Affari&Finanza, 22 maggio 2017
Venezuela, danzando sull’orlo del default
Non lo vedevo da meno di un anno ma quasi non riuscivo a riconoscerlo per quanto s’è fatto magro. I vestiti, una T-shirt azzurrina e un paio di jeans, adesso gli stanno almeno due volte più grandi. «Ho perso sei chili in otto mesi», ci dice Angelo, figlio di emigranti italiani nato a Caracas 45 anni fa. Sua moglie è maestra mentre lui s’arrangia con piccoli lavori artigiani. Hanno una figlia minorenne. «Ormai viviamo con la Clap», dice. Sono le buste di alimenti che una volta al mese l’esercito distribuisce nei quartieri a prezzi calmierati. «Ho fatto anche la tessera di fedeltà al regime chavista e alla patria – aggiunge – altrimenti la Clap non me la danno. Ormai siamo come Cuba. Razionamento, miseria, dittatura e socialismo». In effetti, la contingenza alimentare del Venezuela oggi assomiglia moltissimo alla Cuba del “periodo speciale” dopo l’Ottantanove e la fine dell’Urss. Chi ci riesce emigra, chi resta dimagrisce. Insieme a Angelo facciamo un giro nei supermercati. Rispetto all’estate scorsa ci sono più prodotti. Non l’olio, né la margarina o la carta igenica. Ma gli scaffali sono strapieni di pasta made in Brasile. Solo che i prezzi sono stratosferici. «Io non posso comprare qui», dice Angelo. L’inflazione è esplosa fino al 700% e i cartellini con i prezzi vengono sostituiti una volta alla settimana, nella notte del weekend. Ma la situazione è destinata solo a peggiorare, le previsioni per la fine del 2017 parlano di una inflazione al 1600% se non ci sarà il default. La bancarotta è ormai lo spettro di fronte al quale si trova il Paese sudamericano. Finora evitata grazie ai prestiti della Cina e della Russia. Pechino ha anticipato a Caracas 60 miliardi di dollari che dovranno essere restituiti attraverso le consegne di greggio per i prossimi anni. Mentre i russi, attraverso la holding petrolifera del governo Putin, la Rosneft, hanno prestato 5 miliardi di dollari assicurandosi però come garanzia la metà di Citgo, la filiale della compagnia petrolifera Pdvsa che opera negli Stati Uniti e possiede raffinerie e stazioni di rifornimento carburante. Su quest’ultima operazione però ci sono due problemi legali. Il primo è che la cessione della metà della Citgo come garanzia del prestito avrebbe dovuto essere approvata per legge anche dal Parlamento venezuelano, dominato dall’opposizione a Maduro. Il secondo è che altri creditori del Venezuela, come i texani di ConocoPhillips, sostengono che la garanzia concessa a Rosneft è illegale e hanno presentato ricorso nei tribunali americani. Comunque sia i prestiti ottenuti e gli swaps con le banche internazionali sui lingotti d’oro del Paese hanno per ora allontanato l’incubo del default ma l’ipotesi resta in ballo. E, secondo molti esperti, la possibile bancarotta venezuelana dipenderà dall’evolversi della situazione politica. “Ecoanalitica”, una società di consulenza indipendente venezuelana, sostiene che se il regime, assediato dalle proteste, scivolerà sempre di più verso l’imposizione di una dittatura sostenuta dalle Forze armate, avrà sempre meno interesse a pagare gli interessi sul debito estero che oggi si aggira sui 150 miliardi di dollari. In ogni caso, già oggi, il costo politico e umanitario di onorare i debiti ha conseguenze devastanti perché sottrae risorse dello Stato alle importazioni indispensabili per sfamare il Paese. Sempre secondo i dati di Ecoanalitica – il governo chavista censura da tempo tutti i numeri economici – tra il 2014 e il 2016 le importazioni venezuelane sono diminuite del 62%, numero che in gran parte spiega il botto dell’inflazione. La situazione più drammatica è quella sanitaria: secondo la Federazione dei farmacisti mancano più dell’85% delle medicine necessarie. Aumentano la mortalità dei neonati (+30%), e i casi di una malattia che era scomparsa, la malaria, +76% nel 2016, pari a 240.000 contagiati, più della metà di quelli registrati in tutto il sub-continente latinoamericano. Mentre oltre 130mila medici – il 20% di tutta la mano d’opera sanitaria del Paese – hanno lasciato il Venezuela per il collasso della sanità locale. Ma tutta l’economia venezuelana è prossima al trocollo. Negli ultimi anni, dopo l’elezione di Maduro indicato come suo successore da Chávez prima di morire nel 2013, il Pil è crollato del 23% e nel corso del 2017, sono previsioni del Fmi, lo farà di un altro 4,5% in meno. L’ultima multinazionale a lasciare il Paese è stata la General Motors che ha chiuso ad aprile il suo stabilimento di produzione. E un dato sul declino possono essere le vendite mensili di auto in un Paese di 30 milioni di abitanti la cui industria nazionale – le filiali delle grandi multinazionali – un decennio fa producevano 12mila veicoli al mese. Oggi è un successo se ne vengono venduti 200. Il settore privato del Venezuela è stato aggredito e rovinato sistematicamente dall’inizio del “Socialismo del XXI secolo”, il sistema politico voluto da Hugo Chávez, presidente eletto per la prima volta alla fine del 1998. Così oggi, con Maduro che ha seguito la stessa strada del caudillo rosso, devono essere importati perfino gli articoli più elementari di uso quotidiano. Basta fare un solo esempio del disastro provocato dalle politiche economiche “socialiste” di Chávez. Lo zucchero, che oggi è introvabile e razionato. Appena un decennio fa, il Venezuela produce tutto lo zucchero di cui aveva bisogno oggi deve importarne l’80%. E infatti non c’è. Secondo i dati dell’associazione dei provillaggio duttori di zucchero locali nel 2016 il Venezuela ha prodotto 242mila tonnellate di zucchero raffinato, il 68% in meno di quello che produceva nel 2006. Come sia accaduto non è difficile da spiegare ed è la conseguenza degli espropri e delle nazionalizzazioni nel settore agricolo. L’idea di Chávez sulla conquista dell’egemonia sul Paese passava per l’uso personale delle risorse del petrolio – insieme al gas, unica esportazione del Venezuela – che gli consentivano il controllo assoluto dei settori strategici e il finanziamento delle sue politiche di assistenza – le missioni – ai più poveri. Il risultato però è il disastro che abbiamo sotto gli occhi. Perché è stato sufficiente un crollo del prezzo del greggio per mandare all’aria il sistema. Senza considerare che l’assalto chavista a Pdvsa, l’holding petrolifera, con la fuga di gran parte del personale specializzato dopo il 2003, ha provocato anche una seria diminuizione nell’estrazione del greggio che oggi è al di sotto dei 2 milioni di barili al giorno, come vent’anni fa. Il tutto condito con una corruzione dilagante grazie alla quale i principali dignitari del regime si sono arricchiti in un modo incredibile in pochissimo tempo. Con il dominio assoluto di ogni attività nella mani dello Stato chi stava nel cerchio magico del chavismo è diventato milionario, chi non ci stava è fallito. Con l’esplodere della crisi, invece di cambiare politica economica, Maduro non ha fatto altro che proseguire sulla stessa strada affidandosi sempre di più ai generali delle Forze armate che oggi puntellano con la repressione il suo potere soprattutto grazie agli straordinari affari economici che hanno fatto. Un momento delle proteste per la vie di Caracas contro il governo Maduro, ritenuto responsaible della crisi economica gravisisma che attanaglia il Paese