Libero, 24 maggio 2017
Peggio di Scalfari solo gli smemorati che lo difendono
Caro Piero Sansonetti (direttore de Il Dubbio), noi ci conosciamo da qualche decennio e potremmo sentirci per telefono anziché scriverci attraverso i nostri giornali. Ci spiegheremmo meglio, oltretutto evitando di ammorbare con le polemiche il povero lettore. Ma tu hai addirittura vergato un romanzo per difendere Santo Eugenio Scalfari dai rimbrotti di Marco Travaglio e miei, mossi da motivi diversi. Cosicché mi obblighi a risponderti almeno con una breve, e lo faccio contro voglia.
Prima obiezione. Io sono di sicuro un pigmeo, non piccolo come te, ma quasi. Non è vero, invece, che sono feroce. Mi manca la voglia di azzannare. Il rancore comporta fatiche per me insostenibili. E non ho le energie per aggredire, mi accontento di sfotticchiare senza leccare. Se dedico un articolo a Barbapapà lo faccio con somma riverenza per l’ex direttore che, a giudicare dalle tirature e dagli incassi personali, merita ammirazione. La realtà però va rispettata, cosa che tu non fai perché non leggi attentamente i testi che critichi. Sei talmente preso dalla voglia di compiacere Scalfari che non tieni conto degli autentici rimproveri che gli ho mosso a proposito del famigerato manifesto da lui vergato, e firmato, nel quale si accusava il commissario Calabresi di aver favorito il decesso di Pinelli. Le sue parole, la sua presa di posizione dell’epoca suonano come una condanna a morte. Morte che poi fu data al poliziotto. Una sciocchezza? Per te che sei un comunista d’antico pelo, forse è tale; per me è un crimine. Vero che, a suo dire, Eugenio, 35 anni dopo l’assassinio, disse alla vedova Calabresi che fu un errore firmare quel documento mortuario. È altrettanto vero però che si trattò di ammissione non solo tardiva, pure privata e non pubblica quanto era stata la sentenza capitale. Il signor Fondatore, in termini volgari, non si è cosparso il capo di cenere.
Sul capo ha tenuto alta la cresta, manifestando una spocchia da cui si evince che egli suppone di aver avuto ragione anche quando aveva torto. La presunzione è la caratteristica principale della sua personalità, tanto apprezzata da te, figlio della cultura dell’odio nei confronti degli avversari, tutti da calpestare. Tu non ricorderai, ma io ai tempi in cui dirigevo il Giornale dopo Montanelli (raddoppiai le vendite rispetto al grande Vecchio, minuzie) tenni una rubrica sul Venerdì di Repubblica, segno che Scalfari non mi considerava un pigmeo, salvo cambiare opinione anni più tardi. Il problema è un altro. Le schermaglie giornalistiche sono all’ordine del giorno e colpiscono vari soggetti politici e finanziari, perfino sportivi. Mi spieghi Sansonetti per quale ragione Travaglio ed io non abbiamo diritto di attaccare un collega, per quanto autorevole, che spesso si abbandona a gratuite cazzate spacciate per oro colato? Strano che uno come te, con tutte le scarpe consumate sui marciapiedi, si riduca a insultare goffamente Marco e me allo scopo di farsi benvolere da una squadra di morti in piedi e di morti sepolti. Scusa Sansonetti, mi sembri quei reduci che la sera, al tavolo dell’osteria, non avendo di meglio da fare, manifestano nostalgia per il capitano che li mandava al macello.
Detestavano gli ufficiali, allora, adesso credono di averli amati solo perché legati alla giovinezza svanita. Già, la memoria è selettiva e seleziona anche fesserie purché nella fantasia contrastino con le brutture attuali. Il fatto che nell’elenco dei tuoi miti del passato ci sia perfino Montanelli, perché negli ultimi tre o quattro anni di vita è stato antiberlusconiano, mi fa capire che non sei molto lucido. Indro e l’Unità all’epoca di Fortebraccio erano cane e gatto. Il corsivista rosso accusava l’avversario di scrivere per le portinaie. Che a te piacevano probabilmente più di Montanelli.