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 2017  maggio 24 Mercoledì calendario

L’analista: «L’intelligence questa volta ha sbagliato». Intervista a Raffaello Pantucci

MANCHESTER. Raffaello Pantucci, esperto del Royal United Services Institute, la più antica think tank di sicurezza al mondo, è autore di un libro sui kamikaze, We love death as you love life.
Allora neanche l’intelligence britannica è infallibile?
«Per dodici anni ha sventato attentati di grandi proporzioni e dimostrato che sa fare bene il suo lavoro. Ma certamente un attentato come questo significa che i servizi segreti britannici hanno sbagliato qualcosa. Quanto sia grande l’errore, è presto per dirlo. Hanno reso noto che conoscevano l’attentatore suicida: dunque era nel mirino. Ma il problema dell’antiterrorismo è a cosa dare la priorità. L’intelligence tiene circa mille persone sotto controllo. Non tutte ovviamente hanno lo stesso livello di pericolosità. Bisogna decidere di volta in volta quale è in procinto di compiere un attentato e chi no. In questo sta il grado di errore e di fallimento che possiamo rimproverare ai servizi di sicurezza britannici».
Sarebbe stato meglio che non lo conoscessero?
«No. In un certo senso è meglio che lo conoscessero. Significa che non erano completamente all’oscuro, non sono stati del tutto presi di sorpresa e dunque hanno fatto il proprio lavoro. Solo non lo hanno fatto abbastanza. Ma l’intelligence ha sempre avvertito che prima o poi era inevitabile che un attentatore sfuggisse al suo controllo».
L’Isis ha rivendicato l’azione. Secondo lei si tratta di un lupo solitario o di una cellula organizzata e manovrata dall’alto?
«Sarei molto sorpreso se avesse agito completamente da solo. La preparazione di una bomba e mandare un individuo a morire facendosi saltare in aria presuppongono di solito la presenza di complici, se non proprio di una cellula. Anche se non è strettamente necessario che abbiamo ricevuto ordini dall’alto. E anche se esiste in assoluto qualche precedente di kamikaze che hanno fatto tutto da soli. Ma, ripeto, è un fatto raro».
Lei ha scritto un libro sui kamikaze islamici, su coloro che amano la morte più di quanto noi amiamo la vita. Cosa c’è nella testa di una persona che sta per uccidersi?
«Per noi è la sua fine, per lui è invece l’inizio. Non solo sta entrando nella storia per la gloria del suo dio, ma si appresta a una vita eterna in cielo. Certo, andare anche con questi pensieri a farsi esplodere fra i bambini è allucinante, ma il kamikaze è convinto di farlo per un bene supremo».
È la prima volta che vengono colpiti non solo i giovani o gli adoloescenti, ma addirittura i bambini, una strage di innocenti?
«C’è stato un terrorista in Francia che è andato a sparare ai bambini di un asilo ebraico. E i ceceni hanno preso in ostaggio e ucciso bambini nella scuola russa di Beslan. A noi fa giustamente orrore. Per loro, nell’attacco di Manchester, è un modo per colpire le prossime generazioni, di impaurire una intera società nei suoi valori più cari e di avere un più forte impatto mediatico».