La Stampa, 24 maggio 2017
Una cellula operativa dell’Isis in Libia. Il sospetto che spaventa il Viminale
Gli apparati italiani, come sempre, si sono allertati subito dopo le prime notizie che giungevano da Manchester. Il timore, in questi casi, è che ci sia da fronteggiare un piano più vasto di attentati. Ma c’è anche la speranza che, battendo rapidamente qualche pista che parte da lontano, si facciano brutte scoperte in casa nostra. Stavolta, però, quando al ministero dell’Interno sono stati informati dai colleghi britannici (che avrebbero voluto mantenere il segreto su questi particolari, ma invano, perché la notizia ha cominciato presto a circolare negli Stati Uniti) del profilo dell’attentatore, un giovane nato in Gran Bretagna e con passaporto britannico, ma di origini libiche, la cui famiglia era scappata da Tripoli nei lontani Anni Novanta, ebbene, a Roma le attenzioni si sono moltiplicate.
Risulta infatti che il ventitreenne Salman Abedi, il cui comportamento negli ultimi tempi aveva dato molto da pensare ai vicini di casa, che l’hanno visto trasformarsi sotto i loro occhi in un fanatico islamista, è stato di recente a Tripoli. Pare che i genitori siano tornati a casa dopo oltre venti anni di esilio. Anche sua sorella Jomana, 18 anni, racconta sul profilo Facebook di essere stata di recente a Tripoli e di avere molti contatti in Libia. Di qui l’interrogativo che da ieri pomeriggio è al centro del lavoro sia delle agenzie d’intelligence, sia dei reparti antiterrorismo dei corpi di polizia: il giovane Salman si è forse radicalizzato in Libia? C’è da temere che ci sia una cellula operativa del Califfato molto vicino a casa nostra? Che ruolo gioca Tripoli in questa storia?
Domande che lo stesso ministro dell’Interno, Marco Minniti, ha posto in una riunione urgente del Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo alla quale hanno partecipato sia i vertici delle polizie sia i capi dei Servizi e a cui è stato invitato il rappresentante della sicurezza del Regno Unito a Roma.
«Ho convocato un vertice antiterrorismo – spiega infatti il ministro – a cui parteciperà anche un esponente dei servizi segreti inglesi, per dimostrare che in questi momenti mettiamo in campo una collaborazione che ha funzionato in passato e che pensiamo possa funzionare oggi».
Minniti era ieri mattina a Palermo, all’Aula bunker, per la commemorazione dei 25 anni dall’attentato a Giovanni Falcone, ma è partito di corsa per la Capitale. Troppo grave l’interrogativo: cambiava forse la situazione italiana? Gli analisti hanno spiegato che secondo loro il livello della minaccia non cambia anche se ovviamente il livello di attenzione deve restare al massimo. A titolo preventivo, comunque, considerando che siamo alla vigilia del G7 di Taormina, e con il Presidente Trump in giro per Roma, il ministro ha invitato prefetti e questori con una nuova direttiva ad assicurare la massima efficacia di tutti i dispositivi di controllo del territorio. Il ministro ha chiesto di rafforzare ulteriormente le misure a protezione degli obiettivi ritenuti più a rischio, nonché «verso i luoghi che registrano particolare affluenza e aggregazione di persone».
«Quella a Manchester – dice infatti Minniti, inorridito da quanto accaduto – è una strage inaccettabile, ancor più disumana in quanto avvenuta in un momento di festa. L’Italia ha imparato sulla sua pelle cosa vuol dire combattere il terrorismo. Oggi possiamo dire che terrorismo e mafia sono nemici mortali della democrazia e li combatteremo insieme».
Quanto alla «ordinaria» attività antiterrorismo, l’indicazione è di mantenere la tensione dei controlli, sia quelli classici, sia sul web. Si sono moltiplicati infatti, da un anno a questa parte, i soggetti tenuti sotto stretta sorveglianza e di pari passo sono aumentate le espulsioni mirate di soggetti radicalizzati: nel 2017 sono stati espulsi in 42. Sono stati circa 60 sia nel 2015, sia nel 2016.