La Stampa, 24 maggio 2017
Il califfato. L’apparente ritirata nel deserto anticipa la trincea Europa
Un pugno di combattenti che resiste oltre ogni limite e previsione nelle capitali dello Stato islamico ridotte in macerie. Il grosso delle forze, e le risorse meno sostituibili, compresi tecnici e ingegneri addetti ai programmi militari, che viene evacuato nelle zone remote, inaccessibili, così da poter contare anche sulla protezioni di tribù locali. Il piano B del Califfato ha fatto le sue prove generali in Libia, a Sirte, e le ha perfezionate nel Sinai. Le sta ripetendo su proporzioni dieci volte maggiori a Mosul. E presto anche a Raqqa. Le capitali non saranno la sua ultima trincea, neppure la moschea di Al-Nuri al-Kabir dove Abu Bakr al-Baghdadi si è autoproclamato guida dei veri credenti. La ritirata nel deserto è stata preparata nei dettagli e servirà per colpire ancora in Occidente.
Negli assedi alle capitali c’è sempre qualcosa che non torna. A Sirte non tornavano i conti. Tutte le stime calcolavano il numero dei jihadisti in Libia attorno ai cinque-seimila. Ma i cadaveri recuperati sono soltanto poche centinaia, i prigionieri nell’ordine decine. Le milizie di Misurata hanno poi cercato di alzare il numero dei combattenti uccisi ma è più probabile che molti, forse la maggior parte, si siano ritirati in un vasto triangolo fra Bani Walid, la provincia di Sirte, e l’oasi di Jufra. Colpiscono i check-point dei misuratini, s’inseriscono nella lotta fra milizie fedeli a Tripoli e quelle del generale Khalifa Haftar, si infiltrano nei traffici di migranti, armi. Una retrovia pronta ad affacciarsi di nuovo sul Mediterraneo, se la guerra civile libica porterà all’esaurimento le maggiori forze in campo, con l’intento di spostare i suoi uomini anche sulla sponda europea.
Pure a Mosul qualcosa non torna. Qui la retroguardia lasciata a morire in città è molto più massiccia. I servizi curdi e di Baghdad, però, si chiedono perché non abbia usato le armi chimiche, a base di cloro e iprite, che pure aveva a disposizione. Ma c’è di più. Documenti trovati all’Università di Mosul, dove c’erano alcuni ministeri dello Stato islamico, mostrano un «programma chimico» ambizioso, sviluppato in città, esperimenti fatti sui prigionieri, usati come cavie, con sostanze ottenute dai pesticidi. Agenti nervini, simili a quelli a partire dai quali negli anni Trenta venne sviluppato il gas Sarin. A lavorare al programma c’erano decine, forse centinaia, di tecnici, anche occidentali. Sono stati evacuati verso la Siria prima che l’accerchiamento di Mosul fosse completo. E concentrati in un’area fra Deir ez-Zour e Al-Qaim, a cavallo della frontiera siro-irachena.
«Anche i bambini»
Salvare tutti questi asset ha senso soltanto se Mosul, come Sirte, non sarà l’ultima battaglia. E se l’obiettivo è di nuovo piegare l’Occidente con il terrorismo. Lo mostra anche il video di propaganda lanciato la scorsa settimana dall’Iraq. Mostra un mezza dozzina di foreign fighter occidentali, compresi un britannico e un americano, dal nome di battaglia Abu Hamza al-Amriki. Il terrorista lancia un appello a vendicare i morti di Mosul, «donne e bambini uccisi dai bombardamenti selvaggi degli Stati Uniti». Per questo, come aveva già detto Osama bin Laden, è «giusto» uccidere civili, anche bambini. Al-Amriki incita i lupi solitari: «Non siete capaci di usare un coltello contro gli infedeli, di buttarli giù da un edificio, di travolgerli con una macchina?». Poi il video mostra le «nuove armi» prodotte nel Wilaya Ninava, la provincia di Mosul: droni sempre più grandi, veicoli kamikaze blindati e dotati di lanciarazzi, lanciamissili prodotti in casa.
Un altro indizio che probabilmente Al-Baghdadi sta usando la resistenza accanita nelle capitali per guadagnare tempo, per sviluppare armi sempre più potenti e portare un attacco devastante in Occidente, a partire da un «nuovo Califfato» nelle zone desertiche fra la Siria, l’Iraq, la Giordania, o in Libia, impossibile da spazzare via con una battaglia campale. La nuova strategia è spiegata in un articolo nell’ultimo numero del mensile dell’Isis Rumiyah, «Semplice terrore». Mantenere il controllo delle città è impossibile mentre i «crociati vigliacchi» usano «Tomahawks, ordigni al fosforo e la Madre di tutte le bombe» ma i «credenti» che vivono in Europa possono colpirli «quando meno se lo aspettano con lame, travolgerli con un’auto sui marciapiedi affollati, trapassare i loro corpi, amputare i loro arti mentre sono intenti nei loro folli divertimenti».
Nel Piano B la scomparsa del Califfato dalla carta geografica è solo un’illusione ottica. Spazzati via da Falluja, Sirte, Mosul, Raqqa, i jihadisti riappaiono nel deserto libico, sulle montagne del Sinai, nei villaggi sperduti lungo l’Eufrate e nelle foreste delle Filippine. E nelle città occidentali. Forse ci aspetta una battaglia ancora più insidiosa.