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 2017  maggio 17 Mercoledì calendario

Un sogno cambia la vita. Intervista a Pietro Grasso

Pietro Grasso é sdraiato in giardino sotto un motorino, sembra lo voglia aggiustare. All’improvviso monta in sella ed esce a razzo da casa scomparendo dietro i tornanti della collina. Gli uomini della scorta lo guardano attoniti. Poi chiamano il 113.
Da questa scena a Mondello (Palermo) sono passati trentanni. E una delle «pazzie» – poche in verità – che Grasso si è concesso in 72 anni, 32 vissuti sotto scorta. Pubblico ministero, giudice nel maxiprocesso a Cosa Nostra del 1986 (475 imputati, durata sei anni, primo procedimento giudiziario ad accertare l’esistenza della mafia), dal 1999 procuratore della Repubblica a Palermo, poi procuratore nazionale antimafia dal 2005 al 2012, si e dimesso dalla magistratura nel 2013 per diventare parlamentare nel Pd e, subito dopo. presidente del Senato.
Lo incontriamo nel suo ufficio di Palazzo Madama. I modi semplici, gli occhi limpidi ma dal guizzo ironico, contrastano con la solennità della stanza; ancora di più con la reputazione da magistrato di ferro negli anni bui delle stragi di mafia. In quella di Capaci – il 23 maggio saranno 25 anni – è morto il collega e amico Giovanni Falcone, ucciso da un’esplosione con la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta. Proprio a Falcone è rivolta la lettera immaginaria, piena di ricordi personali, che apre il nuovo libro di Grasso Storie di sangue, amici e fantasmi: quella in chiusura è per un altro amico. Paolo Borsellino, ucciso due mesi dopo Falcone nell’attentato di via D’Amelio a Palermo. In mezzo, il racconto di che cosa è stata la mafia violentissima degli anni ’80 e ’90. del maxiprocesso, le storie dei collaboratori di giustizia e delle vittime morte combattendo Cosa Nostra.
Che cosa provò quando scappò in moto?
«Una sensazione di libertà fortissima. Vivevo sotto scorta da due anni, e la soffrivo.
Quel bellissimo giorno d’estate non ce la feci a resistere e andai a farmi un giro da solo. Grazie alla moto, scappai da casa anche un Natale, con mia moglie, per acquistare regalini in centro: lei aveva distratto la scorta, io ero uscito dal retro del nostro palazzo. Quando rientrammo. tutta la zona era transennata dai carabinieri, mi tolsi il casco e fui subito aggredito dal maresciallo di turno che mi diede dell’irresponsabile. Mi sequestrarono la moto che fini nei sotterranei del Palazzo di giustizia di Palermo e lì è rimasta».
Timori giustificati, vista la sequenza di attentati da lì a poco. Come ci si sente a essere uno dei pochi sopravvissuti?
«A volte in colpa. So che circostanze fortunate mi hanno salvato: il mio attentato era programmato. Lo scoprii in un modo singolare: il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca dirà poi che Riina. dopo la morte di Falcone e Borsellino, avrebbe voluto dare un altro “colpettino”. ma a rivelare l’attentato a un altro magistrato era stato Gioacchino La Barbera, che però non ricordava il nome, quindi chiamarono me, siciliano, per aiutarlo a ricostruire chi fosse. Al pentito mi presentarono come “il dottor Grasso” e si mise a gridare: “E lui, è lui”. A quel punto si creò una situazione kafkiana, con lui che non voleva più parlare e io che pretendevo i particolari per capire se il piano era ancora attuale. Alla fine mi spiegò che l’attentato era stato previsto quando andavo nei fine settimana a Monreale a trovare mia suocera malata: era fallito per una serie di casualità. Avevo rischiato quando ero al ministero a Roma a svolgere un lavoro di semplice funzionario e pensavo di essere tranquillo. Da quel momento ho capito che la percezione del pericolo non corrisponde quasi mai a quando il pericolo c’c davvero».
È vero che avrebbe dovuto essere anche lei sull’auto di Falcone quando è morto?
«Sì. Nel 1992 lavoravamo a Roma e di solito scendevamo a Palermo insieme. Il 22 maggio Giovanni mi disse che lui e Francesca dovevano posticipare la partenza di un giorno. io avevo fretta di raggiungere mia moglie e mio figlio ed ebbi la fortuna di trovare l’ultimo posto libero sul volo della sera». 
Come si convive con il pensiero costante di poter essere la prossima vittima?
«Accettare il rischio di essere ucciso fa parte della professione di magistrato. Con Falcone e Borsellino ci scherzavamo. Paolo diceva a Giovanni: “lo sto tranquillo perché se decidono di fare qualcosa tu vieni prima di noi”. Un giorno davanti al Palazzo di giustizia c’era un’ambulanza con la scritta “Donate il vostro sangue”. E Falcone: “Che fanno, ci sfottono?”. Un’altra volta eravamo a cena con le mogli su una terrazza a Mondello, vediamo una lampara venire verso di noi. In un attimo ci siamo guardati tutti e tre, con lo stesso pensiero: “Siamo protetti da terra e qui ci fregano arrivando dal mare”. Nessuno parlava. All’ultimo però la lampara virò e, proprio quando ci stavamo rilassando, arrivò il cameriere vicino a Falcone, che aveva ordinato una bistecca, e gridò: “Al sangue naturalmente, dottore!”. Scoppiammo in una risata liberatoria».
Che cosa vi faceva resistere?
«Avevamo fatto una scelta, eravamo pronti ad accettarne le conseguenze. Tutti gli altri problemi erano ridimensionati: se porti a termine un’impresa che tutti dicevano impossibile come il maxiprocesso, se riesci a redigere settemila pagine di una sentenza in otto mesi, niente appare insuperabile».
A scuola era il primo della classe?
«No, studiavo quanto bastava per essere promosso. Un giorno, alle medie, vidi sul giornale una foto con un cadavere in una pozza di sangue. Chiesi a mio padre chi fosse quel tizio chinato su di lui e mi rispose: un magistrato. In quel momento decisi che volevo fare quello nella vita».
Il pubblico ministero?
«In realtà avrei voluto fare il giudice perché mi terrorizzavano le requisitorie, non mi sentivo bravo a parlare in pubblico. Ma pur avere un posto al Tribunale di Palermo accettai di fare il pm: il primo giorno mi bui’ tarono a sostituire un collega in un processo con 50 imputati senza sapere nulla del casoMi servi per superare quel blocco».
Come ha conosciuto sua moglie?
«Per un favore a un compagno di università che aveva incrociato una vecchia fiamma1 non voleva uscire sola con lui. avrebbe portato un’amica. Quando vidi questa ragazzi uscire dal portone mi innamorai all’istanteLoro si sono lasciati, noi siamo ancora insieme dopo 52 anni, di cui 47 di matrimonio».
Sua moglie era consapevole che avrebbe vissuto nel pericolo?
«No. Fin quasi ai mici 35 anni siamo stati tranquilli, la mia prima indagine di mafia e del 1980, sull’omicidio del presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella, ma fu il maxiprocesso a cambiare la nostra vita. Maria mi disse: “È il tuo sogno, devi accettare”. Chi ha sofferto di più è stato nostro figlio. Maurilio aveva 14 anni e da un giorno all’altro ha perso il padre: il suo compagno di giochi, quello con cui sciava, faceva surf, era sparito. Ero votato alla causa del processo. A lungo ha avuto nei miei confronti un rancore sordo. L’ha superato solo anni dopo, nel 1992, quando è morto Falcone e ha capito che per questo mestiere si può anche morire. Qualche anno dopo Maurilio è entrato in Polizia, dopo che passi tanti anni circondato da poliziotti.».
Si dice che Falcone non avesse voluto figli per non esporli al pericolo. E vero?
«Non ne ha avuti, perciò amava giocare con i figli degli amici: spesso veniva da noi a Mondello e si teneva Maurilio sulle ginocchia, o ci giocava a ping-pong. Un’estate. mio figlio era piccolo, andammo con Falcone, Rocco Chinnici (ucciso a Palermo nel 1983. ndr) e altri magistrati a fare i presidenti di seggio a Pantelleria, con le famiglie. Al ritorno, all’aeroporto, allo scanner dei bagagli suona tutto: vedono una pistola nella valigia, immagini l’agitazione della sicurezza. Salta fuori mio figlio che dice: “È mia”. Aveva infilato nella mia borsa la sua pistola giocattolo».
Lei non temeva per la vita di suo figlio?
«La presenza della mafia nella famiglia si e sentita subito. Una sera, a inizio maxiprocesso, torno a casa e trovo mia moglie terrorizzata. Mi racconta che poco prima avevano citofonato dicendo: “I figli si sa quando escono e non si sa quando ritornano”. Maurilio era andato in palestra, ho mandato subito la scorta a controllare che non gli fosse successo niente. Poi abbiamo preso una delle decisioni più importanti della nostra vita. Ho detto a mia moglie: “Siamo all’inizio, qui ci vogliono testare, capire se siamo influenzabili’’. Abbiamo deciso di non far vivere un ragazzino sotto scorta, ma abbiamo vissuto un periodo di vero terrore».
Come era il suo rapporto con Falcone? 
«Aveva un carattere forte. In pubblico appariva introverso, con gli amici scherzava sempre, il suo era uno humour inglese, mi manca tantissimo. Aveva la capacità di anticipare i fenomeni, elaborare strategie. Fu lui che mi convinse a fare il consulente a tempo pieno alla Commissione antimafia e quando andò a Roma voluto da Claudio Martelli (ministro della Giustizia dal 1991 al 1993, ndr) mi chiamò al ministero. Le critiche lo rattristavano – “ha abbandonato la trincea”, “è affascinato dal potere politico” – ma mi diceva: “Vedrai che un giorno capiranno”. Quando finivamo tardi, lasciavamo libere le scorte e andavamo a mangiare nei vicoletti: trattoria preferita La Carbonara, ho scoperto poi che Riina mandò il commando per farlo fuori al Matriciano, che era a Prati, confondendo i nomi, per fortuna». Era uno sciupafemmine Falcone?
«Pensava solo a lavorare ma apprezzava il fascino femminile, gli piacevano longilinee. Fan ne aveva tantissime».
Lei però era più bello.
«Nell’uomo conta meno l’aspetto fisico, e ai nostri tempi si doveva comunque corteggiare, una fatica. Per conquistare mia moglie mi inventai che mi piaceva la musica classica ma lei mi beccò subito, una figuraccia».
Dalla magistratura è passato alla politica.
«Avevo raggiunto il vertice, ma non pensavo alla politica prima della proposta di Bcrsani. Ho accettato per dare un contributo alle riforme in materia di giustizia, ma a due condizioni: dimettermi dalla magistratura e non essere candidato in Sicilia».
Politicamente quindi era di sinistra?
«Ne ho sempre condiviso i valori fin da ragazzo: uguaglianza, giustizia, difesa dei deboli. Penso che un magistrato debba non solo essere ma anche apparire imparziale. Il fatto di essere stato eletto presidente del Senato mi ha aiutato: è un ruolo super partes».
Mai desiderato, neppure per un minuto, la morte di chi ordinò le stragi dei suoi amici? 
«Sinceramente no. Il massimo per me era averli in carcere con il 41 bis e farli collaborare. Posso mostrarle una cosa?».

Grasso si alza, prende dalla tasca della giacca un accendino d’argento, ossidato dal tempo.

«Me lo diede Falcone 25 anni fa. aveva deciso di smettere di fumare. “Tienilo tu, ma se riprendo me lo devi ridare”. Pochi mesi dopo l’hanno ammazzato. Sembrerà una cosa sciocca, ma l’ho sempre con me e tutte le volte che mi sento in difficoltà mi basta infilare la mano e sfiorarlo perché il coraggio torni».