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 2017  maggio 15 Lunedì calendario

Sindrome cinese

«Ci siamo accorti che si avvicinava sempre più allo schermo del pc o del tabler, così abbiamo deciso di portarla qui per un controllo della vista». Gli Xi, giovane coppia cinese, aspettano con preoccupazione che una delle spécialiste dell’ospedale oftalmico di Shanghai concluda le prove che la loro bambina (di quattro anni e mezzo) sta realizzando nel centro. «E evidente che sia miope. Dovrà subito mettere gli occhiali per correggere il suo difetto», annuncia l’oculista finiti i test.
I genitori di Xi non sono molto preoccupati. Chi invece è davvero in allarme per questa che sembra un’epidemia sono i medici cinesi e perfino il governo. Le statistiche mostrano chiaramente che la piccola Xi è solo una dei tanti, anzi degli infiniti casi accertati di miopia tra i minori. «Nel nostro paese l’incidenza è schizzata alle stelle negli ultimi vent anni», sostiene Xu Xun, direttore dell’ospedale, uno dei centri di riferimento nel paese. «Tra il 10 e il 20% degli alunni comincia gli studi avendo già problemi di vista da lontano, e la percentuale sale al 50% al termine delle elementari. Quando entrano all’università, poi, 9 studenti su 10 sono miopi: il doppio rispetto a Europa e Usa».
Il punto più preoccupante non è tanto che i bimbi debbano portare occhiali o lenti a contatto, ma che il 20% di loro presenti una miopia elevata, sopra alle 8 diottrie. F. una percentuale cinque volte maggiore rispetto alla media mondiale e gli oculisti temono che la metà di questi ragazzi possa finire per perdere la vista in modo irreversibile. «E un difetto che può degenerare in malattie gravi, come il glaucoma o il distacco della retina. In definitiva, indica che in futuro ci saranno molti più cicchi in Cina», sentenzia Xu. E per ora la situazione non sembra migliorare. «Quando un bambino ha la miopia di regola perde 0,75 diottrie all’anno, se non si prendono le misure adeguate. E non si stanno prendendo».
Le ragioni di questa “pandemia” sono oggetto di dibattito tra gli specialisti. Xu scarta solo una possibilità. «Gli studi realizzati e l’analisi delle statistiche dimostrano che non è una questione attribuibile alla genetica», afferma. In primo luogo perché è un fenomeno relativamente recente: negli anni ’60 qui solo il 20% della popolazione era miope e i cambiamenti genetici avvengono in tempi molto più lunghi. In secondo luogo è un problema che, anche se coinvolge ormai tutto il Paese, è particolarmente evidente nelle aree urbane: due fattori che riflettono un’importante implicazione sociale, non certo limitata alla pura biologia.
«La ragione va ricercata nel tipo di vita che viene imposto a bambini e giovanissimi», continua l’esperto. «Da un lato subiscono forti pressioni per avere un buon rendimento scolastico e questo impedisce loro di divertirsi all’aria aperta e alla luce naturale. Dall’altro lato pesa anche l’avvento delle nuove tecnologie, che esigono una concentrazione continua della vista su un punto concreto (gli schermi dei televisori, ma soprattutto dei cellulari e dei tablet, ndr)». Sono tutti elementi che influiscono sulla continua deformazione dell’occhio e causano l’esordio della miopia in tenera età. Lo dimostrano vari studi; uno ha dimostrato come in estate la miopia abbia un ritmo di crescita inferiore del 40% rispetto all’inverno (grazie alla maggiore esposizione alla luce del sole) e un altro che la miopia aumenta proporzionalmente rispetto al tempo dedicato allo studio.
Le sorelle Jung sono un buon esempio di quello che sta succedendo. Queste bambine, di quattro e sette anni, seguono lo schema che ha portato alla situazione attuale: non escono quasi mai per strada, sono sovraccariche di attività extrascolastiche da svolgere in spazi chiusi, dedicano almeno un’ora al giorno a fare i compiti (la media settimanale nelle aree più sviluppate della Cina e di 14 ore, contro le 5 dei Paesi dell’Unione Europea) e sono drogate di dispositivi mobili. La madre ammette che passano più di tre ore al giorno sul tablet o davanti alla tv. «Spesso carichiamo sull’Ipad giochi educativi per compensare», cerca di giustificarsi. «Il problema è che arriviamo a casa troppo stanchi per stare con loro.
So che non va bene, ma non abbiamo trovato urialtra soluzione». Le due bimbe portano già gli occhiali e la loro vista peggiora a ritmo sostenuto.Nella scuola che frequentano, nella città di Liyang (nella provincia orientale del Jiangsu), le loro giornate cominciano ora con una ginnastica oculare che consiste nell’effettuare per dieci minuti cinque esercizi basati sui principi della medicina tradizionale cinese. Si suppone che questa tecnica, obbligatoria in tutto il Paese dalla fondazione della Repubblica Popolare nel 1949, se realizzata correttamente riduca le possibilità di sviluppare la miopia. Xu, come molti altri esperti in materia, non è d’accordo sulla sua utilità. Eppure, consapevole delle polemiche che può scatenare il criticare una politica statale, si mostra prudente: «La prima cosa da dire è che è una ginnastica da eseguire in modo accurato, individuando alcuni punti chiave del viso. È molto probabile quindi che i bambini non la effettuino correttamente. In secondo luogo, non c’è nessuna evidenza scientifica che porti de benefici, al di là di rilassare l’occhio».Alcune scuole sperimentali hanno avviato altre iniziative, come la costruzione di aule con tetti e pareti traslucidi per consentire l’ingresso della luce naturale, che peraltro aiuterebbe la produzione di vitamina D, la cui carenza sarebbe strettamente correlata, secondo recentissimi studi, all’insorgere di problemi visivi. L’efficacia di questo metodo non è stata ancora dimostrata, e in ogni caso Xu sottolinea che è poco pratico: «Non solo è impossibile da applicare nella maggioranza delle città, ma sarebbe costosissimo estenderlo a tutto il Paese».
Il direttore dell’ospedale di Shanghai riconosce che la soluzione non è semplice. «Non è neanche detto che ci sia, una soluzione». Lui stesso è un buon esempio di quanto sia difficile tare progressi in questa battaglia. «Ho 56 anni e non ho bisogno di portare gli occhiali. Sono cresciuto con un altro stile di vita: era il tempo della Rivoluzione Culturale, quindi studiavamo pochissimo e passavamo la giornata per strada. Ebbi fortuna, perché riuscii a presentarmi algaokao (l’esame di ammissione all’università) nel 1978 e iscrivermi. A quell’età i miei occhi, come quelli di mia moglie, erano già completamente formati. Invece nostro figlio aveva perso due decimi quando si è iscritto all’università e al momento della laurea cinque». Xu ammette di non aver saputo sottrarsi all’ossessione dei genitori cinesi per i risultati accademici dei figli. «Il nostro è un paese estremamente competitivo». Per questo Xu applaude l’iniziativa del governo, che ha cominciato a imporre alle strutture scolastiche di organizzare almeno 60 minuti settimanali di attività all’aria aperta. A Shanghai, in forma sperimentale, dallo scorso settembre la durata è stata portata in molte strutture a 80 minuti: questo consentirà di studiare l’impatto che i 20 minuti in più avranno sul rendimento scolastico. «Il problema è che i genitori non ne vorrebbero neppure 20 e i professori non vogliono che siano più di 40 perché devono badare a bambini “senza briglia”. Insomma, son tutti scontenti. Ma è comunque un passo avanti». Ke Biliari, oftalmologa del Centro municipale di prevenzione e trattamento delle malattie oculari di Shanghai, è della stessa opinione. Fa parte del team che informa e sensibilizza sul problema miopia, e riconosce che l’opposizione dei genitori alle attività fisiche en plein air è un ostacolo importante: «Alla fine abbiamo ottenuto che il 93% dei genitori nelle scuole dove stiamo conducendo la sperimentazione firmassero il consenso per far svagare i figli per questi fatidici 80 minuti». Senza dubbio, sulla decisione dei genitori hanno pesato rapporti dalle conclusioni inequivocabili. Vari esperti hanno dimostrato che aggiungere attività all’aria aperta riduce significativamente il rischio di sviluppare la miopia durante l’infanzia, e un gruppo di scienziati ha studiato alunni cinesi trasferitisi a Singapore o a Sydney, dimostrando che quelli che vivevano in Australia sviluppavano meno miopia – solo il 3%, contro il 29 di quelli della città-Stato asiatica – grazie al fatto che passavano molto più tempo alla luce del sole.
Il fenomeno, d’altronde, non si limita alla Cina. Anche se è nel paese di Mao che la progressione è più rapida, altri paesi asiatici soffrono di un problema analogo. In testa alla classifica dell’incidenza della miopia tra i giovani (dai vent anni in giù) c’è Seul, la capitale della Corea del Sud, con il 96%. Seguono le città giapponesi e taiwanesi, con livelli superiori all’85%, e Singapore con l’82%. «Non conosciamo ancora l’effetto che avrà su questi giovani l’uso continuativo di dispositivi mobili, ma tutto sembra indicare che non sarà positivo», conclude Xu. «E lo stesso succede in Occidente, dove i livelli di miopia sono più bassi, ma in costante crescita. La gente non lo percepisce come un grosso problema, ma lo è». 
(Traduzione di Fabio Galimberti)