Vanity Fair, 17 maggio 2017
Italian Princess. Intervista a Alessandra Mastronardi
Londra, giornata molto poco londinese. Nel ristorante pieno di sole dove abbiamo appuntamento, Alessandra Mastronardi ha scelto il tavolo più soleggiato di tutti: quando arrivo la trovo immobile nei raggi, gli occhi socchiusi, un sorriso beato. Se volessimo inseguire gli stereotipi potremmo parlare della nostalgia dell’espatriata per il tepore romano, ma se c’è una cosa che Mastronardi sta cercando di fare è uscire dai luoghi comuni. 31 anni, è su qualche schermo (piccolo o grande) da quando ne ha 12. Diventata famosissima nei panni di Eva nella serie Tv I Cesaroni, ha poi lavorato molto per costruirsi una carriera il più internazionale possibile che passa da Woody Alien (To Rome with Love),Anton Corbijn (Life) e arriva a Francesca, protagonista femminile della seconda stagione della serie culto di Netflix Master of None,il quasi one man show – ne è ideatore, produttore, regista e protagonista – di Aziz Ansari. Anche lui nemico degli stereotipi: sull’ultima copertina del New York Mugoline racconta di come – origini indiane, infanzia in South Carolina – si sia sempre rifiutato di fare parti in cui gli chiedevano «l’accento indiano».
A lei, l’accento italiano, lo chiedono spesso?
«Le produzioni americane hanno un’idea dell’Europa un po’ vaga. Mi sono presentata a un provino per un personaggio di “ragazza polacca”. Ho avvisato: sono italiana, non ho l’accento polacco. Mi hanno risposto: sono due Paesi europei, no? Allora va bene lo stesso».
Anche per Master of None è andata così?
«Ho fatto il provino qui a Londra. Aziz mi ha chiesto: mi conosci? Sai chi sono? Io non ne avevo idea, e gliel’ho detto. Andare un po’ allo sbaraglio per me è sempre meglio. se no mi viene l’ansia».
Francesca, il personaggio che interpreta, è di Modena e fa i tortellini. Più stereotipo di così.
«Li fa ma non li mangia, non solo quelli, almeno. E parla bene inglese. Francesca l’ho costruita assieme ad Aziz: ne abbiamo fatto una ragazza italiana un po’ speciale. In fatto di ruoli è più facile che sia vittima degli stereotipi nel mio Paese, piuttosto che altrove. Per i registi italiani sono sempre “la ragazza dei Cesaroni”, la carina della porta accanto».
Sembra dispiacerle molto questa cosa.
«Prima me ne facevo un cruccio, adesso che sto a Londra vedo le cose da una certa distanza, e mi accorgo che quel che conta è il lavoro, non l’aperitivo a cui non sei andata. A Roma mi sentivo obbligata a stare in certi posti, con certe persone, a sapere tutto di tutti. Non mi faceva bene: sentivo di provare invidie e gelosie, sentimenti che non mi appartengono, e che qui non provo più».
Da quanto vive a Londra?
«Un anno oggi. Ci sono venuta per amore del mio compagno Liam (McMahon, attore irlandese,ndr), ma piano piano è diventata una scelta fatta per me, e non solo professionale. Liam fa il mio stesso mestiere, viaggia spesso e io rimango sola. Anche a Roma mi capitava, ma a casa tua è diverso: hai sempre un’amica che può passare a farti compagnia. Qui no, e all’inizio non è stato per niente facile: mi sono lasciata abbattere. Ma ho resistito e ce l’ho fatta».
Dopo un anno possiamo dire che la prova è superata?
«Non ancora: prima devono succedere delle cose. Prima fra tutte: che chiami questa, “casa”».
Casa sarà quindi questa, nel futuro?
«Non lo so, quando parliamo del domani, di una famiglia con dei figli, mi scopro molto italiana. Sulla scuola, per esempio: mi sembra che la nostra sia di gran lunga migliore».
La famiglia è un vostro progetto imminente?
«Stiamo insieme da sei anni, ma per i primi cinque ognuno è stato a casa sua, ci vedevamo in giro per il mondo: praticamente una vacanza. Conviviamo da un anno soltanto, è tutto nuovo, ma abbiamo dei progetti. L’idea di conciliare carriera e famiglia non mi spaventa. Credo nella forza delle donne: il nostro essere superiori agli uomini ci rende possibile anche quello che sembra impossibile. Non è quindi la carriera l’elemento per decidere se fare un figlio o no, quanto il desiderio autentico di averlo: non farei mai un bambino perché mi sento sola o perché è arrivato il momento di farlo. Quando sarà, comunque, spero di riuscire a mantenere questa cosa il più possibile privata».
La disturba la notorietà?
«All’inizio è stato difficile gestirla. Non poter andare in certi posti con gli amici o la famiglia, perché se no l’uscita si sarebbe tramutata in una serie infinita di autografi da fare o foto da scattare, è stata dura».
E poi come l’ha superata? Se l’ha fatto.
«Ho cominciato a vedere il bello di questo mestiere, accettandone anche il rovescio della medaglia. Non mi sono mai fatta stordire dalla notorietà e mi ripetevo: non stanno adorando te, adorano il tuo personaggio. Tanta saggezza è merito dei miei genitori, che mi hanno sempre tenuta con i piedi per terra. Mio padre fa lo psicologo: quando si accorgeva che la situazione stava degenerando, interveniva. Passata l’esperienza dei Cesaroni non ho più corso il rischio – né mai lo correrò – di farmi travolgere dalle cose: ho imparato a distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è. In questo mi hanno aiutato anche i miei fidanzati di allora: tutta gente che mi ha lasciato, o non voleva stare con me, per il solo fatto che fossi nota».
Pensavo ci fosse gente pronta a uccidere per stare con celebrity di ogni ordine e grado.
«Non quella che ho incontrato io. Per molti uomini il mio lavoro è stato un problema, credo per un mix di gelosia, voglia di controllo, assenze prolungate».
Per questo, da un certo punto in poi, ha avuto solo fidanzati attori?
«È stato un caso, non una scelta. Da un punto di vista razionale è una follia fidanzarsi tra attori. Quando ho incontrato Liam non volevo assolutamente avere una storia con lui. Però alla fine ho ceduto, forse perché lui è straniero e ha un modo diverso. e sano, di guardare al nostro lavoro».
A lei, l’accento italiano, lo chiedono spesso?
«Le produzioni americane hanno un’idea dell’Europa un po’ vaga. Mi sono presentata a un provino per un personaggio di “ragazza polacca”. Ho avvisato: sono italiana, non ho l’accento polacco. Mi hanno risposto: sono due Paesi europei, no? Allora va bene lo stesso».
Anche per Master of None è andata così?
«Ho fatto il provino qui a Londra. Aziz mi ha chiesto: mi conosci? Sai chi sono? Io non ne avevo idea, e gliel’ho detto. Andare un po’ allo sbaraglio per me è sempre meglio. se no mi viene l’ansia».
Francesca, il personaggio che interpreta, è di Modena e fa i tortellini. Più stereotipo di così.
«Li fa ma non li mangia, non solo quelli, almeno. E parla bene inglese. Francesca l’ho costruita assieme ad Aziz: ne abbiamo fatto una ragazza italiana un po’ speciale. In fatto di ruoli è più facile che sia vittima degli stereotipi nel mio Paese, piuttosto che altrove. Per i registi italiani sono sempre “la ragazza dei Cesaroni”, la carina della porta accanto».
Sembra dispiacerle molto questa cosa.
«Prima me ne facevo un cruccio, adesso che sto a Londra vedo le cose da una certa distanza, e mi accorgo che quel che conta è il lavoro, non l’aperitivo a cui non sei andata. A Roma mi sentivo obbligata a stare in certi posti, con certe persone, a sapere tutto di tutti. Non mi faceva bene: sentivo di provare invidie e gelosie, sentimenti che non mi appartengono, e che qui non provo più».
Da quanto vive a Londra?
«Un anno oggi. Ci sono venuta per amore del mio compagno Liam (McMahon, attore irlandese,ndr), ma piano piano è diventata una scelta fatta per me, e non solo professionale. Liam fa il mio stesso mestiere, viaggia spesso e io rimango sola. Anche a Roma mi capitava, ma a casa tua è diverso: hai sempre un’amica che può passare a farti compagnia. Qui no, e all’inizio non è stato per niente facile: mi sono lasciata abbattere. Ma ho resistito e ce l’ho fatta».
Dopo un anno possiamo dire che la prova è superata?
«Non ancora: prima devono succedere delle cose. Prima fra tutte: che chiami questa, “casa”».
Casa sarà quindi questa, nel futuro?
«Non lo so, quando parliamo del domani, di una famiglia con dei figli, mi scopro molto italiana. Sulla scuola, per esempio: mi sembra che la nostra sia di gran lunga migliore».
La famiglia è un vostro progetto imminente?
«Stiamo insieme da sei anni, ma per i primi cinque ognuno è stato a casa sua, ci vedevamo in giro per il mondo: praticamente una vacanza. Conviviamo da un anno soltanto, è tutto nuovo, ma abbiamo dei progetti. L’idea di conciliare carriera e famiglia non mi spaventa. Credo nella forza delle donne: il nostro essere superiori agli uomini ci rende possibile anche quello che sembra impossibile. Non è quindi la carriera l’elemento per decidere se fare un figlio o no, quanto il desiderio autentico di averlo: non farei mai un bambino perché mi sento sola o perché è arrivato il momento di farlo. Quando sarà, comunque, spero di riuscire a mantenere questa cosa il più possibile privata».
La disturba la notorietà?
«All’inizio è stato difficile gestirla. Non poter andare in certi posti con gli amici o la famiglia, perché se no l’uscita si sarebbe tramutata in una serie infinita di autografi da fare o foto da scattare, è stata dura».
E poi come l’ha superata? Se l’ha fatto.
«Ho cominciato a vedere il bello di questo mestiere, accettandone anche il rovescio della medaglia. Non mi sono mai fatta stordire dalla notorietà e mi ripetevo: non stanno adorando te, adorano il tuo personaggio. Tanta saggezza è merito dei miei genitori, che mi hanno sempre tenuta con i piedi per terra. Mio padre fa lo psicologo: quando si accorgeva che la situazione stava degenerando, interveniva. Passata l’esperienza dei Cesaroni non ho più corso il rischio – né mai lo correrò – di farmi travolgere dalle cose: ho imparato a distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è. In questo mi hanno aiutato anche i miei fidanzati di allora: tutta gente che mi ha lasciato, o non voleva stare con me, per il solo fatto che fossi nota».
Pensavo ci fosse gente pronta a uccidere per stare con celebrity di ogni ordine e grado.
«Non quella che ho incontrato io. Per molti uomini il mio lavoro è stato un problema, credo per un mix di gelosia, voglia di controllo, assenze prolungate».
Per questo, da un certo punto in poi, ha avuto solo fidanzati attori?
«È stato un caso, non una scelta. Da un punto di vista razionale è una follia fidanzarsi tra attori. Quando ho incontrato Liam non volevo assolutamente avere una storia con lui. Però alla fine ho ceduto, forse perché lui è straniero e ha un modo diverso. e sano, di guardare al nostro lavoro».
Gli attori italiani, invece?
«Con loro è sempre un sturm and drang: tutto un filo eccessivo. Ma fatevela ’na risata ogni tanto».
Il tormento spesso è figlio dell’eccesso di tempo libero. Lei come lo impiega?
«Ho cercato, anche qui a Londra, di crearmi una routine: frequento, come auditrice, corsi alla Royal Academy, vado in palestra, vedo le amiche. Serve tutto a occupare il pezzo più antipatico del mio mestiere: l’attesa. Quando lavoro, vado a mille. Poi all’improvviso, si ferma tutto e la prima settimana è un disastro: di solito mi ammalo, come minimo mi viene l’herpes, almeno un brufolo. E comincio ad aspettare. Conosco attori che, per non impazzire nei tempi morti, hanno una seconda professione».
Anche il suo compagno?
«Sì, Liam fa il pittore. Dipinge su commissione: gli mandano una foto e lui la riproduce, uguale identica. Una cosa per me inspiegabile. Gli dico sempre: ma non potevano semplicemente fare un ingrandimento?».
Anche lei, in realtà, ha un secondo lavoro: è la prima italiana a essere stata nominata ambasciatrice di Chanel.
«Indossare i loro abiti mi dà la stessa sensazione di quando, da bambina, mi vestivo da principessa».
Che rapporto ha con Karl Lagerfeld?
«Di grande soggezione, per questo gli parlo pochissimo. Una volta ci siamo praticamente scontrati fuori da una toilette a una festa a Cannes, io indossavo una sua creazione e lui mi ha detto serissimo: “Carino, pensavo non entrasse a nessuno”. E se n’è andato. Io sono rimasta cinque minuti a pensare se mi avesse fatto un complimento oppure no».
Immagino le dimensioni del vestito.
«No, no. Gli abiti Chanel vestono comodo, a me spesso devono stringerli. E certamente accorciarli perché sono lunghi una quaresima e mezzo, e io no: di solito il punto vita mi arriva al ginocchio».
Il suo corpo è stato importante per la carriera?
«Io l’ho sempre molto rispettato. E ci siamo sempre parlati con grande franchezza: sa che ci sono cose che non mi piacciono di lui».
Che cosa non le piace?
«L’altezza è stata un problema, a un certo punto della vita, lo non ho avuto nessun complesso fino a quando ho iniziato a fare I Cesaroni. Entravo in casa della gente tutte le settimane e, quando le persone mi incontravano, mi parlavano come se fossimo parenti, convinti di potermi dire qualsiasi cosa. “Sei piccola, credevo fossi un donnone”, era il commento più normale».
Gli attori sono spesso, sorprendentemente, non troppo alti.
«Si dice che se non sei alto, entri meglio nel fotogramma. Ma oltre il lavoro, c’c anche la vita vera, le strade dove incontri i ragazzini delle nuove generazioni, tutti alti due metri: devono aver mangiato qualcosa che ai tempi miei non ci davano».
Il suo motto per il futuro?
«Lo stesso che per il passato: la carriera si costruisce più con i no, che con i sì».
Tutti no ben detti?
«Qualcuno è stato un clamoroso errore».
Un criterio per scegliere?
«La pelle e il regista. Che non deve essere necessariamente famoso, ma deve farmi – per un momento e solo con la testa – innamorare di sé. E se possibile evitare i registi ehe dicono di non amare gli attori».
Ce ne sono?
«Più di quanti possa immaginare».
«Con loro è sempre un sturm and drang: tutto un filo eccessivo. Ma fatevela ’na risata ogni tanto».
Il tormento spesso è figlio dell’eccesso di tempo libero. Lei come lo impiega?
«Ho cercato, anche qui a Londra, di crearmi una routine: frequento, come auditrice, corsi alla Royal Academy, vado in palestra, vedo le amiche. Serve tutto a occupare il pezzo più antipatico del mio mestiere: l’attesa. Quando lavoro, vado a mille. Poi all’improvviso, si ferma tutto e la prima settimana è un disastro: di solito mi ammalo, come minimo mi viene l’herpes, almeno un brufolo. E comincio ad aspettare. Conosco attori che, per non impazzire nei tempi morti, hanno una seconda professione».
Anche il suo compagno?
«Sì, Liam fa il pittore. Dipinge su commissione: gli mandano una foto e lui la riproduce, uguale identica. Una cosa per me inspiegabile. Gli dico sempre: ma non potevano semplicemente fare un ingrandimento?».
Anche lei, in realtà, ha un secondo lavoro: è la prima italiana a essere stata nominata ambasciatrice di Chanel.
«Indossare i loro abiti mi dà la stessa sensazione di quando, da bambina, mi vestivo da principessa».
Che rapporto ha con Karl Lagerfeld?
«Di grande soggezione, per questo gli parlo pochissimo. Una volta ci siamo praticamente scontrati fuori da una toilette a una festa a Cannes, io indossavo una sua creazione e lui mi ha detto serissimo: “Carino, pensavo non entrasse a nessuno”. E se n’è andato. Io sono rimasta cinque minuti a pensare se mi avesse fatto un complimento oppure no».
Immagino le dimensioni del vestito.
«No, no. Gli abiti Chanel vestono comodo, a me spesso devono stringerli. E certamente accorciarli perché sono lunghi una quaresima e mezzo, e io no: di solito il punto vita mi arriva al ginocchio».
Il suo corpo è stato importante per la carriera?
«Io l’ho sempre molto rispettato. E ci siamo sempre parlati con grande franchezza: sa che ci sono cose che non mi piacciono di lui».
Che cosa non le piace?
«L’altezza è stata un problema, a un certo punto della vita, lo non ho avuto nessun complesso fino a quando ho iniziato a fare I Cesaroni. Entravo in casa della gente tutte le settimane e, quando le persone mi incontravano, mi parlavano come se fossimo parenti, convinti di potermi dire qualsiasi cosa. “Sei piccola, credevo fossi un donnone”, era il commento più normale».
Gli attori sono spesso, sorprendentemente, non troppo alti.
«Si dice che se non sei alto, entri meglio nel fotogramma. Ma oltre il lavoro, c’c anche la vita vera, le strade dove incontri i ragazzini delle nuove generazioni, tutti alti due metri: devono aver mangiato qualcosa che ai tempi miei non ci davano».
Il suo motto per il futuro?
«Lo stesso che per il passato: la carriera si costruisce più con i no, che con i sì».
Tutti no ben detti?
«Qualcuno è stato un clamoroso errore».
Un criterio per scegliere?
«La pelle e il regista. Che non deve essere necessariamente famoso, ma deve farmi – per un momento e solo con la testa – innamorare di sé. E se possibile evitare i registi ehe dicono di non amare gli attori».
Ce ne sono?
«Più di quanti possa immaginare».