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 2017  maggio 23 Martedì calendario

Il governo si arrende alla lentezza dei giudici

La fiducia è quella che ormai manca a noi: non è quella che Andrea Orlando vorrebbe porre sul disegno di legge sul processo penale, legge che su questo Orlando ha ragione rischierebbe altrimenti d’infilarsi in un ginepraio senza uscita. La legge è finalmente alla Camera dopo anni di trattative e compromessi, e basterebbe niente per farle piovere addosso qualche emendamento che, se approvato, rispedirebbe tutto al Senato e buonanotte ai suonatori: in tal caso non ci sarebbe più tempo prima della fine della legislatura. Chissà se è quello che vuole Matteo Renzi, che è contrario al voto di fiducia nonostante l’importanza (teorica) del contendere: cioè una riforma il sistema penitenziario, un allungamento della prescrizione e una delega al governo in tema di intercettazioni. Ma su questo Renzi ha quasi vaneggiato: «Non vogliamo mettere il bavaglio agli articoli di giornale, ci basta che siano rispettati gli articoli del codice penale». Lo ha scritto nei giorni scorsi: come se non sapesse che quegli articoli di legge non li rispetta nessuno da sempre, e come se non fosse oggetto, proprio lui, della pubblicazione di un’intercettazione che più vietata non si può. Renzi, senza volere, metaforizza la classe politica degli ultimi quindic’anni: non vuole passare per quello che mette “il bavaglio” anche se la riforma Orlando, su questo, prevede soltanto che la polizia giudiziaria non trascriva conversazioni irrilevanti e tra persone occasionalmente coinvolte. Un brodino. Questo mentre i Cinque Stelle, coi quali ragionare è perfettamente inutile, riescono a opporsi strenuamente persino a questo. 
Ma la fiducia è quella che manca a noi dicevamo perché in fin dei conti si tratta di scegliere tra due mali: nessuna riforma oppure questa. Questa è alla terza lettura del testo con lo spettacolare risultato di non piacere agli avvocati (che sabato raccoglievano firme alla manifestazione milanese “contro i muri”, perché ormai sono extracomunitari anche loro) e tantomeno piace ai magistrati, ma per motivi opposti: gli avvocati pensano che la prescrizione sia troppo lunga, i magistrati che è troppo corta. Quest’ultimi, purtroppo, sanno bene che ai colletti bianchi basterà assoldare dei legali esperti nel prendere tempo (vero) e potranno continuare a replicare che il 70 per cento delle prescrizioni matura durante le indagini preliminari (vero anche questo) e, ancora, che la responsabilità perciò è dei magistrati che se la dormono. Allora i i grillini e i forcaioli daranno la colpa ancora ai politici, o meglio alla legge ex Cirielli che diminuì i termini di prescrizione e aumentò le pene per i recidivi; allora gli avvocati replicheranno che la Cirielli, però, dal 2005 ha fatto passare i prescritti da 210mila a 113mila. 
Tutto così. Tuto già visto. Intanto un sacco di imputati continueranno a farla franca, un sacco di avvocati conteggeranno laute parcelle, mentre un sacco di magistrati lamenteranno eccessivi carichi di lavoro e faranno selezione (altro che obbligatorietà dell’azione penale) tra i fascicoli che preferiscono, o che risulteranno più mediaticamente spendibili. Saranno sempre loro a decidere quali fascicoli prenderanno la polvere e quali, invece, passeranno in corsia di sorpasso. Il che spiega come mai certi processi corrano come lepri e altri si avviino alla prescrizione a passo di bradipo. 
In sostanza, va registrato il perpetuarsi di un dato storico-politico: il Partito Democratico per lustri ha finto che i problemi della giustizia fossero il falso in bilancio e il conflitto d’interessi di Berlusconi, difendendo la magistratura più indifendibile pur di non regalare una vittoria all’avversario; poi abbiamo avuto un Renzi che sull’intoccabile Giustizia non voleva grane (al solito) e un Pd che che nel programma elettorale non citava neppure il processo penale. Andrea Orlando conosce a sufficienza i problemi della giustizia (il fatto di non essere un tecnico in realtà lo avvantaggia) ma non potrebbe risolverli neppure se sapesse come farlo: responsabilità civile dei magistrati, loro scarsa produttività, intercettazioni, custodia cautelare, la famigerata prescrizione che vedremo poi: sono state solo parole o pannicelli caldi, per ora, e dirlo non è sciatteria. Niente che incida davvero sui reali tempi del giudizio, niente sul bizantino sistema di impugnazioni, sulle farraginosità che bloccano tutto, sugli abomini del sistema carcerario, sulle troppe leggi e irresponsabilità dei magistrati che scoraggiano chiunque voglia investire in Italia; in tutto questo il Pd ha continuato a fare sostanzialmente il pesce in barile. 
Se passerà questa legge, dunque, passerà come legge sulla prescrizione. L’idea di raddoppiare i tempi di prescrizione (per la corruzione in particolare) resterà come una buffonata d’ispirazione grillina che farà capire come l’obiettivo governativo non fossero i tempi della giustizia nel loro complesso, ma gettare un osso all’opinione pubblica più forcaiola. Non si inciderà in alcun modo sui magistrati che ciondolano per anni tra indagini e udienze preliminari, chiedono proroghe infinite, sbagliano un’iscrizione nel registro degli indagati o parcheggiano un fascicolo nel cassetto per anni. Se anche la prescrizione per tutti i reati fosse decuplicata o addirittura abolita, cambierebbe poco o niente: lo dimostra che laddove la prescrizione non è prevista nei processi civili abbiamo i processi più lenti di tutti. Si capisce bene, guardando da tribunale a tribunale, che la gestione delle prescrizioni è spesso una faccenda di professionalità mancate: servono manager e invece nominano vecchie cornacchie imbolsite per mera lottittazione correntizia. Che poi, ovvio, danno la colpa alla politica.