la Repubblica, 24 maggio 2017
La sicurezza. E in Italia scatta l’allerta su tutti gli eventi estivi
ROMA Alle cinque del pomeriggio di una giornata molto complicata, le parole con cui il ministro dell’Interno Marco Minniti riassume il senso della riunione straordinaria del Comitato di analisi strategica antiterrorismo (Casa) che si è appena conclusa al Viminale, fotografano cosa racconta la strage dei bambini al nostro Paese. Le poche certezze che offre. Le domande che solleva. Le urgenze che impone alla vigilia di un’estate da togliere il sonno. «L’attacco a Manchester – dice il ministro – non modifica né la nostra strategia di prevenzione, né l’analisi del rischio cui siamo esposti. Che non ha subito significative variazioni in questi ultimi mesi. E che, dunque, come abbiamo sempre ripetuto, era e resta oggettivamente alto. Ma ci obbliga a tarare ulteriormente il nostro controllo del territorio sulla base di due considerazioni. Che hanno a che fare con l’estrema duttilità con cui la strategia del Terrore si conforma alle diverse opportunità di colpire che individua. La prima: il ritorno dell’uso di esplosivo e dunque di una qualche forma, anche rudimentale, di pianificazione, dopo la sequenza di attentati “istantanei” e solitari con armi bianche, automatiche, semoventi, come camion e automobili, a Berlino, Westminster, Stoccolma e Champs Elysees. La seconda: la ricerca ossessiva del massimo del terrore battezzando obiettivi che garantiscano, insieme alla possibilità di provocare il maggior numero di vittime, il massimo effetto simbolico, colpendo nel profondo il nostro immaginario e i luoghi delle nostre libertà». Il che, per restare nel cortile di casa nostra, e delle priorità messe in cima all’agenda della riunione di ieri del “Casa”, significa pianificare, tanto per cominciare, la «messa in sicurezza», per quanto umanamente possibile, dei 1.500 eventi musicali che, di qui ai primi di settembre, riempiranno le piazze delle nostre città, dei nostri stadi, di strutture all’aperto.
A cominciare dai due che, da ieri, sono stati cerchiati in rosso dai nostri apparati di sicurezza. Il «Modena Park» che il primo luglio, nel parco “Enzo Ferrari” della città emiliana, vedrà suonare Vasco Rossi di fronte a 220 mila spettatori, e, tre giorni dopo, 4 luglio, la serata dei “Coldplay” a Milano, nello stadio di San Siro, per un altro sold-out da almeno 100 mila anime.
Del resto, la strage della Manchester Arena durante un concerto non è un incubo materializzatosi dal nulla. In principio era stata la notte degli Eagles of Death Metal al Bataclan del 13 novembre 2015. Che, a sua volta, aveva avuto, mesi prima, sventata dal controspionaggio francese, una sua prova generale con il piano del Califfato di colpire l’estate della musica parigina lungo la Senna. E che avrebbe avuto, il 24 luglio del 2016, ad Ansbach, quaranta chilometri da Norimberga, un suo tentativo di emulazione. Con un giovanissimo martire siriano morto facendosi saltare in aria durante un festival musicale affollato da oltre duemila persone (in quell’occasione, le sole vittime, furono 12 feriti).
C’è di più. In un difficile equilibrio necessario a sottrarsi alla logica del «al lupo, al lupo» quanto alla tentazione della rassicurazione insincera, c’è infatti un ulteriore elemento che ha assunto priorità nel lavoro di queste ore dei nostri apparati di sicurezza. Che è comprendere fino in fondo la storia della famiglia Abedi e dei suoi figli. Perché, a dispetto della cittadinanza inglese di Salman il martire, di suo fratello arrestato ieri e di una sorella, gli Abedi sono originari di Tripoli. Da Tripoli era arrivati a metà degli anni ’90 per fuggire il regime di Gheddafi e a Tripoli sono tornati dopo la sua caduta, lasciando a Manchester i figli. Ebbene, dire Libia, significa oggettivamente accorciare geograficamente la distanza tra la strage di Manchester, o quantomeno il suo contesto, al nostro Paese. Per ragioni a tutti evidenti. Per questo, ieri, sono cominciate le verifiche su eventuali transiti e contatti dei fratelli Abedi nel nostro Paese. Sin qui con esito negativo. Anche se – spiegano due diverse e qualificate fonti del Dipartimento di Pubblica sicurezza – il lavoro necessario a comprendere fino in fondo il contesto della radicalizzazione di Salman Abedi, la sua eventuale appartenenza a un network dell’Is, piuttosto che di una risorgente Al Qaeda, nonché i legami con la Libia (che, al momento, sembrano risolversi semplicemente in alcuni viaggi dei fratelli Abedi a Tripoli per andare a trovare i genitori), dovrà necessariamente passare attraverso l’accertamento di quale tipo di esplosivo è stato usato nella strage di Manchester.
«Il grado di maggiore o minore sofisticazione della “nail bomb” utilizzata nella Manchester Arena – dice una fonte di alto grado della nostra Intelligence – così come la circostanza se si sia trattato di una o più esplosioni simultanee potrà dirci se Salman Abedi è stato in grado di assemblare quella bomba da solo, ovvero se quell’esplosivo gli sia stato fornito da altri. Se esista cioè un artificiere ancora al largo e se quell’artificiere sia legato o meno a una o all’altra delle sigle del Terrore. Perché questo renderebbe i giorni che abbiamo di fronte molto, ma molto più problematici. E, come abbiamo imparato nelle stragi di Parigi e Bruxelles, renderebbe soprattutto la possibilità di nuovi attentati più concreta». La firma dinamitarda dell’Is, come accaduto al Bataclan a Parigi e nella metropolitana e all’aeroporto di Bruxelles Zaventem il 22 marzo 2016, è il perossido di azoto (esattamente quanto lo è la modalità delle esplosioni multiple, non a caso evocate nel comunicato di rivendicazione della strage apparso in rete). Quella di Al Qaeda, l’ammonio. Venirne a capo, evidentemente, non è un dettaglio. Non solo per comprendere in quale anfratto la strage sia stata incubata, ma per provare ad arrivare un istante prima che torni a manifestarsi.