la Repubblica, 24 maggio 2017
Manchester. La capitale della musica colpita al cuore. «Ma il mondo è qui, parliamo 200 lingue»
MANCHESTER Alle 18.30, in Albert Square, batte forte il cuore di Manchester. Quello di una comunità granitica, che nessuno riuscirà a dividere, neanche l’odio jihadista. Che però secondo Anne, universitaria, farà scorrere un fiume di tenebra xenofoba nei prossimi giorni. «Perciò è nostro dovere essere qui, dobbiamo difenderci insieme», spiega. Qui, ieri pomeriggio ad Albert Square, dopo l’attentato di lunedì sera, è sorta una veglia luttuosa, straziante e affollatissima, intorno a un municipio che pensa di essere il Big Ben. Studenti, atei, musulmani, ebrei, cristiani, famiglie, vecchi. Molti ripetono questa parola: comunità. È il Sacro Graal di Manchester, una città da molto tempo irrimediabilmente multiculturale. All’improvviso cinque ragazzi si inerpicano su una panchina e mostrano alla folla uno striscione bianco della comunità musulmana Ahmadiyya: «Amore per tutti, odio per nessuno». Piovono applausi sotto il sole dolce, sale un vento di conforto. Allora due uomini albini si arrampicano su una statua, dove stendono la bandiera inglese con la Croce di San Giorgio. E sopra, due parole. “No surrender”. Noi non ci arrendiamo.
Perché a Manchester città, cinquecentomila abitanti (con i sobborghi si arriva a due milioni e mezzo), si parlano circa duecento lingue, hanno stimato. È la terza città del mondo con così tanti idiomi. I cristiani oramai sono meno della metà, arabi o libici – come il kamikaze della Manchester Arena – ce ne sono pochi, i musulmani costituiscono oltre il 15 per cento della popolazione cittadina, quasi raddoppiati dal 2001, gay e lesbiche dichiarati il doppio della media nazionale, i bianchi sono “solo” il 66% e in alcuni quartieri come Longsight, periferia Sud della città, crollano al 30. Ma forse il segreto della diversità è custodito a Cheetham, Nord-Est cittadino. C’è uno stradone un po’ desolato che taglia tutto il quartiere, tra casette inglesi a mattoncini rossi e cubi lucidi finestrati. A sinistra, l’agglomerato forse più multiculturale di Manchester, con una travolgente comunità pachistana, molto cambiata dal film East is east di Damien O’Donnell. Zahid è un signore che ha un chiosco di alimentari e dice che qui sono «tutti uniti». Alla scuola materna Temple in classe ci sono stati anche 25 bambini tutti di nazionalità diversa.
Ma oltre al cuore, l’attentato di lunedì sera al concerto di Ariana Grande voleva falciare anche l’anima musicale di questa città nel Nord dell’Inghilterra, nata due millenni fa su ordine del generale romano Giulio Agricola su “una collina a forma di mammella” (Mamucium, di qui Manchester), madre della Rivoluzione Industriale e della lugubre Coketown di Tempi difficili di Dickens, e poi incubatrice della sinistra globale, con Engels che qui scrisse La situazione della classe operaia in Inghilterra nel 1844 e alba delle suffragette e del laburismo inglese. Perché il secolo scorso Manchester è diventata il vibrante ombelico del pop-rock mondiale degli anni 80-90: Morrissey e gli Smiths, Oasis, Joy Division e New Order, Stone Roses, Chemical Brothers, Simple Minds... Un kamikaze a un concerto a Manchester è anche un mostruoso affronto alla sua storia sonora. E l’Arena della mattanza dei teenager è stata proprio il simbolo della rinascita culturale di Manchester negli anni Novanta, dopo le lotte operaie e la spietatezza di Margaret Thatcher. Lo spartito della riapertura della città al mondo.
Del resto, poco più a Sud, quasi a formare un semicerchio intorno all’Arena, come in un virtuale abbraccio collettivo, ci sono le tappe della genesi musicale di questa meravigliosa città. La Free Trade Hall di Oxford Street dove nel ‘76 ci fu uno storico concerto dei Sex Pistols, il leggendario Boardwalk di Little Peter Street dove gli Oasis suonarono il primo concerto nel ‘91 e poco più avanti il Ritz dell’esordio degli Smiths, lo studio TJ Davidson dove i Joy Division registrarono il loro inno Love will tear us apart e infine, più a Ovest, l’appartamento al numero 47 di Whitword street dove Noel Gallagher dei fratelli Oasis scrisse Definitely Maybe. Un album che ha fatto sognare e amare milioni di teenager nel mondo. Gli stessi che lunedì sera sono stati colpiti dall’assurda furia di un kamikaze che aspirava al “paradiso”. Ma forse, come cantavano proprio gli Smiths in Heaven knows I’m miserable now, adesso il Paradiso sa che quello è soltanto un miserabile.