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 2017  maggio 24 Mercoledì calendario

Quell’antenato con pensieri (quasi) da Sapiens. Intervista al paleoantropologo Lee Berger

Aspetto arcaico e volume cranico grande come un’arancia, eppure l’Homo naledi era intelligente. E in più è vissuto a un «soffio» da noi Sapiens. Una nuova e clamorosa datazione scuote il cespuglio dell’evoluzione e Lee Berger, paleoantropologo dell’Università di Witwatersrand, in Sud Africa, spiega perché.
Professore, nel 2015 lei annunciò che questo «cugino» risaliva a un’epoca tra 2 milioni e mezzo e un milione di anni fa, mentre ora lo «porta» a 236 mila anni fa: cosa è successo?
«Capisco la sorpresa, però è questo che ci dicono i dati sperimentali. Ci sono voluti quasi due anni, ma i risultati sono robusti e abbiamo confermato la datazione anche tramite test in doppio cieco, affidando i resti a laboratori indipendenti e senza collegamenti tra loro. L’Homo naledi è molto più “giovane” di quello che pensavamo».
Come si sono ottenuti i dati?
«Con tre fasi. Abbiamo fatto una mappatura stratigrafica della grotta, poi siamo passati alla datazione delle “unità geologiche” che si trovavano al di sopra e al di sotto dei resti dell’Homo naledi. Infine abbiamo prelevato tre denti e li abbiamo analizzati. Così emerge una “forchetta” tra 335 mila e 236 mila anni fa».
Quindi è diventato un contemporaneo di noi Sapiens?
«I più antichi resti dei Sapiens risalgono a 200 mila anni fa e sono stati trovati in Etiopia. Non escludo che il naledi possa averli incontrati, ma quanto ritrovato finora non supporta l’ipotesi».
Perché è importante aver trovato un ominide così arcaico ma così giovane?
«Fino a poco tempo fa era normale credere che nessuna specie “primitiva” sarebbe sopravvissuta alla concorrenza di noi umani. Scoperte come la nostra mostrano che questa visione è falsa. Per gran parte degli ultimi 2 milioni di anni una notevole varietà di specie e popolazioni di ominidi è coesistita, mostrando caratteristiche più vicine o più lontane a noi Sapiens».
Ci sono stati contatti tra l’Homo Naledi e ominidi diversi?
«Perché no? Ricordo i resti di Kabwe, in Zambia, dell’Homo rhodesiensis, e il cranio di Florisbad, in Sud Africa, dell’Homo heidelbergensis: testimoniano la presenza di popolazioni arcaiche nell’Africa subequatoriale durante gran parte dell’esistenza dell’Homo naledi. I contatti, quindi, ci potrebbero essere stati. C’è chi ha parlato di fossile vivente, come un altro l’Homo floresiensis, ma rigetto l’ipotesi: Flores è un’isola, mentre l’Africa subequatoriale è un’incredibile palestra a livello evolutivo».
A che punto dell’evoluzione si colloca?
«Valutiamo due ipotesi, che lo vedono vicino oppure distante dall’Homo erectus».
Poi c’è un’altra ipotesi scottante: quegli ominidi furono sepolti con un rito?
«Per quanto ne sappiamo il culto dei morti è iniziato 200 mila anni fa. Osservo che tanti corpi come quelli nella grotta, in due camere scollegate e di difficile accesso, non sono finiti lì per caso: è una realtà che suggerisce un uso ripetitivo di quei luoghi. Sono spazi angusti che richiedono illuminazione e la nuova datazione ci fa pensare che l’Homo naledi fosse capace di utilizzare il fuoco».
Culto dei morti, fuoco: se fosse vero, sarebbe quasi umano?
«C’è di più. Nella “forchetta” temporale dell’Homo naledi sono stati ritrovati utensili di pietra del periodo della Middle Stone Age, il Paleolitico medio: la sua anatomia gli avrebbe permesso di produrli e questo elemento lo rafforza come un candidato promettente».
Le sue prossime mosse?
«Migliorare la datazione. Abbiamo cercato anche di estrarre il Dna e siamo alla caccia di nuovi siti da perlustrare».