcune parole di saluto. I cronisti statunitensi hanno sentito The Donald dire che era "a very great honor"  essere ricevuto. La first lady americana, Melania Trump, era vestita di nero, con un velo di pizzo a coprirle il capo, in totale rispetto delle tradizionali indicazioni per le udienze e le occasioni ufficiali con il papa. Melania, slovena naturalizzata statunitense, è di religione cattolica.  

Papa Francesco ha salutato la First Lady con una stretta di mano e, dopo qualche parola, ha benedetto un rosario che Melania gli ha consegnato. Poi il Pontefice ha salutato la figlia del presidente statunitense Ivanka, il genero Jared Kushner e tutto il seguito, che nella prima parte del colloquio è stato in una sala di un appartamento delle udienze. Anche Ivanka era vestita con un abito nero e aveva il velo, secondo il cerimoniale.

È stato questo il momento in cui la tensione si è allentata anche a causa di un malinteso su quel che mangia Trump. Il Papa, guardando l’imponenza fisica del presidente e del suo seguito ha chiesto in spagnolo a Melania: "Cosa gli dà da mangiare? La "potica" (un pane dolce con noci sloveno ndr)?"  Frase colta solo in parte dal monsignore incaricato di fare da interprete, che ha riportato solo metà battuta: "Cosa gli dà da mangiare?". alla quale Melania, colta di sorpresa, ha risposto con un sorriso, bisbigliando "Sì, pizza", affermazione che suona ironica visto che è nota la predilezione del presidente per il cibo prettamente americano. Il Papa a Melania su Trump: "Cosa gli dai da mangiare, putizza?" Condividi  
Tra i doni che il papa ha presentato a Donald Trump, c’è il messaggio per la Giornata mondiale della pace che ha per titolo "La non violenza, stile di una politica per la pace", soffermandosi in particolare con il presidente statunitense su alcuni brani che ha indicato sfogliando il libretto.  "Questo glielo regalo perché lei sia strumento di pace", ha detto Francesco a Trump regalandogli il medaglione con il ramo di ulivo che unisce la pietra divisa, dopo avergli spiegato che esso rappresenta un "simbolo di pace". "Abbiamo bisogno di pace", gli ha risposto il presidente americano. Gli altri doni del pontefice sono stati i tre documenti programmatici del Pontificato: l’Evangelii gaudium, la Laudato sì e l’Amoris laetitia. Trump ha invece consegnato al papa una scatola blue , dicendo che conteneva "libri di Martin Luther King. Penso che le piaceranno, lo spero". Al termine del colloquio, l’atmosfera generale è apparsa molto più distesa che all’inizio dell’incontro.. "Grazie per la visita", ha detto il papa a Melania Trump, salutandoli e ringraziando anche il presidente. Dopo l’incontro con il presidente americano il Papa ha svolto la consueta udienza del mercoledì.

LEGGI Melania Trump visita il Bambino Gesù, Ivanka Sant’Egidio Roma: la famiglia Trump visita la Cappella Sistina Condividi   Trump era arrivato a Roma nel tardo pomeriggio e ha passato la notte a Villa Taverna. Da lì, nella zona Nord della capitale, intorno alle 8 le auto blindate si sono dirette verso San Pietro, in una città bloccata per le misure di sicurezza, con il traffico impazzito anche nelle zone più distanti fin dalle prime ore del mattino.

Dopo l’incontro con papa Francesco in Vaticano, la delegazione statunitense ha visitato la Cappella Sistina, poi è andata al Quirinale per il colloquio con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Anche in questo caso, è il primo incontro tra i due capi di Stato.

Dopo la stretta di mano c’è stata la presentazione delle rispettive delegazioni. In quella americana, oltre a Tillerson ci sono il consigliere per la Sicurezza nazionale H.R. McMaster, il genero e consigliere di Trump, Jared Kushner, e il consigliere politico Stephen Miller. Da parte italiana ci sono, tra gli altri, il ministro degli Esteri Angelino Alfano, l’ambasciatore a Washington Armando Varricchio, il consigliere diplomatico del Quirinale, Emanuela D’Alessandro. Trump al Quirinale: l’incontro con il presidente Mattarella Condividi   La mattinata si è conclusa con l’incontro con il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, a Villa Taverna, residenza dell’ambasciatore americano dove hanno alloggiato i Trump. Le prime parole che il presidente Usa ha pronunciato con il presidente del consiglio hanno fatto riferimento alla visita in Vaticano. Con papa Francesco "abbiamo avuto un
fantastico incontro, è una grande personalità", ha detto Trump che ha poi affermato "l’Italia ci piace molto, veramente tanto".

A fine bilaterale il presidente del Consiglio ha scritto su Twitter: "Con Donald Trump colloquio in preparazione del vertice di taormina. Da G7 impegno comune contro il terrorismo". Roma, Trump a pranzo con Gentiloni: "L’Italia ci è piaciuta davvero tanto" Condividi   Al centro del colloquio il G7 di Taormina, la questione migratoria come sfida globale, l’importanza del tema climatico e la questione degli scambi commerciali, per conciliare libertà e reciprocità.

La visita di Trump a Roma è una delle tappe del viaggio di nove giorni del presidente. Nel primo pomeriggio il presidente degli Stati Uniti e la first lady sono partiti per Bruxelles, dove Trump parteciperà a un meeting Nato, prima di tornare in Italia per il G7 di Taormina

DAL CORRIERE DELLA SERA DI STAMATTINA

ROMA È cominciata ieri sera con una cena a Villa Taverna, residenza dell’ambasciatore americano, la visita lampo di Trump a Roma. Un piccolo mistero immerso nelle indiscrezioni. Tra gli invitati, soprattutto amici personali del presidente più alcuni dei maggiori imprenditori italiani. Sono circolati i nomi dell’amministratore delegato di Fiat-Chrysler, Sergio Marchionne, e dell’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, conoscente di lunga data del segretario di Stato Rex Tillerson. Dubbi su Marchionne, ma Descalzi sicuramente non c’era.

Luigi Di Maio e forse anche Davide Casaleggio, leader del Movimento 5Stelle, avrebbero, invece, cenato con alcuni consiglieri di Trump, ma certamente non a Villa Taverna. La Casa Bianca non ha fornito particolari, insistendo sul «carattere privato» della serata e rimandando, invece, al programma di oggi. Il presidente è stato accolto a Fiumicino, sotto la scaletta dell’Air Force One, dal ministro degli Esteri Angelino Alfano e dal suo pari grado vaticano, il Nunzio papale, arcivescovo Francesco Canalini.

L’epicentro simbolico della giornata è l’udienza di prima mattina nella cittadella pontificia. Papa Francesco e Donald Trump, accompagnato dalla moglie Melania e dalla figlia Ivanka, dovrebbero passare una ventina di minuti insieme. Ma i due personaggi sono imprevedibili e quindi potrebbero allentare facilmente i tempi concordati da settimane. Nel febbraio del 2016, Trump e Bergoglio si scontrarono duramente sul «Muro». Ma, una volta alla Casa Bianca, il presidente ha cominciato subito il riavvicinamento, fino a inserire nel primo giro all’estero anche l’appuntamento con il Papa. In un certo senso è quasi secondario capire che cosa si diranno Francesco e The Donald. E si illude chi pensa che Trump possa correggere drasticamente le scelte sulla politica ambientale o l’immigrazione. Ma certo la diplomazia papale resta una carta preziosa, anche per la politica estera americana: basti solo pensare alla mediazione di Bergoglio per facilitare lo storico viaggio di Barack Obama a Cuba nel 2016. Da una parte e dall’altra, dunque, si comincia il dialogo oggi e si semina per il domani.

A metà mattina Trump sale al Quirinale. Anche qui il formato dell’incontro è «di cortesia». Niente giornalisti, niente dichiarazioni ufficiali. In realtà al Colle saranno presenti, come prevede la Costituzione, anche il ministro degli Esteri Alfano e il Segretario di Stato Tillerson. I temi dominanti saranno due: Trump accentuerà i toni sul terrorismo internazionale, dopo la strage di Manchester. Tillerson riferirà sulle prospettive del negoziato israelo-palestinese.

Il confronto continuerà all’ora di pranzo, questa volta in termini più politici, con il premier Gentiloni. Alfano vedrà anche l’inviato americano per il Medio Oriente, Jason Greenblatt, il consigliere di Trump che, con il genero del presidente Jared Kushner, ha preparato la tappa israeliana chiusa ieri. Per il momento lo staff di Trump è riuscito a evitare contaminazioni con gli sviluppi del dossier russo.

Da Washington l’ex capo della Cia, John Brennan ha rivelato, nel corso di un’audizione davanti alla Commissione Intelligence della Camera, che lo scorso anno la sua agenzia notò «una serie di contatti sospetti tra funzionari del governo russo e importanti collaboratori di Trump».

Giuseppe Sarcina

CHE HANNO MANGIATO, COM’ERANO VESTITI

ROMA Il bianco e il nero. La prima a scendere la scaletta dell’Air Force One sulla pista 3 dell’aeroporto di Fiumicino, a fianco di «The Donald», è stata la moglie Melania (che ha di nuovo rifiutato di dargli la mano, com’era successo a Tel Aviv). Occhiali scuri abbinati al soprabito con decori dorati by Dolce & Gabbana. Non è la prima volta che la moglie di Trump indossa capi della casa di moda italiana (mentre più di uno stilista si è rifiutato di vestirla). Ha optato per un candido pizzo a balze la first daughter Ivanka, mano nella mano con il marito Jared Kushner.

Dopo il cerimoniale al loro arrivo, i Trump hanno attraversato il centro di Roma passando davanti al Colosseo e all’Altare della patria per raggiungere Villa Taverna ai Parioli, residenza dell’ambasciatore statunitense. Nella villa di delizie con giardino all’italiana primo cambio d’abito per Ivanka, che ha indossato uno chemisier di raso grigio perla con una cintura a fusciacca in vita. È stata la stessa protagonista dello scatto a postarlo sui suoi profili social, Instagram e Twitter: «Ciao Roma» e i simboli delle bandiere dei due Paesi, Italia e Usa. Per la cena, la coppia Ivanka-Jared ha scelto una tipica trattoria nel centro della capitale, le Cave di Sant’Ignazio nell’omonima piazza capolavoro del barocchetto romano. È stata l’ambasciata americana, con soli dieci minuti di anticipo, a comunicare la prenotazione: una decina di ospiti al tavolo con la first daughter e il marito, una quarantina di persone della scorta. La figlia del presidente, vegetariana, ha ordinato insalata caprese con mozzarella di bufala e pizza margherita. Entusiasta dell’atmosfera familiare — l’ex presidente Bill Clinton scelse lo stesso ristorante durante la sua visita a Roma — ha confidato a una delle proprietarie, Luigina Pantalone: «È bello essere qui, mi sento a casa».

Maria Egizia Fiaschetti

COME PROTEGGERE MOGUL E MUSE

Un piccolo esercito protegge «Mogul» e «Muse», nomi in codice con i quali il Secret Service identifica Donald Trump e Melania. Uno scudo che mette in conto le peggiori minacce, prepara ogni tipo di risposta e deve sospettare di tutto e di tutti. Negli Stati Uniti come durante le missioni all’estero. In Italia non sarà diverso, con l’aggiunta della tensione provocata dalla strage di Manchester.

L’operazione è lunga e meticolosa, come fosse una battaglia. Il primo a muovere è l’Advance team dell’agenzia. Arriva con settimane d’anticipo nella città che il presidente dovrà visitare. Studia i percorsi, le vie di fuga, le distanze dagli ospedali, gli eventuali punti critici, le postazioni per i tiratori scelti. Quindi consulta le forze di sicurezza del Paese ospite, esamina i luoghi che saranno visitati e l’hotel che accoglierà la delegazione ufficiale.

È una ricognizione profonda, «attiva» che in passato è stato anche al centro di qualche problema: in Colombia alcuni dei funzionari furono coinvolti in una rissa con contorno di escort. Intensa la collaborazione con l’intelligence alleata nella valutazione di possibili pericoli, segnalazioni, bricioli di informazione che corrono dentro rapporti e voci.

La seconda fase è nell’immediatezza dell’arrivo. Grandi aerei C 17 e C 5 Galaxy trasportano i mezzi che saranno usati dal corteo, al seguito anche unità operative che dovranno contribuire a creare «The Bubble», una bolla di sicurezza attorno al numero uno statunitense. Una difesa fisica ed elettronica.

Ai piedi della scaletta dell’Air Force One, sulla pista dell’aeroporto, si forma il convoglio. A Roma Trump è salito su un Suv, impiegato — in certe situazioni logistiche — in alternativa alla «Bestia», l’auto presidenziale nota come «Stagecoach». È possibile che vi siano vicine due auto gemelle che devono confondere eventuali attentatori o servire come rimpiazzo. In cielo uno o più elicotteri dotati di telecamere e osservatori. Poi una fila di veicoli, dalle vetture della polizia che aprono il corteo presidenziale insieme ad un nucleo di poliziotti in moto a quelle del Secret Service. Quindi il veicolo «Halfback» e «Cat» con le teste di cuoio , gli specialisti delle comunicazioni su «Road Runner» , la squadra anti bomba con apparati sofisticati, il medico e i consiglieri. Poi ancora i pulmini riservati alla stampa. A chiudere il camioncino nero, quello con tecnici e materiale per fronteggiare anche un attacco non convenzionale. Infine l’ambulanza. Una carovana raddoppiata da unità d’élite locali, in questo caso italiane.

Una volta che il presidente inizia la visita avrà attorno un triplice perimetro. Esterno: garantito dalle forze locali. Medio: con un primo nucleo del Secret Service. Ravvicinato: con gli uomini della Presidential Protective Division. Molti di questi «men in black» sono riconoscibili non solo per l’auricolare e il microfono vicino al polso, ma anche dalla posizione delle mani, spesso incrociate all’altezza del petto. Una posizione che permette una reazione rapida nel caso si palesi un aggressore. Sono gli angeli custodi che non abbandonano mai la personalità. In alcune situazioni — e la cosa ha destato polemiche — Trump ha aggiunto il personale della sua «guardia personale» guidata da un ex detective della polizia di New York, Keith Schiller, figura che da 17 anni è al fianco del miliardario.

Nel gigantesco bagaglio che gli americani si portano dietro c’è un oggetto particolare: la Scif, sigla che sta per Sensitive Compartmented Information Facility (attrezzatura per le comunicazioni sensibili). È una tenda, costruita in materiale top secret, che viene letteralmente piantata nella stanza di un albergo o dove sia necessario e deve permettere al presidente di usare i telefoni in sicurezza.

La fortezza viaggiante può apparire eccessiva, talvolta è come un gigante costretto a districarsi in spazi angusti. Ma la storia americana lontana e recente, così come le sfide — dal terrorismo internazionale al gesto del singolo in cerca di fama — costringono ad andare sempre oltre. Lasciare qualcosa al caso è un lusso che le sentinelle non possono permettersi.

GUIDO OLIMPIO

I QUADRI DI DE NIRO

P oco più di 400 chilometri separavano ieri sera in Italia il 44mo e il 45mo presidente degli Stati Uniti. Una piccola distanza per due uomini, ma una grandissima differenza quanto al racconto del potere. Barack Obama, con la moglie Michelle, era in Toscana, ospite del suo ex ambasciatore in Italia, John Phillips. Si godeva il fascino medioevale di Borgo Finocchieto, dopo alcuni giorni trascorsi tra partite di golf, una visita a Siena, un giro per la Val d’Orcia. E avrà sicuramente ripensato ai «dì che furono», proprio mentre il suo successore giungeva nella Città Eterna. Reduce dall’Arabia Saudita, Donald Trump con la first lady Melania era infatti a Villa Taverna, residenza ancora priva di un nuovo ambasciatore nel cuore di Roma. Forse non avrà gradito che alle pareti siano appesi molti quadri del padre di Robert De Niro, uno che di lui dice il peggio possibile. Ma in compenso lì, a due passi dal Foro Romano, l’ego imperiale del presidente americano avrà sicuramente trovato conforto e nutrimento. Due uomini, il potere che fu e quello attuale. L’America dialogante e quella assertiva. L’America conosciuta dell’intellettuale meticcio e quella imprevedibile del tycoon bianco. Nell’uno e nell’altro caso, al netto di rimpianti e nostalgie, l’America con cui dobbiamo fare i conti.

L’INCONTRO CON NETANYAHU

N elle prime trenta ore dedicate a quello che considera l’«accordo del millennio» Donald Trump è riuscito a non pronunciare mai la formula «soluzione dei due Stati» e a non dover rispondere della promessa fatta in campagna elettorale: l’ambasciata americana per ora resta a Tel Aviv. Del vagheggiato spostamento a Gerusalemme non gli ha certo chiesto conto Benjamin Netanyahu, il premier israeliano, che ha spremuto tutte le energie diplomatiche per evitare di indispettire l’ospite americano. Fino a scegliere con i consiglieri del presidente la sala semi sotterranea dell’Israel Museum come scenario per il suo discorso. La Knesset — pare — sarebbe stata troppo insidiosa, il comportamento dei parlamentari imprevedibile. Trump ha ripetuto molte volte la parola «pace». Haaretz — il quotidiano della sinistra israeliana — fa notare che le ha ridato un’enfasi che sembrava perduta. Soprattutto ha esteso la possibilità di «pace» a quasi tutto il Medio Oriente, in Israele ha ribadito il suo piano per la regione: un’alleanza con i Paesi arabi sunniti, anche quelli che per ora non hanno relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico, in chiave anti-iraniana. Così ha già cominciato a smantellare la dottrina del predecessore Barack Obama, che aveva costruito le sue mosse attorno al coinvolgimento nelle questioni mediorientali del regime di Teheran. Per Netanyahu, commentano gli analisti, è come risposarsi dopo otto anni di un cattivo matrimonio. L’intesa pensata da Trump dovrebbe rappresentare l’avanguardia contro il terrorismo. Anche ad Abu Mazen ha chiesto di agire perché «la violenza non sia tollerata, finanziata e premiata». Con il presidente palestinese parla del possibile accordo di pace, ancora una volta senza dettagli, senza neppure indicare come far ripartire le trattative dirette con Netanyahu ibernate dall’aprile del 2014. Come fumosa sembra la strategia di Jared Kushner, incaricato di seguire la questione. Scrive l’agenzia Reuters in un commento: «Se il genero ha un piano, per ora resta segreto».

MASTROLILLI SULLA STAMPA

Trump: “Sono malvagi e perdenti
Sradicheremo i terroristi dal mondo”

La
strage
delle
adolescenti
Da Gerusalemme le parole del presidente Usa dopo l’attentato di Manchester Poi l’incontro con Abu Mazen a Betlemme: non sarà facile, ma serve un accordo

Paolo Mastrolilli


Non mostri, perché gli piacerebbe sentirsi chiamare così, ma «malvagi perdenti che vanno sradicati dalla nostra società». Così Donald Trump ha demolito i terroristi di Manchester, allargando la condanna a quelli che hanno rivendicato la strage, condotta nel mezzo del suo viaggio che ha lo scopo principale di creare una nuova coalizione per annientare l’estremismo.
Il capo della Casa Bianca ha cominciato la sua giornata vissuta tra Betlemme, Gerusalemme e Roma, con una telefonata alla premier britannica May per esprimere solidarietà e garantire aiuto. Quindi ha pubblicato la sua condanna dell’attentato di Manchester: «Non chiamerò i colpevoli mostri, perché a loro piacerebbe. Da ora in poi invece li chiamerò perdenti, perché questo sono. La nostra società non può tollerare la prosecuzione di questo bagno di sangue. I terroristi, e chi li aiuta, devono essere sradicati per sempre. Questa ideologia perversa deve essere obliterata, e intendo completamente annientata. Tutte le nazioni civili devono unirsi nel proteggere la vita umana e i sacri diritti dei nostri cittadini».
Poco prima che il presidente partisse, il segretario alla Difesa Mattis aveva annunciato la nuova strategia adottata contro l’Isis. Il Pentagono non si accontenterà più di sconfiggere il Califfato, come sta facendo a Mosul e punta a fare a Raqqa, ma taglierà le vie di fuga ai suoi militanti. Li circonderà e li annienterà, proprio per evitare che possano tornare nei loro Paesi d’origine, in Europa o in America, ad organizzare attentati, o magari raggrupparsi in zone vicine come la Libia. La strage di Manchester però è stata compiuta da un ragazzo di origini libiche nato in Gran Bretagna, e quindi annientare i combattenti in fuga da Mosul non l’avrebbe impedita. Per questo genere di minacce serve invece l’appello che il capo della Casa Bianca ha lanciato in Arabia, chiedendo a tutte le comunità islamiche di identificare, denunciare e cacciare estremisti e terroristi. Temi che ora si imporranno nella visita di domani alla Nato e poi al G7.
Il primo appuntamento di ieri Trump lo ha avuto con il leader dell’Autorità palestinese, Abu Mazen. Gli ha spiegato il suo piano per far ripartire il negoziato, ma ha aggiunto che «la pace non può mai mettere radici in un ambiente dove la violenza è tollerata, finanziata e persino premiata». Quindi la precondizione per la ripresa delle trattative è la tolleranza zero per il terrorismo.
Abu Mazen ha risposto che «noi non abbiamo un problema con il giudaismo, ma con l’occupazione». Ha detto di essere favorevole ad un accordo, ma basato sulla creazione di due Stati lungo i confini del 1967, con Gerusalemme Est capitale di quello palestinese. «Spero che lei - ha concluso - passi alla storia come il presidente che ha consentito la pace».
Trump è andato poi a visitare il museo Yad Vashem, dove ha tenuto un discorso carico di emozione: «Le parole non possono descrivere la malvagità senza fondo dell’Olocausto. Per i morti e per i vivi, dobbiamo fare testimonianza affinché questa agonia non possa ripetersi. Mai più». Il capo della Casa Bianca ha riaffermato l’amicizia incrollabile tra Israele e gli Usa: «Saremo sempre al suo fianco». Quindi ha aggiunto che «i legami tra il popolo ebraico e questa sacra terra sono antichi ed eterni. Israele è la testimonianza dello spirito indomito degli ebrei». Ha usato Gerusalemme come spunto per lanciare un appello all’unità: «Io invito tutti i popoli - ebrei, cristiani, musulmani, e ogni fede, tribù o credo - a trarre ispirazione da questa antica città per superare le differenze settarie». Ha attaccato ancora l’Iran, «che chiede la distruzione di Israele. Non con Donald J. Trump». Il presidente ha denunciato «coloro che presentano una falsa scelta, dicendo che dobbiamo schierarci con Israele, oppure con gli arabi e le nazioni musulmane. Ciò è completamente sbagliato. Tutte le persone perbene vogliono vivere in pace». Ha rivelato che Abu Mazen e Netanyahu gli hanno confermato la volontà di raggiungere l’intesa, e l’ha definita come passo decisivo per la stabilità regionale: «La pace - ha concluso - non sarà facile. Tutti sappiamo che entrambe le parti dovranno prendere decisioni difficili, ma israeliani a palestinesi possono fare un accordo». Subito dopo è partito per Roma, dove stamattina incontrerà papa Francesco, nella speranza di coinvolgerlo in questo piano per la pace e contro il terrorismo folle di Manchester, che parte dal dialogo tra le fedi.
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GIOVANNA VITALE SU REPUBBLICA
nche l’attentato di Manchester e i dispositivi di sicurezza elevati alla massima potenza sono riusciti a fermare Ivanka Trump, l’irrequieta first daughter sbarcata a Roma al seguito del padre Donald e della consorte Melania per la prima missione del presidente Usa in Italia. Non ha fatto neppure in tempo a raggiungere Villa Taverna e a cambiarsi d’abito, un morbido chemisier in seta grigio perla al posto del total white indossato per lo sbarco a Fiumicino, che la prediletta di Potus — abbreviazione della carica del capo di Stato americano — era già a zonzo per il centro storico, mano nella mano al marito Jared Kushner. Destinazione: Le Cave di Sant’Ignazio, rinomata trattoria a due passi dal Pantheon. Fuori programma in perfetto stile “vacanze romane”, in compagnia di una decina di amici, mentre l’augusto genitore restava nella residenza dell’ambasciatore ai Parioli, per cenare con alcuni esponenti dei maggiori gruppi industriali tricolori, capitanati da Sergio Marchionne. Prima una serie di antipasti, che sono il piatto forte del ristorante: verdure gratinate, polpettine di vitella, prosciutto di Parma, mozzarella di bufala e ricotta di pecora. «Li hanno voluti assaggiare tutti », racconta Loreta, che con le due sorelle gestisce l’osteria aperta negli anni ‘60 dal padre Sabatino e dalla madre Franca. A seguire una cacio e pepe, altra specialità della casa, e grigliata di pesce innaffiata da un Barolo del ‘95. «Sono felicissima di stare in un posto così accogliente», cinguetta Ivanka con Luigina, l’altra titolare. Una incursione a sorpresa per tutti, ma non per le tre sorelle: «Prima ci ha chiamato l’ambasciata per prenotare la saletta riservata, poi alle 17 sono arrivati gli artificieri, a quel punto abbiamo capito ». I Nocs e gli agenti speciali chiudono la piazza, vietando l’accesso ai non residenti, mentre il parroco di Sant’Ignazio tratta con la scorta: don Vitale vorrebbe mostrare la “sua” chiesa ai Trump, è disposto ad aprirla solo per loro. Un blitz che mette a dura prova il sistema di sicurezza. Atteso oggi alla prova più difficile. Già alle 7,30 l’intera first family salirà a bordo della “Bestia”, la Cadillac blindata da 1,5 milioni di dollari, diretta in Vaticano, dove Trump incontrerà il Papa, poi il cardinale Parolin e visiterà la Cappella Sistina. Quindi la delegazione si scioglierà. Donald andrà al Quirinale per vedere Mattarella, dopo a Villa Taverna per il faccia a faccia con Gentiloni. Nel frattempo Melania visiterà il reparto di terapia intensiva cardiochirurgica dell’ospedale pediatrico Bambin Gesù, già addobbato con piante e fiori ornamentali; Ivanka la Comunità di Sant’Egidio, la piccola Onu di Trastevere, dove incontrerà alcune donne vittima di tratta. Appuntamento sollecitato dalla Casa Bianca, che ha incuriosito gli uomini di Sant’Egidio: «Con l’amministrazione americana abbiamo rapporti ultraventennali su una serie di dossier di peacemaking», dicono, «e la figlia del presidente è da sempre attiva sui temi di carattere umanitario». Per Donald e Melania è finita: dopo pranzo voleranno a Buxelles. Ivanka resterà invece altre 24 ore. Nel primo pomeriggio vedrà la sottosegretaria Boschi a Palazzo Chigi. Poi, forse, un giro di shopping e un’altra cena fra amici. Per lei le vacanze romane continuano.

RESPINGE LA MANO
SAPEVA di essere inquadrata da decine di telecamere. Sapeva che l’America e Israele e il mondo intero osservavano la sua discesa dall’Air Force One, l’arrivo in pompa magna, la passeggiata sul tappeto rosso all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Eppure Melania Trump non ha esitato a fare quel gesto. Quando il marito le ha allungato la mano, lei l’ha ritratta infastidita, di scatto. Poi l’ha rifatto all’arrivo a Fiumicino, identico e recidivo. Milioni hanno rivisto la scena su YouTube, una mossa inequivocabile. E subito si sono scatenati commenti, interpretazioni, dietrologie: che succede nella Prima Coppia d’America? Sul sito Mic.com c’è una dotta analisi di Patti Wood, “esperta di body language”. Secondo lei «la distanza fisica tra i coniugi Trump è ancora più ampia di quel rifiuto di dargli la mano». La Wood è convinta che Melania non abbia solo voluto respingere l’intimità fisica, ma anche la “condiscendenza” di un gesto con cui il marito sembrava volerla guidare e possedere. «Se avesse accettato, avrebbe dato un segnale di sottomissione, come un bambino che viene afferrato da un adulto. Lui allungando la mano non trasmetteva affetto ma controllo, era un ordine». Questa è solo l’ultima manifestazione del gelo tra i due coniugi. Ci fu la celebre smorfia dell’-I-nauguration Day, quando la First Lady fece un sorriso forzato al marito, poi abbassò lo sguardo improvvisamente cupo. C’è la decisione di continuare a vivere a Manhattan anziché alla Casa Bianca. E dalla parte di lui è un susseguirsi di omaggi alla figlia Ivanka, messa su un piedistallo al quale Melania non ha mai avuto diritto.