Il Sole 24 Ore, 24 maggio 2017
Perché i mercati ignorano l’Isis
Nel 2016 almeno 189 persone sono cadute vittime di attentati terroristici nei soli Paesi occidentali. L’aumento rispetto al 2015, secondo il broker assicurativo Aon, è del 174%. Un bollettino di guerra. Eppure molte Borse viaggiano sui massimi storici. O in forte rialzo.
I casi sono due: o i mercati finanziari sono diventati troppo cinici e insensibili, oppure i terroristi non riescono più a creare vero terrore. Qualunque sia la risposta, un fatto è certo: gli attentati, ormai da tempo, non hanno più impatto sui mercati finanziari.
Il terrore non arriva in Borsa
Ieri, dopo l’attacco di Manchester, i listini europei hanno infatti tutti chiuso in rialzo. Londra alle 10 del mattino, dunque nel momento in cui almeno una reazione “emotiva” avrebbe potuto esserci, segnava già un rialzo dello 0,34%. Piazza Affari alle 10 guadagnava lo 0,74% e tutti gli altri listini erano positivi. Alla fine della seduta le variazioni erano più fiacche, ma tutte le Borse mostravano il segno più: i 22 morti di Manchester non hanno spostato di una virgola i mercati. «Non se n’è neppure parlato», confessava trasecolato ieri pomeriggio un operatore di Borsa. Come se fosse una normale seduta.
E non è la prima volta. Lo stesso era accaduto nei precedenti attentati. Dopo l’attacco al giornale satirico Charlie Hebdo, nel gennaio 2015, le Borse europee guadagnarono il 2,75% dopo un giorno e l’1,94% in una settimana. Dopo il camion di Nizza, nella Notte del 14 luglio scorso, le Borse europee terminarono la prima seduta in lieve ribasso (-0,17%) ma tornarono positive subito dopo. E dopo gli attentati ai mercatini di Natale di Berlino la performance di Borsa è stata positiva sin dal primo giorno: +0,48%. Nulla a che vedere con il panico che, l’11 settembre 2001, colpì le Borse. È vero che l’attacco alle Torri Gemelle fu molto più cruento e impressionante. Ma oggi il clima, sui listini, è comunque molto diverso da allora. Come se le Borse si fossero abituate all’orrore.
Le ragioni della «freddezza»
I motivi di tale “distacco” sono tanti. Ma sono sintetizzabili in due macro-temi. Uno: gli attentati non spaventano le Borse perché non sono in grado di influire né sull’economia, né sugli utili aziendali, né sulle strategie d’investimento. «Se il terrorismo colpisse un Paese prima di una tornata elettorale, creando la sensazione che quell’evento possa spostare i cittadini verso i partiti anti-sistema, allora un impatto in Borsa ci sarebbe», osserva un operatore. Altrimenti no. Due: sapendo che in tutti i casi passati non ci sono state reazioni negative, nessuno – neppure gli speculatori più incalliti o gli algoritmi più reattivi – si mette a scommettere al ribasso. Dunque un po’ per motivi macroeconomici e un po’ per banale opportunismo finanziario, nulla accade.
Gli investitori infatti guardano ad altro. Sono concentrati sul fatto che – per la prima volta da anni – tutte le aree del mondo mostrano una certa crescita economica. E l’area più promettente, agli occhi degli investitori, è ora quella europea. Ieri gli indici Pmi (quelli che misurano la fiducia dei direttori d’acquisto delle aziende e dunque prevedono il futuro congiunturale) hanno mostrato in Europa ulteriore dinamismo. E – secondo gli economisti di Capital Economics – nel complesso indicano che l’economia nei Paesi industrializzati potrebbe crescere nel secondo trimestre quasi del 3% annualizzato. Sarebbe il record degli ultimi tre anni.
Questo si traduce in utili in aumento per le imprese quotate. Secondo le statistiche di Thomson Reuters, le aziende del Vecchio continente nel primo trimestre hanno registrato profitti in crescita del 13,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Negli Usa la crescita sta rallentando, ma le aziende continuano comunque a macinare utili. A partire proprio dai gruppi industriali che, solitamente, più soffrono per gli attentati: quelli petroliferi. Secondo un recente studio di Aon, il settore petrolifero dal 2010 ad oggi ha subìto ben 700 attacchi terroristici: da banali boicottaggi alle distruzioni degli oleodotti. Eppure le aziende del settore, ora che il greggio è rincarato, macinano profitti. In questo contesto positivo, dal punto di vista micro e macro-economico, la speculazione non può certo scommettere su ribassi che non ci sono mai.
Così alle notizie cruente non fa seguito alcuna reazione nelle Borse mondiali. Chiamiamolo cinismo. Parliamo di insensibilità. Scandalizziamoci. Ma un aspetto positivo la “freddezza” dei mercati almeno ce l’ha: dimostra che il mondo va avanti anche quando il terrore vorrebbe fermarlo.
m.longo@ilsole24ore.com