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 2017  maggio 23 Martedì calendario

Un dente riscrive la nostra storia. «Dai Balcani i primi ominidi»

ROMA Ormai è un derby fra Europa e Africa. Dove è vissuto il primo antenato dell’uomo, il più antico primate che ha smesso di chiamarsi scimpanzé e ha dato vita al genere Homo?
La strapotere africano, per quanto riguarda la nostra storia antica, sembrava incontrastato. Oggi invece una ricerca pubblicata da Plos One prova a lanciare un contropiede europeo. Il primo ominide è vissuto nei Balcani ben 7,2 milioni di anni fa, suggerisce una ricerca delle università di Tubinga e Toronto e dell’Accademia Bulgara delle Scienze. Il nostro avo più antico si chiamava Graecopithecus freybergi (soprannominato dai ricercatori El Greco) ed era entrato in scena diverse centinaia di migliaia di anni prima rispetto al più accreditato fra i candidati precedenti, l’africano Sahelanthropus.
Nonostante la pubblicazione di oggi, in realtà, la partita è tutt’altro che chiusa. Il “primato balcanico” poggia infatti su basi non proprio solidissime: un molare e una mandibola ritrovati rispettivamente ad Azmaka in Bulgaria e a Pyrgos Vassilissis ad Atene. Il primo reperto risale a circa un secolo fa, ma non era mai stato analizzato con mezzi moderni come il laser e la tomografia computerizzata. Il secondo spuntò nel 1944 in quella che oggi è la periferia cementificata della capitale greca, mentre i tedeschi scavavano trincee. Il soldato che la trovò evitò di buttarla per puro caso, ma la mandibola restò abbandonata in un museo universitario di Atene fino a quando un paleoantropologo ostinato come David Begun dell’Università di Toronto, convinto da vent’anni della primogenitura europea, non lo ha sottoposto a una tomografia computerizzata. Qui è emerso un particolare che agli occhi di Begun e dei suoi colleghi appare decisivo. Quei vecchi denti dall’aspetto insignificante hanno infatti le radici fuse e lo smalto molto spesso. Segni incontrovertibili – sempre secondo i ricercatori di Plos – che non appartengono a una scimmia, ma a un ominide. Con l’aiuto della geologia, il terreno da cui sono riemersi quei resti ha rivelato la sua età: ben 7,2 milioni di anni. Sarebbe quella – il tardo miocene – l’epoca in cui l’uomo iniziò il suo cammino da solo, allontanandosi dagli scimpanzé e dagli altri primati.
Il più antico fra i nostri antenati non aveva ancora un aspetto diverso da una scimmia. Viveva in un ambiente paragonabile alla savana africana di oggi, popolato da specie simili a rinoceronti, elefanti e giraffe. Riusciva, con un po’ di fatica, a muoversi su due zampe. Ma riconoscere in lui quello che più tardi sarebbe diventato l’Homo sapiens doveva apparire all’epoca davvero arduo. La tesi di Begun non convince tutti. Anzi. «Le evidenze sull’origine europea sono povere e incoerenti» sostiene Giorgio Manzi, antropologo della Sapienza di Roma. «Abbiamo al contrario evidenze robuste che i nostri primi antenati e parenti estinti si trovassero uno o due milioni di anni più tardi nell’Africa orientale e meridionale, ben al di sotto del Mediterraneo e del Sahara. Per cambiare davvero le carte in tavola bisognerebbe trovare un esemplare di Graecopithecus anche a sud del Tropico del Cancro».
Begun accoglie tutte le perplessità dei colleghi. «In paleontologia non si può essere sicuri di nulla. Ma a parlare devono essere le evidenze: l’anatomia di quei reperti è simile a quella degli uomini e dei nostri antenati estinti. Questo indica che in Europa 7,2 milioni di anni fa erano presenti ominidi che si erano adattati a vivere sul terreno e non facevano più affidamento sugli alberi per trovare cibo e riparo».