Libero, 24 maggio 2017
Quando l’Italia veniva depredata dei suoi capolavori artistici
Tra il 1883 e il 1922 Stefano Bardini, il più autorevole antiquario italiano dell’epoca, comprò e vendette all’estero qualcosa come tremila opere d’arte di inestimabile valore. Tutto documentato con le foto della Fondazione Alinari che mostrano il preciso momento in cui un Donatello o un Botticelli vengono staccati dalle pareti di castelli o chiese, imballati e venduti al Metropolitan di New York. E ancora: Hermann Göring, numero due del Terzo Reich, quando nel 1943 gli arrivarono le casse con le opere trafugate a Montecassino, le spedì nella miniera di Altaussee, come se fossero state da sempre di sua proprietà. Fu invece direttamente Benito Mussolini a consegnare nelle mani di Hitler il Discobolo Lancellotti scoperto nel 1781 sull’Esquilino (fu riportato a Roma nel 1948). Caso più recente: il Nudo sdraiato di Modigliani, dipinto che per 66 anni ha fatto parte della collezione Mattioli di Milano finché un magnate cinese non lo ha acquistato a un’asta Christie’s a New York per 170 milioni di dollari.
Sono solo alcuni esempi di quella terribile diaspora che riguarda quadri, statue, sculture, libri e intere biblioteche, codici miniati, porcellane, mobili, manufatti pregiati che pur se realizzati e commissionati nel nostro Paese, oggi si possono ammirare soltanto all’estero o quando vengono prestati per qualche mostra. Di loro parla Fabio Isman, nel volume L’Italia dell’arte venduta (pagine 280, 16 euro). Il libro, edito da Il Mulino, affronta la peculiarità tutta italiana di disfarsi nel tempo del proprio patrimonio culturale che il resto del mondo ci invidia. Perché al di là delle spoliazioni dovute ai conflitti e agli scavi archeologici clandestini, nei secoli molto ha perso il Bel Paese per colpe proprie. «Soltanto da poco cominciamo a realizzare l’entità e la portata del danno che è avvenuto», puntualizza Isman. «Descivere queste vicende per esempi e attraverso i casi più eclatanti, può soltanto accrescere la conoscoscenza di quanto è capitato nel nostro Paese. Di ciò che un giorno ha posseduto, e non conserva più; e di come è migrati. Il che comunque è già qualcosa: specie quando troppi si riempiono la bocca con il tantissimo che è rimasto, ed è vero, senza però riflettere minimamente che è invece sparito».
Dai Prigioni per la tomba di Giulio II di Michelangelo Buonarroti esposti al Louvre al Sogno del Cavaliere di Raffaello Sanzio ora alla National Gallery di Londra; dall’Adorazione dei Pastori di Correggio conservato al Gemaldegalerie di Dresda (fu venduto insieme ad altri 100 capolavori dal duca D’Este di Modena nel 1746) a I Bari di Caravaggio che si possono ammirare al Kimbel Art Museum di Fort Worth, Texas. E poi le collezioni più ricche del mondo, come la Colonna, la Aldobrandini, la Chigi, oggi tutte disperse in giro per il pianeta. Il libro di Isman racconta le storie di aristocratici decaduti che si sono disfatti dei cimeli di famiglia, storie di appassionati americani, inglesi e tedeschi che hanno approfittato di situazioni sfavorevoli, storie di un Paese che forse dovrebbe essere più lungimirante nei confronti del proprio patrimonio.
Patrimonio che da sempre è anche nel mirino anche dei ladri. Ma se molte opere d’arte sono irrimediabilmente perdute altre sono state invece ritrovate. Solo nel 2016 il Comando dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale ne ha recuperate oltre 94mila. Un “tesoretto” del valore stimato di 53 milioni 831mila 129 euro.
«I beni trafugati non sono perduti», sottolineano i carabinieri nell’ultimo numero del Bollettino, «ma solamente tenuti in ostaggio, in attesa di essere localizzati e liberati dalle Forze di Polizia, dai funzionari del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, dai mercanti d’arte, dagli antiquari, dai collezionisti, dagli appassionati e dai cittadini: tutti sono chiamati a fornire il proprio contributo in nome della cultura».