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 2017  maggio 24 Mercoledì calendario

Barba lunga e preghiere in strada. Così Salman ha trovato la Jihad

La rete, se c’è, va scovata in questi quartieri a sud di Manchester. Otto chilometri d’auto dalla grande Arena della strage. E da questi isolati che è partito il kamikaze Salman Abedi, 22 anni, carico d’odio, chiodi e morte. Ed è a queste casette, mattoni rossi a vista, che sono arrivati ieri investigatori e polizia. «Abbiamo arrestato un uomo di 23 anni (forse il fratello di Salam, ndr) ed eseguito altre due operazioni nell’area», spiega in serata il capo della polizia metropolitana Ian Hopkins. Che conferma l’identità del principale sospettato. E lascia intendere che non è finita: «La priorità per tutti noi è capire se ha compiuto questa atrocità da solo o meno». Per farlo i suoi uomini e quelli dell’antiterrorismo si sono spinti a Elsmore Road, nel quartiere di Fallowfield: hanno circondato il civico 21, fatto saltare una porta per entrare in quella che era la casa di Salman. E raccogliere così tutti i dettagli di questa storia.
L’identikit
Nato nel 1994 in Gran Bretagna ma figlio di profughi. I suoi genitori scapparono dal regime di Gheddafi. Come tanti altri, arrivarono a Manchester: in questa città di mezzo milione di abitanti la comunità libica conta oltre 16 mila persone, la più grande di tutto il Paese. Salman, secondogenito di quattro figli, era ormai diventato un «nuovo britannico». Ma secondo i media locali era già noto alle autorità. «Si era lasciato crescere la barba e aveva iniziato a recitare delle preghiere islamiche ad alta voce e parlava molto in arabo», racconta una vicina ancora sconvolta per il blitz delle forze dell’ordine. Altri spiegano che era tutta la famiglia a seguire l’Islam e avevano appeso una strana bandiera rossa, bianca e nera a una finestra. «Poi i genitori, verso Natale, se ne sono andati. Forse si sono trasferiti a Londra o forse sono tornati in Libia. Fatto sta che lui è rimasto a vivere da solo in casa», spiega il 64enne Roman. Che però aggiunge: «C’era un viavai continuo di gente strana».
Pochi isolati più in là, intanto, è in corso un’altra operazione: le palazzine di Royston Court, al civico 30 di Carlton Road, non sono accessibili ai residenti. «Ho mia moglie bloccata lì dentro – indica Akram Raman, 45 anni – Ci hanno detto che è legato all’attacco di lunedì sera: a quanto pare hanno fatto un blitz nell’appartamento del mio vicino di casa». Dall’altra parte della via Sam, 32 anni e studente, racconta: «Non me l’aspettavo, io qui vivo da qualche anno con degli amici. È vero c’è tanta diversità culturale ma è un quartiere residenziale, tranquillo».
I timori di May
Sembra così. Ma alle volte il male sa camuffarsi bene. E lo stesso Sam a ricordare: «Sì, avevo letto sul Guardian che due foreign fighter erano partiti da qui per andare a combattere con l’Isis in Siria». Oltre 800 ne sono partiti dalla Gran Bretagna, un piccolo esercito. E le stime dicono che almeno la metà è rientrata in patria. Certo, la vicina Birmingham è considerata la «capitale britannica del jihadismo» ma anche Manchester non è immune: a inizio anno un 50enne originario della città si è fatto saltare in aria vicino a Mosul. Mentre nel 2015 dai quartieri setacciati ieri dalle forze speciali partirono due studentesse del liceo femminile della zona: le gemelle Zahra e Salma, fuggite per combattere con l’Isis in Iraq. «I terroristi non vinceranno mai. I nostri valori prevarranno sempre», ha ribadito ieri la premier Theresa May. Parlando da Downing Street, prima di arrivare a Manchester per far visita ai feriti negli ospedali, ha aggiunto che il livello della minaccia terroristica nel Regno Unito rimane alto, «equivale a dire che un altro attacco è molto probabile».
L’ombra della cellula libica
I timori di May riflettono tutti i ragionamenti di chi indaga. L’ipotesi che Salman sia un lupo solitario non regge. L’ordigno esploso – riempito di oggetti metallici, biglie e chiodi – sembra essere fatto da un artificiere esperto. Ad assemblarlo non è stato un principiante. «È improbabile che una cellula terroristica “sprechi” una persona in grado di fabbricare bombe del genere: per i terroristi sarebbe perdere una risorsa indispensabile», fanno sapere fonti dei servizi britannici. Ecco perché prende piede l’ipotesi di una cellula libica. Sembra verosimile che Salman facesse parte di un network. O almeno abbia avuto la possibilità di contare sull’aiuto di qualcuno. E i nodi di questa rete vanno cercati qui, a una manciata di chilometri dall’Arena della strage. Tra queste vie residenziali. Insospettabili fino all’altro ieri. Da oggi non più.