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 2017  maggio 24 Mercoledì calendario

A Napoli se la ricordano bene la guerra dell’acciaio che trent’anni fa infiammò l’Europa. Ne portano ancora le ferite

A Napoli se la ricordano bene la guerra dell’acciaio che trent’anni fa infiammò l’Europa. Ne portano ancora le ferite. Dodicimila mila posti di lavoro perduti, gli impianti della più grande e moderna acciaieria del continente smontati e portati in Cina e India a far concorrenza ai nostri produttori, e per finire 300 milioni di euro buttati dalla finestra nella vana speranza di far rinascere Bagnoli. Dolorosa, ma l’eutanasia dell’Italsider fu il prezzo della tregua. Che adesso, però, vacilla pericolosamente. Ora come allora il focolaio che rischia di far divampare un nuovo conflitto è qui, nell’Italia Meridionale: a Taranto, stavolta. E la miccia è stata accesa sempre a Bruxelles. È una lettera alle cordate che si contendono l’Ilva: da una parte AcciaItalia che riunisce lo stato italiano attraverso la Cassa depositi e prestiti (27,5 per cento) con Del Vecchio (27,5), Arvedi (10) e l’acciaiere indiano Sajjan Jindal (35 per cento); dall’altra Am Investco Italy controllata dal gruppo multinazionale dell’indiano Lakshimi Mittal alleato con Marcegaglia (15%) e sostenuto da Intesa Sanpaolo. L’avvertimento, perché tale è da considerarsi la lettera, è del 10 aprile scorso ma se n’è avuta notizia solo qualche giorno fa. Ed è diretto principalmente al secondo contendente. Da Bruxelles fanno sapere infatti che nel caso in cui venissero superati con l’acquisizione dell’Ilva i tetti antitrust (peraltro discrezionalmente complessi), all’acquirente verrebbero imposte serie limitazioni: dal taglio della capacità produttiva alle dismissioni. E siccome ArcelorMittal è il maggior produttore del mondo, e la sua quota di mercato in Europa supera ampiamente il 30 per cento, ecco che questo warning decisamente irrituale, considerando che arriva prima dell’aggiudicazione dell’asta prevista per il 30 giugno, non può che riguardare questo concorrente. Il quale, con l’acquisizione del gruppo italiano già dell’Iri rilevato vent’anni fa da Emilio Riva, acquisirebbe una posizione ben più che dominante nel continente.
E qui si apre un bel problema anche per i commissari dell’Ilva: una terna nella quale, accanto all’ex presidente dell’Iri ed ex ministro Piero Gnudi e all’ex commissario dell’Arpa Lazio Corrado Carrubba, c’è anche quell’Enrico Laghi recentemente investito dalle polemiche per la sua nomina a commissario dell’Alitalia a causa delle numerose cariche ricoperte in passato. Un bel problema, perché l’avvertimento arrivato da Bruxelles mette sulle loro spalle una discreta responsabilità considerando che la loro decisione potrebbe scatenare una seconda guerra dell’acciaio europea. Nella quale l’Italia sarebbe forse costretta ancora una volta, come al tempo di Bagnoli, al ruolo di vaso di ferro fra i vasi di coccio. Ecco allora la decisione più semplice: prendere tempo. Così i tre scrivono una lettera ai due contendenti, chiedendo loro di accettare il rinvio del termine dell’asta. E non di qualche settimana, ma di nove mesi. Cioè al marzo 2018. Una data, peraltro, presumibilmente successiva alle prossime (cruciali) elezioni politiche. E non è l’unica richiesta, perché chi accetta il rinvio deve anche sottoscrivere l’impegno a non ritirarsi nel caso in cui le prescrizioni dell’antitrust europeo fossero troppo pesanti. Facoltà che invece attualmente è concessa dal bando di gara.
A questo punto si apre un’altra partita. L’arbitro ha già fatto capire che la contesa va ben oltre i semplici destini dell’Ilva: tocca gli interessi dei grandi produttori del Nord Europa, in testa a tutti la Germania, come pure il ruolo dei Paesi emergenti sullo scacchiere continentale, con un inedito scontro tutto indiano. La guerra totale, insomma. Quanto al rinvio, non è affatto scontato.