La Stampa, 24 maggio 2017
Dal mito alla rinascita. Finalmente in piedi il tempio degli Invincibili
Un sogno. Oggi a Torino in via Filadelfia si realizza un sogno. Il sogno di tutti coloro che in tutti questi ultimi anni il Filadelfia lo hanno solo visto in rovina, sfigurato dalle ruspe. Il sogno di tutti quelli che nei decenni precedenti avevano fatto in tempo a vederlo quand’era ancora in piedi e ospitava gli allenamenti del Toro di Rocco, Giagnoni, Radice e Mondonico. Il sogno di chi invece su quel prato verde fino al 1949 vide coi suoi occhi le gesta sportive degli Invincibili. Scriveva Ennio Flaiano: «Un sognatore è un uomo coi piedi fortemente appoggiati sulle nuvole». Le nuvole che oscurarono il cielo sopra Torino quel maledetto 4 maggio. Le nuvole su cui giocano da poco meno di settant’anni Capitan Valentino e i suoi compagni. Oggi a Torino in via Filadelfia si realizza un sogno perché torna a nuova vita il vecchio Fila. Il Toro di Mihajlovic – se l’attuale allenatore resterà in granata dopo gli ultimi concitati sviluppi seguiti alle poco onorevoli sconfitte contro Napoli e Genoa – di sicuro non ci giocherà, ma vi si allenerà. E dunque qualcuno dovrà prendersi la briga di raccontare ai ragazzi che nel prossimo campionato di Serie A indosseranno la nostra cara vecchia maglia color del sangue che cos’è stato questo rettangolo verde in passato e che cosa significa per noi. Dove per noi intendo tutti coloro che amano senza riserve e malgrado gli ormai oltre quaranta anni trascorsi dall’ultimo scudetto il Toro, che qui negli Anni Quaranta del Novecento ha saputo costruire la sua leggenda.
L’epopea di Valentino
Inaugurato il 17 ottobre 1926 dall’allora presidente del club conte Enrico Marone di Cinzano, e denominato semplicemente Campo Torino, lo stadio originario venne edificato in appena cinque mesi, e vide il Torino non ancora Grande prevalere per 4 reti a 0 nel match inaugurale, un’amichevole contro la Fortitudo Roma. La struttura originaria, in mattoni rossi – gli stessi dove oggi è ancora possibile leggere la scritta tracciata con la vernice bianca: INGRESSO POPOLARI LATERALI MILITARI BALILLA – ospitava su due gradinate in cemento e una tribuna in legno e ghisa in stile Liberty appena 15 mila spettatori, portati poi a 30 mila nel 1932. Tra questi, il signor Oreste Bolmida, capostazione in quel di Porta Nuova diventato celebre in veste di «trombettiere del Filadelfia»: elegantissimo nel suo completo indossato con tanto di cravatta e pochette, amava suonare la «carica» con la sua tromba nel momento in cui il Torino, ormai diventato Grande, ormai assuefatto dai continui successi, batteva per così dire la fiacca in campo senza impegnarsi più di tanto. Gli squilli del signor Bolmida, insieme col gesto di Capitan Valentino che in caso di rete avversaria arrotolava fino ai gomiti le maniche della maglia per far intendere ai compagni che era il momento di darsi da fare, risvegliavano l’ardore agonistico dello squadrone che per ben sei anni e cento partite consecutive nessuna compagine riuscì a battere tra le mura di casa, e che grazie ai continui successi conquistò cinque scudetti consecutivi, arrivando ad annoverare dieci titolari nella formazione della Nazionale. Dieci reti a zero fu il punteggio con cui quel Toro asfaltò l’Alessandria, record tuttora imbattuto per una partita di Serie A.
Il trasloco e la prima B
Poi però ecco la Seconda guerra mondiale: il 13 luglio 1943, poco prima della caduta del Fascismo, il Fila venne bombardato dagli anglo-americani e danneggiato gravemente, tanto che nel campionato successivo la squadra del presidente Ferruccio Novo disputò le gare casalinghe nel Velodromo Umberto I, e poi nello Stadio Mussolini, poi Comunale, Olimpico e oggi Grande Torino. Restaurato dopo la fine del conflitto, il Fila tornò a ospitare le partite del club fino al 1958. Quell’anno il Torino sponsorizzato da Talmone decise di trasferirsi al Comunale, e finì in Serie B. Così si decise di tornare tra le mura amiche, e l’ultimo match di campionato venne disputato il 19 maggio 1963 contro il Napoli (1-1 con reti di Bearzot e Corelli). In seguito, fu il presidente Orfeo Pianelli a volere negli Anni Settanta che il caro vecchio Fila diventasse il campo d’allenamento per quello che poi sarebbe diventato il Toro dell’ultimo scudetto. Seguiranno anni difficili: presidenti come Rossi e Borsano e Goveani cercano in momenti diversi di recuperare la struttura, nel frattempo diventata a rischio crollo in alcune parti malgrado continui a ospitare gli allenamenti della squadra.
Il lutto della demolizione
Quindi arrivano gli anni bui della presidenza Calleri, e pur con le migliori intenzioni – l’idea è di ricostruirlo con una sorta di azionariato popolare – l’ex sindaco Diego Novelli lo fa abbattere. È il 10 aprile 1998, altra data luttuosa per i tifosi granata, che intanto hanno visto scomparire dopo il Grande Torino idoli come Meroni e Ferrini. Persa la sua casa, il Toro inizia a vivere il periodo più tormentato della sua storia, contrassegnato da ripetute retrocessioni in Serie B. Ora che la casa è di nuovo in piedi lì dov’è sempre stata, tutti noi ci aspettiamo che chi l’anno prossimo avrà l’onore di allenarvisi impari presto che cosa significa.